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A Sangue Freddo: Truman Capote e il romanzo-verità

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In esergo al libro di oggi appare la seguente dedica:

“A Jack Bunphy e Harper Lee, con affetto e gratitudine”

Ed infatti, parlando de “Il Buio oltre la Siepe”, abbiamo visto il rapporto particolare esistente fra la scrittrice dell’Alabama e Truman Streckfus Persons, meglio conosciuto come Truman Capote (1924-1984): un rapporto strettissimo, nato da bambini, e raffigurato nel personaggio di Dill (“alto meno di un cavolo”), cui Harper Lee assegna il ruolo di amico dei fratelli Jem e Scout Finch nella bellissima storia che rappresenta ancora oggi uno dei libri più letti a livello planetario.

L’AMICIZIA CON HARPER LEE

Un ruolo, quello datogli da Harper, che Truman ebbe effettivamente, essendo stato praticamente suo vicino di casa, nelle sue varie peregrinazioni causate da una situazione famigliare complicatissima: nato a New Orleans dopo il divorzio dei genitori, la madre se ne va a New York e lui passa la sua infanzia presso parenti della madre proprio a Monroeville, in Alabama, la cittadina dove anche Harper viveva (e dove passò la sua vecchiaia, con la sorella, dopo la celebrità).

L’amicizia con Harper non durerà, purtroppo, ma la storia del giovane Truman è una storia molto “americana”: esile, gracile, dai modi effemminati, con quella vocetta acuta, egli è certamente in difficoltà nei chiusi ambienti della campagna del Sud, ma trova il modo, una volta raggiunta la madre a New York, di esaltarsi nelle “mille luci” di questa città, di frequentarne i salotti, e da fattorino al New Yorker riesce a costruire una carriera letteraria e poi televisiva.

Vorace, precocissimo lettore (già a 4 anni), grande conoscitore di letteratura, Truman scrive il primo racconto a 8 anni (dicono i ben informati), e nella Grande Mela ha avuto modo di realizzare il suo “sogno” di scrittore e di frequentarne i salotti letterari, anche se la giovinezza di persona problematica, rifiutata ed emarginata non lo lascerà mai e continuerà a caratterizzare la sua opera, come vedremo.

IL LIBRO

Il libro di oggi è stato l’ultima opera terminata da Capote: si tratta di “A Sangue Freddo” (noi abbiamo letto l’edizione Garzanti, pagg. 412, Euro 22): il libro è stato pubblicato nel 1965, 5 anni dopo il grande successo de “Il Buio Oltre la Siepe” che aveva reso famosa l’amica Harper Lee.

Il come catalogare questo libro è già di per sé un interessante tema di discussione: infatti, possiamo dire che Truman Capote inventa con quest’opera il “romanzo-verità”, come forse potremmo tradurre l’espressione “non-fiction novel”; e ci siamo già intrattenuti sul complesso rapporto fra verità storica e narrazione, sull’intersecarsi dei due piani, descrivendo l’opera di Paul Auster, di Michael Chabon, di Julian Barnes.

“Credo nella fondamentale verità della narrativa”

ha dichiarato quest’ultimo, e non c’è di meglio di questo libro per rappresentare questa dimensione del racconto, che fa sì che un caso di cronaca diventi narrazione, senza perdere il senso di quello che è, e cioè uno spietato incedere nell’abisso della tragedia e dell’abiezione della violenza di uomini verso altri uomini, donne, giovani.

Infatti A Sangue Freddo è un lungo ed accurato reportage giornalistico, che ha impegnato Capote come inviato del New Yorker e da cui poi è emerso questo enorme lavoro di ricostruzione minuziosa, durato sei anni: si tratta dell’omicidio di un’intera famiglia, i Cuttler, avvenuto nel 1959 ad Holcomb, in Kansas, ad opera di due uomini.

Ma se non sapeste di cosa si tratta, non vi accorgereste subito che questo romanzo è una storia vera: perché Capote lo scrive proprio come se fosse un romanzo, nessuna differenza. Descrive i personaggi, la loro storia, i loro sentimenti, la società in cui vivono: con una sorta di “montaggio incrociato” fa avvicinare i due assassini alla famiglia Cuttler ed al suo destino; li fa partire da lontano, Dick e Terry, e segue il loro avvicinamento al luogo del misfatto, che poi è un viaggio nella loro coscienza e storia personale, oltre che per le strade dell’America profonda e dei suoi paesaggi.

Piano piano Capote inizia a disseminare indizi, notizie, rapporti e il lettore si cala nel dramma: lo stile narrativo si fa più giornalistico, si aprono dei lunghi virgolettati con le storie dei testimoni (talvolta rese, ci informa l’autore,  “alla macchina della verità”); il che porta il lettore dentro questo devastante universo umano di un efferato crimine.

L’incipit ci porta dritti nel luogo geografico del fatto:

“Il villaggio di Holcomb sta sulle alte pianure di frumento del Kansas occidentale, un’area solitaria che gli altri abitanti del Kansas chiamano “laggiù”. Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, la campagna, con i suoi cieli azzurro intenso e l’aria trasparente e secca, sa più di Far West che di Middle West. L’accento locale ha acutezze da prateria, nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano pantaloni stretti da cowboy, cappelli Stetson, stivali a tacco alto e aguzzi in punta”.

Qui c’è la famiglia Clutter: il farmer e la moglie Bonnie con alcuni problemi di salute mentale, i figli, le torte, il circolo del paese, il diario intimo della ragazza, la chiesa, i sedicenni in automobile: è l’America, proprio lei, e Capote ce la restituisce in modo ben poco giornalistico, come abbiamo detto; si sofferma molto sulle storie, sui sentimenti, non registra in modo neutro, ci porta dentro l’animo di queste persone: la ricostruzione giornalistica ci viene così data in veste romanzesca.

Anche per Dick e Perry, ex galeotti, che si avvicinano inesorabilmente al loro obiettivo, partiamo da lontano, dalle frequentazioni in carcere: si danno poi appuntamento “on the road”, 1400 chilometri da fare per Holcomb; cercano una calza nera, e poi eccoli all’emporio, dove emerge qualche indizio di quel che progettano:

“Poi passarono alla fune. Perry studiò la merce, la provò. Un tempo era stato nella Merchant Marine, di cordami ne capiva ed era abile con i nodi … Si aprì un contraddittorio su quanti metri sarebbero stati necessari”.

I due ne discutono:

“C’è lui. Lei. Il ragazzo e la ragazza. E forse gli altri due. Ma è sabato. Potrebbero avere ospiti”.

Concludono il ragionamento, meglio prendere tutto il rotolo; e il narratore ci dà l’informazione, quasi a renderci complici di questa macabra avventura:

“Era lungo un centinaio di metri – per dodici più che abbastanza”.

L’incedere verso la tragedia, si diceva. Come quando viene descritta con dovizia la routine di bellezza della giovane Nancy Cuttler, a poche ore dal misfatto, quando si prepara ignara al giorno di festa:

“…mise fuori i vestiti che aveva in mente di indossare: calze di nylon, scarpe nere un vestito di velluto rosso – il suo più bello, che aveva confezionato lei stessa. Il vestito con cui fu seppellita”.

Questo tipo di lavoro – la ricostruzione giornalistico-romanzesca di un fatto di cronaca – ha avuto sicuramente altri notevoli e più recenti esempi: citiamo solo “Notizia di un sequestro” di Gabriel Garcia Marquez (Mondadori, 1996) e “L’Avversario” di Emmanuel Carrere (Adelphi, 2013).

Rispetto a questi, A Sangue Freddo ci pare un’opera più composita, ambiziosa, ariosa: un progetto di enorme complessità, portato a termine con la maestria del genio: parlando di come ha potuto conoscere approfonditamente Dick e Perry, i due assassini, Truman Capote ha dichiarato:

“li ho conosciuti meglio di come loro conoscessero se stessi”

e anche

“parlando con degli assassini, mi sono sentito quasi assassino di me stesso”.

.

E’ forse il pensiero dei deboli ed emarginati che è tornato in lui per fargli incontrare queste persone e raccogliere il loro racconto?

Certo, questo grande progetto tocca il senso profondo dello scrivere, per questo enfant prodige della letteratura, già sulla scena letteraria newyorkese a 25 anni, sul finire degli anni Quaranta:

“per me la letteratura è un esperimento di stile”

ha dichiarato ancora il nostro. Esperimento riuscito, piccolo gigante.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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