TPP: fuoco amico sulla Casa Bianca

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Il Congresso non ha dato a Obama i poteri che richiedeva per il TPP (Trans-Pacific Partnership). Ha rifiutato di concedergli il FTA (Fast Track Authority), la corsia preferenziale veloce che gli avrebbe concesso maggiori leve negoziali, costringendo il Congresso ad una votazione finale unica, priva cioè di emendamenti e trattative. La Casa Bianca è stata sostanzialmente sconfitta dal Partito Democratico, guidato dall’ex speaker del Congresso. Nancy Pelosi, nonostante le pressioni della Presidenza, ha usato un bizantinismo procedurale per far saltare un accordo precedente che ha rinviato a tempi molto più lunghi l’iter della ratifica. Probabilmente non si avrà prima della scadenza del secondo e ultimo mandato di Obama, nel gennaio 2017. Viene dunque colpito un architrave della politica estera statunitense, un accordo che facilitava il commercio e gli investimenti tra gli Stati Uniti e altri 11 paesi che si affacciano sul Pacifico, tra cui il Giappone, l’Australia, il Canada e il Messico pari al 40% del commercio mondiale. All’appello mancano la Cina, l’India e la Corea del Sud, che comunque avrebbero potuto aderire in seguito.

È verosimile che le ripercussioni negative si estenderanno sull’altro grande trattato che coinvolge gli Stati Uniti e l’Unione Euopea: il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partneship). Permane dunque in forte dubbio l’ambizione di Obama di passare alla Storia come il presidente dell’apertura e del dialogo con le altre due sponde degli Oceani che abbracciano l’America. La bocciatura rimette in discussione un’impalcatura teorica e pratica che ha contraddistinto la politica estera sul Pacifico negli ultimi 70 anni. Essa si imperniava su due basi.

La prima era di natura politica e militare. Era necessario aiutare gli alleati nella lotta contro l’espansionismo sovietico e cinese. Non era quindi opportuno lesinare gli aiuti a paesi amici come il Giappone, le Tigri asiatiche, l’Indonesia. Trasferimento di tecnologia, apertura del mercato USA, libertà concessa di svalutare le monete asiatiche, crediti d’aiuto erano la ricompensa per una scelta di campo ideologica e militare. Washington ha sempre cercato di tenere i conflitti, anche quelli che la coinvolgevano, il più lontano possibile dai propri confini. Gli aiuti statunitensi sono stati cospicui, compensati da fedeltà e concessione di basi militari.

L’altra base è di natura più complessa, con forti venature culturali. Era e rimane forte la convinzione che gli Stati Uniti siano un paese unico, abitato da un popolo fortunato, ciò che in gergo si chiama “the american exceptionalism“. Questa speciale circostanza ha reso più facili i rapporti con i paesi amici: essi sarebbero stati riconoscenti e comunque non sarebbero stati in grado, seppur aiutati, di raggiungere il sogno americano. Tuttavia, questo percorso si è rivelato insidioso. Gli alleati asiatici sono sempre più indipendenti, le barriere ideali sono svanite, l’emersione di Pechino ha rimesso in discussione un approccio liberista che trovava nella Cina l’approdo migliore per delocalizzare. Il TPP rappresentava quindi anche uno sforzo da parte USA per re-imporre la propria egemonia sul Pacifico messa in discussione dettando le regole delle transazioni commerciali e degli investimenti.

Sfortunatamente è forte il dibattito negli Stati Uniti sui vantaggi dei grandi trattati di libero scambio, della de-industrializzazione, sul ruolo della finanza, sul destino dei lavoratori. In realtà le precedenti esperienze non depongono a favore delle scelte fatte, almeno in termini di occupazione. Non sono stati creati i nuovi posti di lavoro, sia con la creazione del NAFTA (North America Free Trade Association) che con l’adesione della Cina al Wto. L’impianto stesso del liberismo ha prodotto risultanti ambivalenti. Appoggiato da tutte le amministrazioni da Clinton a Obama, ha mantenuto la supremazia mondiale degli Stati Uniti, ma a costo di tensioni sociali che oggi si ribellano con forza. La Casa Bianca è sotto accusa perché con il TPP intende favorire i grandi soggetti dell’economia: le aziende più potenti, le società che gestiscono i big data della Silicon Valley, le banche, Wall Street, le aziende, come quelle chimiche e farmaceutiche, legate alla protezione esclusiva dei loro brevetti. Sono loro che trarranno i maggiori vantaggi da un accordo bicontinentale che riduca le tariffe e i contingenti, inasprisca i controlli e in definitiva lasci l’unico mercato che verrà creato in balia della loro forza e del loro esclusivo interesse. Obama è accusato dalla sinistra del suo stesso partito di essere alleato di questa impostazione. In una inusuale alleanza i Repubblicani – esclusa la parte più squisitamente liberista – non hanno perso l’occasione di indebolire la presidenza, unendosi al coro della tradizionale corrente culturale isolazionista. Un coacervo di forze si è dunque opposto: i sindacati che temono di perdere forza contrattuale, i lavoratori che non vogliono veder chiuse le loro fabbriche, gli ambientalisti perché vedono nell’Asia un pericoloso inquinatore, i sostenitori dei diritti umani che temono una loro violazione costante fuori dalle democrazie.

Queste posizioni hanno acquisito forza e influenzano le scelte al Congresso. I deputati sono più attenti ai loro collegi elettorali, dove le preoccupazioni principali sono quelle classiche: il lavoro, il mutuo, l’università per i figli. Per la prima volta volta, che non sarà forse l’ultima, ha prevalso la provincia sulle big corporation e sulla finanza e la tecnologia di New York e Boston/San Francisco. È una lezione per Obama, che probabilmente si è fidato delle sue élite intellettuali e delle lusinghe sulla deregolamentazione, dimenticando per errore la culla della middle class sofferente che l’ha portato con i suoi voti alla Casa Bianca.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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