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Teresa Ciabatti e la nostra generazione in “guerra dentro di sé”

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Prima di entrare nel merito del romanzo di oggi, un paio di divagazioni.

Divagazione numero uno

Julian Barnes, in un intervento al Passa Porta Festival di Bruxelles del 2013, racconta che sia lui che il fratello ricordavano che il nonno usava decapitare le galline, ma ne hanno un ricordo totalmente diverso: Julian ricorda che le prendeva sottobraccio e le decapitava con un colpo secco di una barra della gabbia, mentre il fratello parla di una piccola ghigliottina. Eppure, sottolinea l’autore inglese, si può escludere che il nonno avesse due diverse modalità per questo rituale, ma i due fratelli ricordano diverse versioni della realtà: il grande romanziere inglese conclude che “la memoria non è una buona guida per la realtà”.

Divagazione numero due

Philip Roth, interpellato sulla differenza fra fiction e non-fiction ebbe a dire all’incirca questo: quando scrivo fiction, mi dicono che è tratta dalla mia biografia; quando scrivo della mia vita, mi dicono che sono influenzato dalla narrativa. A questo punto, conclude, decidete voi se io scriva fiction o non-fiction.

Tutta la narrazione di Teresa Ciabatti (Orbetello, 1972) si muove intrecciando e mescolando biografia e finzione fino a stemperare l’una nell’altra; finalista del Premio Strega 2017 con il sensazionale “La Più Amata” (Mondadori, 2017), Teresa ha definito quest’opera una

“liberazione dall’ossessione del cosa è successo davvero”

scrivendolo, ha buttato fuori di sé molta della negatività accumulata in famiglia tanto da essere stata, come lei stessa ha raccontato, bersaglio di critiche e persino minacce a causa dei contenuti di questo libro.

Ciabatti non ha paura di mostrarsi come “eroe negativo”, non ha nulla da insegnare a nessuno, non teme di fare della sua narrazione qualcosa di non esemplare, non didascalico, senza redenzioni, senza punti di svolta:

“la letteratura può essere più vicina alla vita, i personaggi possono anche non capire nulla da quel che gli succede”

Oggi parliamo del nuovo romanzo di Teresa Ciabatti, “Sembrava bellezza” (Mondadori, pagg. 237, Euro 18), dove ritroviamo nuovamente una voce narrante femminile, molto somigliante all’autrice, scrittrice e giornalista; ma mentre in La Più Amata vi era totale sovrapposizione (a quanto ne sappiamo) fra la protagonista e l’autrice, qui la cosa è più incerta, sfuggente.

Tornando alle premesse

Se sono veri gli antefatti di cui abbiamo parlato in apertura, a noi lettori non dovrebbe interessare nulla di quanto reali siano le vicende narrate da Teresa (e ci era già successo con Costanza Rizzacasa d’Orsogna, che, come qui, indagava le sofferenze del corpo e del suo essere possibilmente brutto, problematico, persino schifoso), ma non possiamo fare a meno di andare a cercare qualche spunto, qualche forma di “cross-over” con la storia della ragazza di Orbetello, figlia del chirurgo massone, benefattore del posto, genius loci maremmano, tessitore di storie da Prima Repubblica*.

Il libro

Sembrava Bellezza parte dal tempo presente (siamo a fine 2018 fino alla primavera del 2019), in cui la “scrittrice famosa”, fedifraga dichiarata, si sposta fra interviste, viaggi stampa, presentazioni, e poi ci riporta indietro, fino a lei giovane adolescente negli anni 80, problematico “virgulto maremmano” trapiantato ai Parioli, e all’amica Federica e alla sorella di lei, Livia, splendida giovane dea, emancipata, e in quanto tale – ci pare da subito – foriera di tragedie.

L’incipit del Libro Primo è subito esplicito:

“Quando mi chiedono cosa si prova a essere famosi, e io rispondo niente, sto mentendo. Voi non immaginate lo stordimento, l’ebbrezza di fronte al pubblico che applaude”

La nostra narratrice si apre subito al dialogo col lettore e ci introduce la sua vita di eventi e di pubblico, e poi ci porta a ricordare l’adolescente che era, il suo trasferimento in città, ci presenta l’amica Federica, che torna a frequentare dopo trent’anni, e la figlia Anita con la quale vi è un rapporto conflittuale; Anita, ora grande, ma ferma a “85 centimetri” per una madre che si confessa irrisolta, inadeguata e dubbiosa.

La scrittura di questo libro è concitata, fortemente emotiva

Il flusso dei fatti si srotola problematico, lievemente ansiogeno; la tecnica narrativa del flash-back / flash-forward ricorda l’ultimo Sandro Veronesi ed il suo Colibrì; anche il tema della tragedia, del dolore, del disagio accomuna a nostro parere i due romanzi, come anche il connotare la famiglia come luogo più della sofferenza che degli affetti; e d’altra parte, proprio Veronesi ha salutato il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti scrivendo (su Twitter) che leggere questo racconto

“è come guardare un albero che fiorisce e poi muore, poi fiorisce di nuovo, poi muore, e poi fiorisce ancora, e subito dopo muore. E alla fine è ancora lì, e già che c’è, fiorisce”.

Teresa Ciabatti ci regala una storia di vita, vi intreccia le sue vicende personali, ci apre alcuni squarci sul suo lavoro di giornalista, ci fornisce un contesto famigliare di sofferenza, un caleidoscopio che ci viene restituito con un dialogo continuo con noi, talvolta astraendosi, apostrofandoci come “lettori” durante il suo racconto, diventando quasi cronista, reporter, talaltra aprendo il proprio cuore ad un sentimento malinconico, spaesato, poetico:

“Noi stesse ci scopriamo confuse, cosa siamo diventate, costellazione senza luna, microscopiche stelle a punteggiare il cielo buio”.

Il racconto, come nel caso di Veronesi, è ellittico, e trova il suo punto centrale, intorno a cui tutto ruota, nell’evento clou, quel balcone nel 1988, sul quale si torna con insistenza, a scoprire pian piano come una sola notte, e quello che succede su quel balcone, sia centrale per le varie direzioni che prenderà il racconto, intorno alla figura di Livia nella sua camicia da notte rosa, a cosa è accaduto davvero su quel terrazzo, alle conseguenze che ci sono state.

La narrazione alterna ed intreccia diverse visuali, come abbiamo detto, e spesso diventa introspettiva: “tu, scrittrice”, dice la narratrice di se stessa, quando deve riflettere su quello che è, sulla sua storia, la sua natura, quando si denuda di fronte a noi che leggiamo, confessa di pisciarsi addosso, di essere brutta, inadeguata:

“(Ti sei mai pensata come adulto? Persino nella maternità, nel momento del parto, ti sei forse considerata un adulto? Sii onesta. O piuttosto hai passato la neonata nelle braccia del padre temendo che dalle tue cadesse?)”

Il lavoro di inviata che Teresa Ciabatti svolge nella vita accanto a quello di scrittrice ha certamente influito sul suo modo di raccontare** e questo romanzo alterna anche questa dimensione all’intrecciarsi del racconto della storia di Federica e di Livia e a quella intima e personale del rapporto dell’io-narrante col marito e con la figlia: emozioni forti, spesso contrastanti, quasi sempre amare.

Amicizia, confidenza, amore, odio, sofferenza, dolore, pazzia, schifo, sesso, cattiveria, nostalgia, ansia si alternano in ogni pagina di questo romanzo: Chiara Valerio, in un evento del 2019 chiede a Teresa Ciabatti (e anche a Marco Missiroli, presente sul palco) perché questa generazione di scrittori, non avendo “vissuto la guerra fuori di sé, la vivono dentro di sé”: ecco, la guerra dentro di sé ci pare una bella immagine per riassumere il tumulto interiore che è questo libro. Immergetevi senza paura, vi ci ritroverete.

 

*sul tema delle nostre divagazioni iniziali: “Bella idea, quella del rapimento di papà” ha detto il fratello gemello di Teresa quando ha letto di ciò nel romanzo; ma, di nuovo, questa era realtà, non narrazione.

**ad esempio la narratrice parla della clinica del sonno al Bellaria di Bologna, e qui corre l’obbligo di citare la bellissimo intervista fatta da Teresa Ciabatti al prof. Giuseppe Plazzi per La Lettura (n. 396), e anche di consigliare il di lui libro, “I tre fratelli che non dormivano mai” (Il Saggiatore, 2019).

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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