TTIP: Quel mal di testa che…

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Alexis Tsipras, la rockstar del momento in tour per l’Europa in coppia col suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, alza la polvere su quanti più livelli possibile per guadagnare il massimo spazio nell’ottica di una dura trattativa con la UE. Prevedibilmente il nuovo governo greco ha annunciato di voler respingere il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). La speranza è che siccome ne parla Tsipras, ora ne parlino anche i mezzi di informazione. Perché del TTIP se ne parla davvero poco (su Piano Inclinato ne abbiamo parlato qui).

La politicamente farraginosa Europa sta trattando con gli USA un accordo basato su abbattimento dei dazi, delle barriere non tariffarie e sulla condivisione di un mercato comune, per rendere reciprocamente più competitivi i loro prodotti per fronteggiare la concorrenza asiatica. L’accordo solleva svariate obiezioni, tra le altre spiccano l’incompatibilità tra filiera alimentare europea e le regole commerciali statunitensi (che privilegiano il principio delle Class Action), l’introduzione di tribunali privati per dirimere le controversie, spazi giuridici per le imprese per contestare le legislazioni locali restrittive e possibile estensione dell’uso degli OGM in Europa.

D’altra parte il Vecchio Continente è un mercato da quasi mezzo miliardo di abitanti, colti, liberi e che hanno capacità di spesa. Ma è anche la sede di attività commerciali, industriali e di servizi che soffrono sempre di più la concorrenza dei Paesi asiatici, che erodono costantemente le loro quote del mercato mondiale.

L’Italia in particolare ha bisogno di trovare tutte le facilitazioni possibili per tornare ad esportare come un tempo. Le spinte verso un’ipotetica moneta locale da poter svalutare per il rilancio delle esportazioni non tengono conto del fatto che l’economia italiana è cambiata molto dagli anni in cui era fortemente orientata ad essere una economia manifatturiera di trasformazione:

Soltanto la metà delle grandi imprese italiane esporta i propri prodotti, e la quota scende via via che si riduce la dimensione dell’impresa osservata. e ben sappiamo quanto la nostra economia sia ricca di piccole e micro-imprese.

Sulle sponde del Pacifico si sta consolidando tra gli USA ed 11 Paesi asiatici il TPP (Trans-Pacific Partnership) che crea un’area di libero scambio che minaccia di emarginare l’Europa. Una minaccia che non può essere trascurata, facendo prevalere obiezioni locali -alcune lecite e ragionevoli, altre radicali come definire il TTIP “una pietra tombale sulla democrazia e sulla salute”- sulla realizzazione di un accordo efficace con gli Stati Uniti.

Le economie Atlantiche, insieme, rappresentano ancora il mercato più grande e ricco del mondo, visto che valgono il 75% dell’attività finanziaria globale e più del 50% del commercio mondiale, con la possibilità di incrementare ancora le quote includendo Canada, Messico e Turchia.

E’ più che giusto valutare tutti gli aspetti del TTIP soppesando le criticità ed il loro costo sociale, ma l’esercizio non deve diventare ideologico, dimenticando di calcolare il costo che deriverebbe dal far saltare le trattative. Un costo che non sarebbe solo commerciale, mettendo a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro e contribuendo ad alimentare il declino del tenore di vita dei cittadini europei, ma anche politico: la sigla del TTIP spegnerebbe le istanze di abbandono della UE da parte del Regno Unito, ad esempio, porterebbe gli USA a rivolgersi verso l’Asia, facendo allungare sull’Europa l’ombra della Russia di Putin.

C’è dunque in ballo anche il ruolo geopolitico del Continente nello scacchiere globale.

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I punti da chiarire e risolvere all’interno del TTIP sono ancora molti, ed è una grande sfida quella di risolverli durante quest’anno. Ma l’Europa deve vedere in questa situazione anche l’occasione di scoprirsi più decisionista, dopo aver tastato con mano il costo dell’indecisione politica in questi anni di Crisi. L’anno 2016, infatti, sarà un anno elettorale negli USA ed il dialogo fra la Presidenza ed il Congresso americano arriverà ai minimi termini, rendendo più difficili le cose.

Un mercato molto importante per l’Italia è quello alimentare, dove -a differenza delle altre grandi economie continentali- manca un soggetto rilevante nella Grande Distribuzione. Non esiste nulla di paragonabile nel nostro Paese alla francese Carrefour o alla britannica Tesco, che possa esportare i prodotti nazionali delle nostre micro imprese in punti vendita esteri.

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Un piccolo mercato di piccole imprese, in un contesto di grandi aree di libero scambio da cui fosse emarginato, diverrbbe rapidamente terra di conquista. Il know-how italiano in diversi settori è una preda ambita, ma è anche un patrimonio inestimabile del Paese più bello del mondo

Farcelo portar via restando piccoli per timore di perderci nel diventare grandi, per la paura di non riuscire a formalizzare un accordo “perfetto” potrebbe rivelarsi come il più tragico errore strategico, con ricadute di lunghissimo termine. Meglio tenerne conto mentre si valutano tutti i difetti di un compromesso  transatlantico.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi si occupa di Private Banking.

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One thought on “TTIP: Quel mal di testa che…

  1. paolo barni il said:

    Magari la Russia potesse estendere le proprie relazioni commerciali con l’Europa, altro che USA con il LORO TTIP! Per contrastare il declino di cui scrive, iniziamo a cancellare le sanzioni utili solo agli interessi geopolitici americani , che stanno contribuendo a soffocare il Vecchio Continente. State tranquilli che un accordo con gli USA favorirà in primis loro stessi, e proprio perché si tratta di un mercato incolto dal punto di vista alimentare, i nostri DOP e DOC non varranno un fico secco; d altra parte non esiste nemmeno più negli USA una ricca classe media disposta a spendere per prodotti di moda…al contrario della Russia: andate a chiederlo alle innumerevoli aziende europee stramazzate per le sanzioni commerciali idiote, e per l incapacità di concepire un mondo multipolare dove gli USA non sono più i soli attori.

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