Tous les garçons et les filles (Le Canzoni Inclinate)

L’allenamento era finito da un pezzo e le ragazze, terminata la doccia, si attardavano nello spogliatoio.

L’ambiente era saturo di umidità, di profumo di talco e di deodorante, delle spensierate divagazioni nelle quali è lecito indulgere a sedici anni. Gli argomenti legati al campionato di pallavolo si erano esauriti con la medesima rapidità con la quale la neve si scioglie sui marciapiedi di Milano in  un giorno di sole: vi era altro su cui discutere e fantasticare.

“Allora la festa di sabato sera è confermata?”

“Sì, Max ha il permesso dei genitori di utilizzare la vecchia autorimessa. Dice che ci sta lavorando da un mese insieme a Fabrizio: hanno montato le luci e persino una pedana per gli altoparlanti e lo stereo; verranno dei ragazzi di quarta e di quinta”.

Bea e Roberta seguitavano a parlare con entusiasmo della serata, di chi sarebbe stato presente e degli esclusi, subito relegati nel girone degli sfigati.

“…Max ha invitato anche Renata? Ma che gli è preso, è scemo? Che c’entra quella con una festa del genere?”

“Qualcuno dovrà pur pensare a cambiare i dischi sul piatto mentre gli altri si divertono, ha detto Max: ecco perché Renata, anche se in effetti occupa un sacco di spazio”.

Passi gioiosamente baldanzosi si erano allontanati dallo spogliatoio, sulle note argentine di risate consapevolmente crudeli.

Aperto con cautela lo sportello di lamiera verniciato di azzurro della doccia, Renata aveva lasciato i bagni e raggiunto l’adiacente spogliatoio. Dinanzi  a uno dei grandi specchi a parete, lasciando scivolare l’asciugamano ai suoi piedi aveva cercato di mettere a fuoco la propria figura attraverso la liquida distorsione delle lacrime.

Alta, troppo alta e grossa, monolitica: il tronco voluminoso, senza traccia alcuna delle morbide protuberanze le cui rotondità erano esasperate dalle sue coetanee indossando vezzosi reggiseni a balconcino, le gambe massicce e senza forma. Il  largo viso squadrato, gli occhi scuri troppo ravvicinati, il mento sfuggente sotto la bocca piccola dalle labbra sottili e i capelli mollemente  ondulati di un castano polveroso completavano la sorprendente rassomiglianza con qualche stolido ruminante appartenente a un’era antica.

In un certo senso Renata era davvero una sopravvissuta. Era scampata dapprima allo sgretolarsi della famiglia sotto il peso dei reciproci tradimenti dei genitori, poi alla coscienziosa dedizione all’alcool della madre e alla sua corrosiva assenza e infine alla pietà pervasa di fastidio mal dissimulato della nonna materna. Vedova ricca e arcigna in eguale e ragguardevole misura, l’aveva accolta nel suo signorile appartamento in Corso di Porta Romana limitandosi a offrirle una casa e dei pasti regolari, peraltro preparati da una donna di servizio. Al suo mantenimento e agli studi provvedeva generosamente il padre, intendendo compensare  con il denaro il totale disinteresse nei confronti della figlia.

Era facile riconoscere la mancanza di affetto nel vorace appetito di Renata: nel periodo della pubertà, sulla corporatura robusta aveva sortito un effetto deflagrante e aggravato il suo aspetto deturpando la pelle pallida del volto con un’acne pervicace. Il medico che l’aveva visitata in occasione di una colica aveva suggerito fermamente di sottoporla a una dieta rigorosa e di farle praticare uno sport aerobico, uno qualsiasi: fu così che Renata venne forzosamente iscritta ai corsi di pallavolo della Forza e Coraggio di via Gallura, storico centro sportivo milanese che negli anni fu culla di grandi atleti. Un istruttore accettò di inserirla nella compagine di una delle squadre iscritte al campionato tra scuole solo per le insistenze della nonna e, ancora una volta, per pietà.

Eppure quel giorno si era illusa che l’invito di Max, suo compagno di classe al Berchet più vecchio di un anno poiché ripetente, fosse un gesto gentile, magari addirittura la dimostrazione di una simpatia:

“Perché non vieni anche tu alla festa di sabato sera? Saremo in tanti, relegati in un’autorimessa in giardino ma i miei saranno via per il fine settimana; potremo fare tutto il casino che vogliamo, basta non fare danni”.

Non essere più sola, almeno per una volta: tutti i suoi coetanei avevano qualcuno con cui sognare. Tutti, tranne lei.

Tous les garçons et les filles de mon âge
font ensemble des projets d’avenir
Tous les garçons et les filles de mon âge
savent très bien ce qu’aimer veut dire…

Aveva pensato di defilarsi, di non presentarsi alla festa senza avvisare nessuno: che si arrangiassero con i dischi. Invece, cedendo a un impulso indecifrabile eppure subdolamente imperioso, il sabato sera si preparò per uscire. La nonna era fuori a cena con alcuni amici e Renata ebbe l’ardire di impiastricciarsi il volto con il suo fondotinta nel tentativo di dissimulare la fioritura di brufoli sulle guance, passando pure l’ombretto perlato e l’eye liner sulle palpebre. Il risultato non fu dei migliori, ma lo scopo era in fondo indossare una maschera, essere un’altra persona, almeno per una sera. Benché a metà degli anni ‘60 le minigonne di Mary Quant incominciassero a spopolare anche tra le adolescenti italiane, a causa della sua considerevole stazza Renata non ne possedeva e si infilò un leggero maglioncino a dolcevita nero sopra i soliti Levi’s. Non le stavano bene, come del resto qualsiasi atro capo d’abbigliamento, perché oltre alla bruttezza o forse a causa di questa, Renata era anche goffa. L’infelicità aderiva alla sua pelle con uno spessore appiccicoso del quale le pareva persino di percepire l’odore, perciò come ultimo gesto spruzzò il giubbotto di jeans dal taglio maschile con il profumo preferito della nonna, Arpège, che su di lei stonava come tutto il resto.

Era una bella serata ottobrina e decise di raggiungere l’abitazione di Max nella vicina via Plauto a piedi. Erano passate da poco le sette di sera e l’appuntamento era per le otto: aveva tempo di fermarsi alla Pasticceria Galli, in Corso di Porta Romana, per comprare un sacchetto di marrons glacés da mangiare in santa pace strada facendo.

La famiglia di Max possedeva una delle villette bianche affacciate su via Plauto: la breve traversa di Viale Lazio è uno dei numerosi angoli che, pur rappresentandola profondamente, sembrano non appartenere a Milano.

La vecchia autorimessa si trovava sul retro della casa, dove si sviluppava l’ampiezza del giardino e avrebbe potuto ospitare quattro auto di grandi dimensioni. Dai vetri smerigliati dei finestroni filtrava una debole luce opaca e si udiva il brusio confuso di molte giovani voci. Renata ascoltò lo scricchiolio dei suoi passi sulla ghiaia del vialetto d’accesso e pensò che faceva ancora in tempo ad andarsene.

Dal soffitto pendevano delle nude lampadine schermate da garze colorate che smorzavano la luce diffondendo pallidi aloni gialli, rossi e blu. Un piccolo palco di assi di legno con lo stereo poggiato su un tavolino, gli altoparlanti e una pila di vinili a 45 e 33 giri occupava un angolo del locale, il cui unico arredamento era costituito da cassette da frutta, rovesciate e ricoperte di panni multicolori, appoggiate alle pareti. In quello spazio vociavano una trentina tra ragazzi e ragazze e Renata si accorse subito che i maschi dovevano essere quasi tutti dell’ultimo anno, con voci ormai assestate su toni decisamente mascolini, qualcuno con un accenno di barba. Tutti mangiavano tranci di pizza e salatini servendosi dai vassoi posti sulle cassette e bevevano spumante nei bicchieri di plastica.

“Oh, ecco Renata! Abbiamo appena deciso che sarai la nostra esperta musicale: accomodati e scegli tu la musica per farci ballare, siamo nelle tue mani”,

esclamò Max profondendosi in un ridicolo inchino. Fortunatamente l’attenzione che le prestarono non durò che pochi secondi, poi poté rifugiarsi dietro il voluminoso stereo.

Mes jours comme mes nuits
sont en tous points pareils
Sans joies et pleins d’ennuis
quand donc pour moi brillera le soleil?

 Superato un primo momento di acuto malessere poneva un disco dopo l’altro sul piatto. Osservava gli altri dimenarsi o strusciarsi muovendo appena i piedi sul pavimento in cemento dell’autorimessa, immersi nella penombra colorata e nel fumo che si addensava in una nube bigia e sfilacciata sopra le loro teste. Di tanto in tanto, una coppia lasciava il locale per infrattarsi dentro casa. Prese a masticare un ottundente livore nei confronti di tutti quanti, di quel menefreghista di suo padre, di quella squilibrata di sua madre, della nonna, indifferente e altera. Poi si accorse del ragazzo biondo che beveva da solo, appoggiato al muro con aria indolente e profondamente annoiata. Portava una giacca di tweed sopra la camicia bianca e i jeans; quando le si avvicinò, barcollando leggermente, notò che dietro gli occhiali dalla grossa montatura scura aveva occhi chiarissimi e arrossati. Il ragazzo curiosò per un poco tra i dischi sparpagliati a terra, poi la squadrò con aperta sfrontatezza. Lei contemplò il volto dai tratti marcati eppure gradevoli e la figura magra, naturalmente elegante; lui le sorrise, rivelando una dentatura un poco irregolare, con i canini curiosamente aguzzi. Renata avvertì i pensieri defluire via e non fece nulla per trattenerli; mentre respirava l’odore dolce e muschiato che gli impregnava  la giacca riusciva a pensare solo alla sua bocca e alle sue mani. Il ragazzo lasciò scivolare uno sguardo avido sulla sua persona, poi le avvicinò la bocca all’orecchio, l’alito che sapeva di vino:

“Che ne dici se usciamo un momento?”

Renata pose sullo stereo un 33 giri dei Beach Boys e seguì il biondino, felicemente frastornata. Nessuno se ne accorse e un poco le dispiacque.

Entrarono in casa; tutte le camere da letto erano occupate, così presero la scala che scendeva nel seminterrato. Si fermarono in una stanza piena di attrezzi e lui la spinse rudemente su un vecchio divano polveroso. Fu un momento breve e doloroso, privo di qualsiasi poesia e persino di gentilezza. Il ragazzo si ritrasse con un grugnito e pigiò l’interruttore della luce sul muro per cercare gli occhiali che aveva lasciato in terra, vicino al divano.

Una luce vivida illuminò brutalmente la scena, lei nuda su di uno sgangherato divano e piena di triste vergogna, lui con le braghe calate, la bella testa bionda scompigliata. La sogguardò con un lampo di divertita sorpresa nei freddi occhi chiari e sbottò in una sprezzante risata:

“Oddio, sono molto più ubriaco di quello che credevo”.

Renata era pesante, lenta, timida, avvezza all’altrui commiserazione. Doveva essere dunque un’altra lei quella che balzò in piedi per avventarsi sul tavolo degli attrezzi, afferrare la mannaia, atterrare il ragazzo bloccandolo con il suo peso e colpirlo al petto una, due, tre, quattro volte. Rimase ancora un poco a contemplare il suo volto immoto, mentre il sangue tiepido le colava sulle braccia, sul viso e sul petto. Lo baciò a lungo sulla bocca, per la prima, ultima e unica volta.

Si lavò nella doccia che si trovava nella stanza accanto e si rivestì. Passando davanti all’autorimessa udì le note di un allegro motivo dei Beach Boys.

Era stata un’altra lei, quindi poteva tornarsene tranquillamente a casa, sola come sempre.

Oui mais moi,
je vais seule par les rues,
l’âme en peine
Oui mais moi,
je vais seule,
car personne ne m’aime.

 

 

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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