Temporale d’inverno

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Era un uomo giovane, eppure qualcosa nella sua postura lo faceva rassomigliare a una persona anziana: leggermente curvo, i passi brevi e cauti, lo sguardo basso di chi deve porre attenzione a come mette i piedi e d’altronde ha esaurito qualsiasi curiosità verso ciò che lo circonda senza più riguardarlo.

Se qualcuno gli fosse passato accanto lo avrebbe appena sfiorato con occhio distratto, era solo una delle tante ombre anonime che popolano la città all’imbrunire.

Alle nove di un venerdì sera invernale non passava quasi nessuno per via Carlo Tenca, ma egli guardò più volte a destra e a sinistra prima di attraversare la strada. Raggiunse il tassì giallo posteggiato sulla via, si mise alla guida e dopo qualche minuto si avviò, insinuando la vettura  dal colore scioccamente sgargiante nella molle membrana della notte milanese. Svoltò su via San Gregorio e poi su via Settembrini, verso la Stazione Centrale.

Dario Lamberti faceva il tassista a Milano ormai da sette anni. Aveva acquistato a un prezzo meramente simbolico la licenza dallo zio Leopoldo, fratello della madre, il quale a sessantasette anni e con qualche problema di prostata si era infine risolto a  ritirarsi. Era il 1977, Dario aveva all’epoca ventiquattro anni e lavorava all’Ercole Marelli da quando, appena diplomato al Volta, a causa della morte improvvisa del padre aveva dovuto accantonare il progetto di iscriversi a Ingegneria. Tornato a Milano da una vacanza a Parigi, dove era andato in scena il dramma della fine di un grande amore, e per di più afflitto da una radicata difficoltà a rapportarsi con qualsiasi autorità variamente costituita, colse quell’opportunità con gratitudine. Egli non possedeva un’indole contestatrice ma piuttosto un’inclinazione a una quieta ribellione, a un metodico sottrarsi che nulla aveva a che fare con la pigrizia, ma semmai con il rifiuto di ordini e regole che non comprendeva o non condivideva. Quel bizzarro mestiere che implicava la capacità di organizzarsi, rispondendo al proprio personale rispetto per il lavoro e all’esigenza di guadagnare, era dunque l’ideale. Dopo i primi tempi da battitore libero si era reso conto che se ambiva a oltrepassare la soglia della sopravvivenza avrebbe dovuto aderire a una cooperativa di radiotaxi e scelse una delle più vecchie, l’8585: rinunciava a una parte dell’incasso che comunque incrementava, ma con auto e licenza proprie manteneva la sua indipendenza e la facoltà di gestirsi come più gli aggradava.

 Dario e Marilina si erano  conosciuti marciando su via Dante nel corso di una manifestazione dei metalmeccanici lombardi ai quali, come spesso accadeva, si erano aggregati gruppi di studenti della Statale appartenenti a varie organizzazioni extraparlamentari di sinistra. Gli operai ne tolleravano la presenza, in una certa misura ne apprezzavano il supporto, ma nutrivano nei loro confronti l’atavica diffidenza che sovente divide chi studia e analizza i problemi da una posizione privilegiata e chi ne vive quotidianamente gli effetti sulla propria pelle.

Era appena l’inizio di marzo del ’77 ma in quei giorni si percepiva in città l’impazienza di scrollarsi di dosso l’inverno. L’aria era cambiata, più mite e malandrina, si poteva credere che l’estate fosse ormai prossima e che tutto, non solamente il panorama cittadino ma anche e soprattutto il proprio personale orizzonte, sarebbe apparso più chiaro, bello e limpido. E’ in fin dei conti l’effetto dei sole, del ciclo naturale che riconduce gli esseri umani, salvo rare eccezioni, alla primordiale condizione di mammiferi, periodicamente soggetti alle meravigliose turbolenze chimiche che hanno sempre regolato la conservazione di qualsiasi specie.

Non era ciò che venne in mente a Dario quando nel serpentone vociante e compatto che si snodava lungo la via si trovò a fianco la giovane dai capelli color carota, la quale scandiva slogan con voce ferma e acuta, il braccio sinistro che percuoteva l’aria col pugno chiuso. Tuttavia, mentre ne sbirciava il profilo delicato, la pelle diafana e  gli occhi di un verde trasparente come quello di certe biglie con le quali giocava da bambino, orlati da spesse ciglia chiare, a un tratto il salario, la dignità dei lavoratori, il diritto allo studio e la redistribuzione del capitale gli risuonarono nel cervello come concetti assai importanti, ma secondari rispetto all’esigenza di entrare in contatto con il mammifero che il destino aveva portato quel giorno in quel luogo, certamente non a caso.

Forse non fu nemmeno un caso la carica inaspettata della polizia, né il fatto che egli istintivamente avesse afferrato la mano della ragazza trascinandola nella calca verso piazza Cordusio per sfilarsi sgomitando dal corteo e rifugiarsi in via Orefici. Si erano fermati contro il muro con il fiato grosso, seguitando a tenersi per mano senza nemmeno rendersene conto e quando se ne accorsero si separarono con riluttanza appena velata d’imbarazzo. Fu quello l’inizio di una storia che mutò per sempre la vita e la sorte di Dario, una di quelle passioni profonde che portano il segno dell’ineluttabilità e fanno sì che il ricordo di qualsiasi relazione precedente si affacci alla memoria offuscato da un’aura scialba, e sia sminuita alla funzione di passaggio necessario per la concatenazione degli eventi che avrebbero condotto a quell’stante e a quell’incontro.

Fu per avere un luogo dove appartarsi con lei che il ragazzo lasciò l’appartamento in via Lazzaretto, dove viveva con la madre e lo zio e affittò il monolocale ammobiliato in via Carlo Tenca. Da poco laureata in Lettere, Marilina proveniva da una famiglia agiata e i suoi genitori erano separati da diversi anni; godeva di molta libertà e di sostanziose sovvenzioni da parte dei genitori, i quali ritenevano di compensare con il denaro la loro scarsa presenza. Si era avvicinata a certi gruppi extraparlamentari di sinistra spinta dal disgusto per la vita superficiale e perennemente annoiata della madre e per l’ottusa avidità paterna, incanalando il suo risentimento nella lotta di classe e nella critica feroce di qualsiasi espressione borghese.

Dario e Marilina divennero da subito inseparabili e quando la ragazza gli propose di aggregarsi a un gruppetto di amici suoi per trascorrere il mese di agosto a Parigi il ragazzo, lì quale sarebbe stato in ferie per tutto il mese, accettò con entusiasmo. Pierpaolo, Giorgio e Fabrizio, rampolli di famiglie milanesi piuttosto benestanti e studenti fuori corso di Scienze Politiche attivamente  militanti  in movimenti di estrema sinistra, partirono portandosi appresso le rispettive fidanzate. Faceva eccezione Fabrizio, figlio di un noto antiquario milanese, unico del gruppo non accoppiato; bel ragazzo, colto e dotato di una dialettica formidabile aveva un ascendente indiscutibile su tutti gli altri e per ciò Dario provò nei suoi confronti un’immediata insofferenza.

Grazie ai contatti parigini di Fabrizio avevano affittato un enorme e spoglio appartamento collocato in un moderno parallelepipedo grigio a Belleville, quartiere popolare ed eclettico ai limiti della confusione adagiato ai piedi dell’omonima collina. Sebbene ognuna delle coppie avesse una stanza da letto propria, la promiscuità forzata con quel gruppo di giovani che si sentivano investiti dell’onere di cambiare il mondo e si trascinavano senza sosta di riunione in riunione, tutte quelle parole, l’enfasi, le espressioni compitamente assertive, i toni gravemente definitivi, dopo appena una settimana parvero a Dario assai fastidiosi. Riuscì raramente a distogliere Marilina da quelle dotte elucubrazioni; capitava talvolta che la notte in casa il caldo divenisse insopportabile, allora prendevano la metropolitana e arrivavano fino al Quartier Latin, scendevano le scalinate che conducevano sul lungosenna tenendosi per mano, vagavano tra i ragazzi che suonavano seduti per terra o sulle panchine di pietra e se udivano una melodia nota si fermavano, unendosi al canto: allora erano finalmente loro due, e nient’altro.

Accadde che durante l’ultima settimana di agosto, poco prima del rientro a Milano, Marilina annunciò a Dario la sua decisione di rimanere a Parigi con il gruppo. Non gli chiese nemmeno di trattenersi con lei, avevano avuto parecchie discussioni negli ultimi giorni perché il ragazzo era fermamente contrario alla lotta armata caldeggiata da Fabrizio e dai gruppi parigini con cui erano soliti incontrarsi. Mentre si fronteggiavano nel corso di quei contrasti, ognuno irriducibilmente saldo nelle proprie posizioni, Dario aveva percepito la medesima ineluttabilità del giorno del loro primo incontro in via Dante.

Lasciò Parigi il giorno stesso e con lui partì anche Dina, la ragazza di Pierpaolo, una biondina graziosa che faceva la maestra elementare e aspirava  a divenire insegnante di ruolo, sottraendosi alla frustrante fatica di girare Milano e provincia per delle brevi supplenze. Durante la vacanza Dario aveva notato quanto fosse ansiosa di piacere agli altri, i quali ascoltavano con annoiata condiscendenza i suoi timidi tentativi di intervenire con osservazioni pertinenti ma sempre leggermente in ritardo rispetto allo svolgersi del dibattito, che era nel frattempo già passato oltre.

Salirono sullo stesso treno affollato ma durante il viaggio non si fecero alcuna compagnia, ognuno perso nel proprio incredulo dispiacere. Si salutarono a Milano e non si videro mai più, né Dario vide o ebbe mai più notizia di Marilina e del resto del gruppo.

Trascorse i primi giorni in uno stato d’animo sospeso, aggrappato alla debole speranza che Marilina lo avrebbe cercato, cosa che non avvenne. Terminate le ferie, rientrò al lavoro all’Ercole Marelli, cercò di riappropriarsi delle vecchie abitudini che ormai parevano non appartenergli più. Ascoltando l’intervento di un giovane collega sindacalista durante una riunione si rese conto che la passione e le digressioni colte di Marilina e dei suoi amici avevano dato forma e sostanza alla protesta sociale e alle lotte alle quali si era aggregato perseguendo delle aspirazioni un poco egoistiche, conferendo loro legittimità e  persino la forza di un gesto nobile. E tuttavia, di quei discorsi gli era rimasto in testa ben poco, e se pure ne rammentava alcuni contenuti non era in grado di servirsene per elaborare delle idee proprie. Divenne critico sulle posizioni dei compagni politicizzati, sulle infinite, estenuanti divergenze tra i vari gruppi, sui metodi di protesta: tutto gli apparve inefficace e fuorviante.

L’offerta dello zio Leopoldo fu dunque provvidenziale e Dario prese a girare per Milano nel tassì giallo, confinato nel ristretto abitacolo dell’auto che a poco a poco racchiuse il suo intero orizzonte. Incontrava una moltitudine di persone con le quali scambiava qualche parola, schegge di conversazione perlopiù banali, talvolta interessanti ma in ogni caso fugaci come la traccia di un profumo o di qualche olezzo greve, destinata a evaporare nel giro di pochi minuti.

Poi incominciò l’insonnia, l’odiosa sensazione di bruciante trasparenza delle palpebre, i dubbi, il rimpianto di non avere avuto piena consapevolezza del presente in quel breve periodo di felicità, infine il rimorso di non essersi sforzato di comprendere, di non aver voluto rischiare. Prese allora a prediligere il lavoro notturno, riposando nel pomeriggio con dei brevi sonni che interrompevano il flusso caotico dei pensieri, concedendo una tregua alle membra e all’animo. Muoversi nella notte milanese placava un poco il suo ottuso malcontento; l’auto scivolava nell’oscurità rischiarata dai lampioni e dalle insegne pubblicitarie su strade finalmente liberate dagli ingorghi diurni. Nello scorrere lento del tempo notturno ilrespiro si acquietava e gli pareva persino di poter accettare l’indolente appiattimento della sua vita che intanto se ne andava un giorno dopo l’altro, triste come una canzone di Tenco ma a differenza di questa senza alcuna struggente poesia.

Milano di notte è una città differente. La gente che popola strade e locali è la stessa che durante il giorno lavora o studia, corre e s’affanna o rimane inchiodata su una sedia davanti a un panorama che non muta mai aspettando la sera, eppure molti sembrano recitare un ruolo alternativo, più disinvolto, audace, trasgressivo: come se l’oscurità confondesse le idee, appannasse qualsiasi remora, sfumasse confini e limiti rendendoli vaghi e indefiniti, inducendo a ritenere che qualunque cosa divenga possibile. 

A volte sono così stanco: di questa città, delle sue strade viali piazze e vicoli, delle persone che salgono e scendono dalla mia auto come effimeri ectoplasmi privi di consistenza. Vorrei poter chiudere gli occhi per calarmi in un sonno profondo privo di sogni e dormire per ore e ore, come mi succedeva da ragazzo. Vorrei sentire la testa leggera, svuotata di ogni pensiero, di qualsiasi riflessione, di qualunque dubbio, di tutti i rimpianti. Invece chiudo gli occhi e continuo a vedere questa stanza e le cose buttate alla rinfusa, i contorni nitidi, come se le palpebre fossero trasparenti o come se lo sguardo divenisse a un tratto capace di oltrepassarle: condannato a vedere la mia intrinseca inadeguatezza e il mio inconcludente arrabattarmi, giorno e notte. Continuo a domandarmi come sarebbe stata la mia vita se avessi scelto di rimanere a Parigi con te, l’animo oppresso dal sospetto di avere mancato una grande occasione.

Quella sera rispose subito a una chiamata; prelevò un cliente in Piazza della Repubblica e lo lasciò in viale Alemagna.

Dal tardo pomeriggio  nel cielo dapprima sulfureo grosse nubi nere e violacee in rapido movimento si urtavano, emettendo cupi borbotti forieri di tempesta: un temporale invernale si stava avventando sulla città con eccezionale furia e l’oscurità era ora squarciata dal saettante brillio di una serie di poderose scariche elettriche. Si era immesso su via Paleocapa, diretto al posteggio di Piazzale Cadorna, quando uno schioccante crepitio si accompagnò a una simultanea luce accecante che occultò il paesaggio cittadino per qualche breve istante. Dario ebbe un sobbalzo, sollevò istintivamente il piede dall’acceleratore e frenò; gli occhi faticarono un poco a rimettere a fuoco il panorama ma in realtà tutto attorno era buio pesto, l’illuminazione era completamente saltata. Mentre accostava al marciapiedi, la Fiat 131 Mirafiori si spense con un lieve sibilo e non riuscì più a rimetterla in moto.

La via era deserta, ora il vento ruggiva tra le nude chiome degli alberi, sequenze di saette abbacinanti si succedevano senza sosta e Dario considerò che stare fermo sotto delle piante non era molto saggio. Si accorse allora che nell’oscurità totale vi era una casa sulla via con delle finestre illuminate al primo piano, una spettrale striscia luminosa apparentemente sospesa nel buio. Osservando con attenzione si rese conto che si trattava di Casa Tognella, la Villa al Parco frutto di una lunga e controversa progettazione dell’architetto Gardella: realizzata negli anni dal ’47 al ’54 alla fine non piacque all’architetto, che a causa delle molte modifiche imposte dal committente finì per disconoscere il progetto, né alla proprietà che non vi abitò mai. Affacciata con un prospetto di balconate sul Parco Sempione, fu realizzata con uno stile asciutto e rigoroso a blocchi sfalsati, con alloggi sobriamente lussuosi destinati all’alta borghesia milanese. Non piacque in realtà proprio a nessuno poiché rimase sempre disabitata e Dario si chiese se le leggende metropolitane che narravano di attività paranormali all’interno dell’edificio non avessero qualche fondamento: su quel pensiero che  lo sfiorò appena prevalse l’ansia egualmente irrazionale di porsi al riparo da quell’anomalo temporale invernale, dunque abbandonò il tassì giallo e si diresse a testa bassa verso Casa Tognella.

“Chissà, forse qualcuno ha affittato uno degli appartamenti per una festa e hanno un generatore d’emergenza” ,

borbottò Dario per farsi compagnia in quella strana notte e per scacciare l’inquietudine che lo aveva pervaso.

Il portone d’ingresso era aperto; quando si trovò dinanzi all’uscio dell’appartamento al primo piano percepì un brusio di voci e di musica. Si rassettò il pesante cappotto scuro e si ravviò i capelli, intimidito dall’antica sensazione di inadeguatezza. Si trovò in un ambiente ampio e confortevole nel quale si muovevano una ventina di persone impegnate a conversare in piccoli gruppi; al centro della sala vi era un tavolo con delle bevande e dei vassoi di cibo. Dario si stava guardando attorno, colpito dalla misurata eleganza dell’arredamento quando sentì chiamare il proprio nome:

“Dario Lamberti! Ma sei proprio tu?”

Fabrizio si mosse deciso verso di lui, seguito da Marilina, Pierpaolo e Giorgio accompagnati da due vistose bellezze bionde; un poco discosta dal drappello comparve infine Dina. Seguì uno scambio di convenevoli piuttosto imbarazzante ma fortunatamente breve, poiché ad eccezione di Dina gli altri si allontanarono per accogliere una coppia appena arrivata.

“Ne è passato di tempo dall’estate a Parigi, vero?”

disse Dina e non intendeva riferirsi alla distanza temporale ma all’allontanamento degli amici dalle posizioni di allora: Marilina e Fabrizio si erano sposati e gestivano un negozio di antiquariato in via Manzoni avviato grazie ai soldi e alle entrature delle rispettive famiglie; Pierpaolo e Giorgio erano impegnati in una brillante carriera politica nel PSI, a fianco di Craxi.

Dario ascoltava la voce dai toni pacati, riconoscendo la cura nello scegliere ogni singola parola. Osservò il volto delicato e un poco infantile della ragazza ravvisando nella sua espressione la tranquilla determinazione che ricordava, ma della quale ora essa sembrava essere pienamente cosciente. Decisero presto di lasciare la festa o qualunque cosa fosse; fuori il temporale era cessato, la luce era tornata e stava piovendo piano.

“Ti accompagno a casa”,

propose Dario, dimentico del fatto che il tassì si era piantato sulla via, e la Fiat 131 Mirafiori in effetti partì docilmente al primo giro di chiave. Si allontanò da via Paleocapa e guardando nello specchietto retrovisore avrebbe giurato che Casa Tognella fosse completamente al buio.

Guidò piano verso Via Dolci, si raccontarono sette anni in poche decine di minuti. Non vi era poi molto da riferire: la ragazza era ora maestra di ruolo in una scuola elementare a Baggio, era contenta e sentiva la responsabilità di convincere i suoi alunni che solo la fatica e l’impegno conducono a buoni risultati; lui cercò di spiegarle le ragioni profonde che lo avevano indotto a fare quel mestiere. Si salutarono con una breve stretta di mano e guardandola entrare nel portone Dario si rese conto che non avrebbe voluto lasciarla andare, ma non le aveva nemmeno chiesto il numero di telefono.

Non è stata colpa mia: con Marilina è andata come doveva andare, e ci ho messo sette anni per capire che non era nostalgia di Marilina ma dell’idea di lei, come di tante altre idee.

Era ormai l’alba ed era troppo stanco per stare ancora in giro; tornò a casa in preda a una leggera euforia e ripensando alla strana circostanza che lo aveva condotto in quella casa si addormentò di colpo. Fu un sonno quieto e senza sogni; si risvegliò un poco confuso ma con una meravigliosa sensazione di lievità. Passò da via Lazzaretto, salutò la madre e lo zio che stavano pranzando:

“…avete sentito che temporale ieri notte?”

I due si guardarono interdetti; fu lo zio Leopoldo a rispondere:

“Ma sei scemo? Che temporale, siamo in febbraio! Ho guardato fuori a mezzanotte e c’era una stellata della madonna, altro che temporale. E’ da un po’ che te lo dico, devi riprendere a lavorare di giorno, stare in giro di notte alla fine ti confonde le idee, lo so per esperienza”.

Dario tacque. Pensò che lo zio poteva avere ragione, forse vinto dalla stanchezza si era assopito e si era sognato tutto quanto. Peccato però, ora pensava che gli sarebbe piaciuto ritrovare Dina.

Uscì nel pomeriggio, salì sul tassi e mentre stava per accendere la radio si avvide di un luccichio sul sedile del passeggero: era una minuscola perla con dei brillantini attorno, e rivide Dina portare la mano al lobo dell’orecchio e giocherellare distrattamente con la piccola perla mentre parlava. Ebbe la sensazione di precipitare risucchiato da un vortice buio, ripensò alle dicerie sui fantasmi di Casa Tognella, ai campi magnetici e agli effetti della privazione del sonno.

Si recò in via Dolci e aspettò. Verso le quattro scorse la ragazza scendere dal tram n. 16; quindi scese dall’auto e le andò incontro.

“Dario Lamberti? Non ci posso credere, che ci fai qui? Che piacere vederti!”

Allora smise di porsi delle domande; immaginò soltanto di ripartire da quell’istante.

Conservò sempre il piccolo orecchino ma non lo mostrò a Dina né accennò mai alla festa in Casa Tognella, nemmeno dopo molti anni di felice matrimonio, nemmeno quando furono talmente vecchi da potersi raccontare qualsiasi cosa.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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