Il triangolo bipolare

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Gli analisti con le tempie grigie devono rimodulare i propri criteri. Almeno a Washington sono in atto dei processi che non si spiegano con i concetti tradizionali. Il Presidente Obama è ostaggio del suo stesso partito e trova una sponda essenziale nel partito repubblicano, cioè nel suo antagonista. Ciò che sta avvenendo per la conclusione del Trans-Pacific Partnership (TPP) è sintomatico di una politica che valica i suoi steccati e si afferma come portavoce di interessi settoriali e non piùnazionali. È di tutta evidenza che la battaglia per giungere a un accordo con altri 11 paesi del Pacifico lascerà sul campo vincitori e vinti.

L’idea che l’intesa sia valida per tutti, una ecumenica win-win situation è ormai abbandonata, un’arma spuntata nell’arsenale della propaganda. L’andamento della disputa parlamentare certifica la bizzarria degli schieramenti. La scorsa settimana il Congresso aveva bocciato la richiesta della Casa Bianca per la concessione della Fast Track Authority (FTA), cioè della corsia preferenziale veloce concessa per votare l’accordo in unica soluzione: prendere o lasciare, senza interminabili trattative. L’esperienza insegna che molto spesso la concessione è l’anticamera dell’approvazione. Però i Repubblicani, che sostengono i principi dell’accordo, hanno votato contro perché il provvedimento conteneva anche una clausola di difesa dei lavoratori. Quest’ultimo aspetto presentava due opportunità per il Grand Old Party: faceva ribadire l’adesione al liberismo ideologico (e dunque senza tutele per i lavoratori) e consentiva di indebolire Obama. Per aggiunta di bizantinismo, il partito democratico ha fatto mancare i voti al provvedimento – che pure aveva il suo sostegno – così da negare al Presidente l’intero privilegio della FTA. Obama ha accusato il colpo, ma gli interessi celati dietro il TPP sono troppo grandi per essere prigionieri delle schermaglie parlamentari. Lo scorso giovedì i 2 provvedimenti – FTA e tutela dei lavoratori – sono stati separati e il Congresso ha concesso a Obama la velocità esecutiva che richiedeva. Il Senato dovrebbe concedergliela nei prossimi giorni. Si conclude così una lunga maratona negoziale, nella quale le posizioni sono note. Il partito democratico è contro un accordo con i paesi asiatici. Il suo incubo è la delocalizzazione, la chiusura delle fabbriche costose e arrugginite negli Stati Uniti per investire dall’altra parte del Pacifico, dove i salari sono bassi e vincoli ambientali meno stringenti. Nella vigilia elettorale, l’anima popolare e intellettuale del partito democratico si è coalizzata: lavoratori, minoranze, sindacati, intellighenzia bostoniana, Nobel del calibro di Stiglitz e Krugman. Hanno timore di perdere il lavoro e di vendere alle corporation gli ideali statunitensi. Dall’altra parte i Repubblicani appoggiano i settori che dall’allargamento dei mercati e dall’abolizione delle barriere trarrebbero i più grandi vantaggi: Wall Street, Silicon Valley e le grandi aziende dei settori dove la proprietà intellettuale è più preziosa.

L’ennesima singolarità sta nella posizione del Presidente, nell’inedita situazione di sostenere un accordo che è rigettato dal suo partito e invece spinto dall’opposizione. Il secolare bipolarismo americano si arricchisce di un nuovo soggetto, appunto la Casa Bianca, che diventa contemporaneamente ago della bilancia e vittima dell’incertezza. Obama certamente non ha dimenticato le sue origini politiche nella metropoli industriale di Chicago; non ha tradito le sue convinzioni e non si è fatto blandire dai repubblicani pur di passare alla storia. Ha soltanto scoperto alla fine del suo doppio mandato che essere Presidente significa incarnare le ambizioni di una nazione, non soltanto quella di una sua parte o del suo partito. Deve dialogare con tutti e trovare una mediazione. La sua onestàintellettuale è fuori discussione, ma certamente quando incontra i presidenti delle grandi multinazionali ha orecchie più attente di quando interloquisce con la sua base elettorale. Rimane da capire se i suoi ex elettori se lo ricorderanno nelle urne.

L’immagine in testata è © Shutterstock
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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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