Quei mille miliardi che ci sono e non ci sono

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Il piano infrastrutturale da 1 trilione di dollari di Trump in realtà è il gioco delle tre carte in salsa USA

L’Economic Policy Institute (EPI) è un think tank non profit creato a Washington DC nel 1986 per includere le esigenze dei lavoratori americani a basso e medio reddito nelle discussioni sulla politica economica nazionale, al fine di garantire a ogni lavoratore un buon lavoro con una giusta remunerazione, oltre a un’assistenza sanitaria a prezzi accessibili e una sicurezza previdenziale. Epi, per raggiungere questi obiettivi, svolge ricerche e analisi sullo stato economico dei lavorativi, propone politiche pubbliche che proteggano e migliorino le condizioni economiche dei lavoratori a basso e medio reddito e valuta le politiche in relazione a come si riflettono sulla qualità socio-economica dei lavoratori.

In merito al programma infrastrutturale da 1 trilione di dollari sbandierato da Trump, siamo di fronte alla solita “bufala infernale”, peraltro simile al piano Juncker per la UE da 300 miliardi di euro: una “fuffa”, come ho detto mille volte, che non è servita a un cazzo e dove i soldi annunciati, in realtà, non si sono mai visti. Come in Italia, dopo che hai privatizzato le autostrade e l’energia, hai finito, sei arrivato alla canna del gas, perché mica puoi coinvolgere i privati a mettere i soldi nelle fogne pubbliche – con quale guadagno? – e neppure puoi arrivare a privatizzare le strade provinciali. E in America, a confermare i miei dubbi sulla bufala del piano di Trump, è Liz Rose, direttore della comunicazione di EPI, in un dialogo che vi sintetizzo.

Innanzitutto è demagogia pura perché naturalmente un simile investimento infrastrutturale negli USA sarebbe il benvenuto, da un lato perché il Paese in tal senso è carente e dall’altro lato perché è noto che per ogni 1 miliardo di dollari investito in infrastrutture si generano almeno 18mila posti di lavoro ben pagati. Inoltre la stratosferica somma di 1 trilione di dollari consentirebbe realmente di ammodernare un territorio che da decenni vede sotto investimenti a livello infrastrutturale.

Purtroppo, però, si rammarica Liz Rose, appena si studia con attenzione il piano di Trump, diventa subito evidente che non è serio e non porterà investimenti significativi nel Paese. Difatti, dal programma di Trump, di soldi effettivamente disponibili dai fondi federali vi sono “soltanto” 200 miliardi di dollari. Il resto dovrebbe venir fuori sfruttando il settore privato (“leveraging the private sector”), che in sostanza significa una montagna di soldi – 800 miliardi di dollari! – che non ci sono e che verranno fuori a vario titolo da contribuenti e utenti delle infrastrutture sotto forma di tasse, strade a pedaggio e altri progetti privatizzati, i cui profitti andranno ovviamente nelle tasche delle società private e non nei bilanci locali o statali.

Va be’, uno dice: meglio che niente… In realtà, il niente è dietro l’angolo, perché non sono veri neppure i 200 miliardi di dollari pubblici preannunciati da Trump! Nel senso che davvero disponibili – da bilancio 2018 – vi sono 61 miliardi di dollari mentre gli altri 139 miliardi di dollari dovrebbero arrivare da “surface transportation infrastructure”, ovvero altre “tasse”.

Ecco quindi che un programma di investimenti da 1 trilione di dollari diventa, al netto della propaganda trumpiana, di 61 miliardi: il 6% di quello che è stato promesso. Che a dire il vero è sempre molto di più di quello che è venuto fuori dal milione di posti di lavoro e dal Ponte sullo Stretto di Berlusconi e dalle chiacchiere di Renzi. Ma questo a Liz Rose non glielo dico.

La soluzione, negli USA, sarebbe tutto sommato semplice. Il mega piano infrastrutturale si può fare non privatizzando strade, aeroporti e strutture pubbliche, ma andando a prendere i soldi a Wall Street. Mentre da noi la Borsa di Milano vale due spiccioli. Detto ciò, va detto che la maggior parte delle infrastrutture non sono privatizzabili (possiamo immaginare di riuscirci per un 5-10%), anche per l’esperienza inglese, che ci insegna che finiscono comunque per essere sonore inculate per gli utenti. In pratica sono vent’anni che ci auto-inganniamo con il PPP (Public Private Partnership) perché funziona poco e male. Al massimo conviene privatizzare le utilities che ormai, però, sono già privatizzate in tutto il mondo. In conclusione, Trump scoreggia in libertà ma non fa neanche più puzza!

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor
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