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I terzi Momenti di Francesco Piccolo. E molto altro

momenti trascurabili

Un nuovo libro di Francesco Piccolo (Caserta, 1964) è sempre una tentazione difficile cui resistere, soprattutto se si tratta della terza puntata dei suoi famosissimi “Momenti” (Momenti trascurabili, Einaudi, 2020, Pag. 117, Euro 13).

Dieci anni dopo il debutto (Momenti di trascurabile felicità, Einaudi, 2010) e a un lustro dalla seconda puntata (Momenti di trascurabili infelicità, Einaudi, 2015), Piccolo torna puntuale a questa gradevolissima forma di narrazione: pensieri, piccoli racconti, scene di vita, sguardi attenti sul senso di molte piccole cose che ci accadono.

“Si tratta di un momento di trascurabile quotidianità, che facciamo passare senza badargli.
Mi sono preso il compito di mettere a fuoco quel momento”

ha dichiarato l’autore, ipotizzando che, in fondo, questi siano attimi che vale la pena trattenere, perché arricchiscono chi li scrive e noi che li leggiamo.

Accostarci alla produzione letteraria dello scrittore e sceneggiatore casertano di questo decennio ci consente di sapere molto di lui: è come avere un fratello maggiore, ci sembra di averlo conosciuto fin da ragazzo, di averci trascorso anche la nostra giovinezza; allora prima di entrare nel merito di Momenti Trascurabili, ci sembra importante accennare a questi altri contributi, perché a nostro parere consentono di comprendere meglio anche l’ultima sua fatica.

Il non trascurabile Francesco Piccolo

Il desiderio di essere come TUTTI

Ne “Il desiderio di essere come TUTTI” (Einaudi, 2013) l’autore ci racconta la sua formazione personale e politica; la grafica sulla copertina evoca il TUTTI (in alti caratteri rossi) pubblicato da l’Unità il 14 giugno 1984, l’indomani del funerale di Enrico Berlinguer e dichiara quindi quale sia stata la formazione del nostro; egli confessa di essere diventato comunista un giorno del 1974 (invero a soli 10 anni), durante una partita dei Mondiali fra Germania Est e Germania Ovest, quando gli parse di comprendere che c’era una parte più debole: i calciatori dell'”altra Germania”, con quelle tute un po’ sgualcite, quelle magliette fuori moda. Quando uno sconosciuto attaccante, Sparwasser, segna ai giganti della Germania Ovest, il piccolo Francesco non esulta – non gli pare opportuno – ma sente un sussulto, crede di aver trovato la parte con cui stare

poi, 10 anni dopo, troverà nel funerale del suo idolo, Berlinguer, l’evento che lo farà dolorosamente diventare adulto.

E’ il racconto di un’educazione politica, di uno scontro famigliare, col padre che gli dice che è troppo comodo fare il “comunista con papà che ti paga il bollo dell’auto”; è anche un modo per rivivere quegli anni, quegli scontri, quelle sconfitte, con Berlinguer che viene accolto dal Congresso di Verona del PSI con una salva di fischi e Piccolo dice che quello è

“..stato il momento esatto in cui il mio sentimento pubblico e il mio sentimento privato, che in quei mesi di scontro avevano aderito ogni giorno, sono balzati via da me per infilarsi dentro lo sguardo perduto del segretario del mio partito”.

L'animale che mi porto dentro

Ne “L’animale che mi porto dentro” (Einaudi, 2018) torna il tema dell’educazione, della famiglia e della storia personale dell’autore, che non fa mai mistero di fare autobiografia, anche se lascia sempre il sospetto sull’essere o meno proprio lui, quello dei suoi racconti di vita.

Questo libro è il tentativo di trovare una spiegazione all’ancestrale maschilismo che noi uomini, maschi, ci troviamo dentro; l’autore vuole contraddire Simone de Beauvoir, della quale riporta una citazione in esergo:

“Un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla condizione particolare di essere maschio”

E invece Piccolo lo fa (“Volevo capire dove arriva l’arroganza”) e ricorre ad una minuziosa ricostruzione culturale dei contenuti di cui – a suo avviso – si è riempito l’immaginario del maschio nel nostro tempo, a partire da Malizia di Salvatore Samperi (1973), alle “Insegnanti” scollacciate, dai fumetti di Lando, a Sandokan, fino all’iconografia delle “ragazze svedesi” (raffigurata plasticamente nel mitologico Villaggio Svedese di Baia Domizia, con “i maschi” locali appostati lì, all’uscita, ad attendere le splendide ragazze nordiche). E’ un viaggio doloroso che entra in profondità nella inevitabile grettezza di noi maschi, un percorso di consapevolezza necessario, spesso angoscioso:

“Poi, anno dopo anno, si sono aggiunti tutti gli amici maschi che ho avuto …, il rapporto con loro è diventato la ricerca del linguaggio che ci accomunava, e dentro quel linguaggio trovavamo in profondità, nelle viscere, la nostra intimità e complicità più profonda, divertente e viva… Si è trattato di un accumulo di virilità. Un accumulo di sguardo degli altri maschi su di me. Perché non c’è nulla di casuale in questa educazione collettiva alla vita, c’è un sistema, ed è il sistema che ogni maschio contemporaneo cerca di combattere e da cui, in fondo, ogni maschio esce sconfitto”.

IL LIBRO

I Momenti Trascurabili arrivano quindi in libreria, ci pare, come un contrappunto e un completamento di alcune ricerche personali di cui Piccolo ci ha messo a parte: come si è detto, egli si incarica di trasmetterci questi spunti, queste piccole cose, ma aggiunge ragionamenti filosofici che ci vengono somministrati con semplice profondità, come il racconto con cui si apre il libro, che parla dell’eterno conflitto del narratore con la moglie (sarà la moglie vera? Ed è un conflitto vero? Non possiamo dirlo).

Lei vorrebbe spendere tutti i soldi in viaggi e belle cose, lui è parsimonioso dice “invecchiamo, abbiamo figli, potremmo aver bisogno dei soldi in futuro”, ma lei ribatte “e se poi moriamo?”. E lui, al temine di un lungo ragionamento sul vero senso di vivere, arriva a concludere:

“Ma allora, se davvero vogliamo andare in fondo alla filosofia di mia moglie, quando mi propone il viaggio in Polinesia perché tanto poi moriamo, potrei dirle con la stessa logica: che ce la siamo goduta a fare, la vita, se poi moriamo?”

I Momenti Trascurabili sono spesso surreali e ci lasciano supporre che, forse, si tratta solo di pensieri, aspirazioni, brevi percorsi logici, sfide con il lettore e non di sentimenti reali: come quando l’autore ci confessa che a lui possono piacere solo le donne dentro le mura aureliane; “e se Letitia Casta ti chiamasse dall’EUR?”. Non ci vado, dice il narratore, e ci tiene sulla corda per molte pagine, con questo dubbio se raggiungerà o meno Letitia Casta, misteriosamente collocata all’EUR.

Si tratta di appunti, si diceva: e non possiamo evitare di sogghignare sotto i baffi o spesso di sorridere apertamente mentre li leggiamo; chi ad esempio potrebbe dissentire su questo:

“Sull’autostrada, quando dicono “uscita consigliata”, subito mi insospettisco”.

O su questo:

“Un giorno ho contato che mi hanno detto 243 volte: ma lo senti che caldo? Non si respira”.

Ci sono anche preziosi bozzetti, pennellate di un osservatore, appunti di vita che vengono condivisi con noi:

“Su Viale Aventino ero fermo al semaforo, e ho visto una mamma sul motorino che si è accorta che la figlia era alla fermata dell’autobus; l’ha fatta salire sul motorino, e sono andate via. Il sorriso raggiante della figlia, quando ha visto la madre; e della madre, quando ha visto la figlia”.

Francesco Piccolo ha dichiarato:

“Ognuno deve trovare una voce propria nella letteratura”

La sua è una voce intima, personale, sincera e spesso brutale nella sua sincerità; una voce con la quale fraternizziamo, tanto da considerarla anche una voce nostra, consueta, condivisa.

E’ per questo che è così gradevole leggerlo?

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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