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Tutti i lavoratori sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

La decisione di non estendere il jobs act ai dipendenti pubblici è squisitamente politica. Checché ne dicano membri del governo o del parlamento o argomentino i commentatori, in difesa o all’attacco dell’esecutivo, o gli altri protagonisti, a cominciare dai sindacati. Né mani legate né poteri forti in manovra sotterranea per azzoppare le riforme. A testimoniare che di scelta politica si tratta, e che come tale vada giudicata, che piaccia o meno, ci sono una serie di prove. Dirette e indirette.

Tra quelle indirette, la più eclatante, è l’attribuzione che Matteo Renzi si è dato del merito dell’esclusione degli statali dall’applicazione delle norme del decreto sul lavoro. Dopo aver reagito di primo impatto all’approvazione dei decreti attuativi, la vigilia di Natale, scaricando la patata bollente – “deciderà il Parlamento”, aveva detto il presidente del Consiglio – Renzi ha annusato l’aria, intuito da che parte tira il vento e in occasione della conferenza stampa di fine anno ha soffiato nel megafono assicurato dalla presenza di tanti giornalisti: si è battuto una mano sulla spalla rivelando che

“sono stato io a non volere gli statali nel Jobs act”.

Ma in fin dei conti si tratta solo di una dichiarazione, sebbene rilasciata in un’occasione ufficiale e perfettamente in linea con lo stile e la strategia di comunicazione del premier, che in un sol colpo ha spinto indietro di mezzo secolo parrucconi e riportoni, legati a format comunicativi stantii e sorpassati, ancora parecchio diffusi, ma ormai poco efficaci. Un po’ come la Tv generalista.

Più convincenti sono le prove dirette, a cominciare da norme e leggi. A stabilire la sostanziale parità tra lavoro privato e pubblico è la legge 300 del 1970, nientepopodimeno che lo Statuto dei lavoratori, che all’articolo 37 sancisce come

le disposizioni della presente legge (Statuto dei lavoratori, ndr) si applicano anche ai rapporti di lavoro e di impiego dei dipendenti da enti pubblici che svolgano esclusivamente o prevalentemente attività economica. Le disposizioni della presente legge si applicano altresì ai rapporti di impiego dei dipendenti dagli altri enti pubblici, salvo che la materia sia diversamente regolata da norme speciali”.

Che in soldoni significa che eventuali disparità nei rapporti di lavoro tra pubblico e privato non discendono dal cielo e nemmeno derivano da principi del diritto naturale, ma sono frutto di norme speciali, ossia di scelte del legislatore. Per ribadire il concetto il secondo comma dell’articolo 51 del Testo unico del lavoro pubblico (Tulp) – il decreto legislativo 165 del 2001 – chiarisce che “la legge 20 maggio 1970, n. 300, successive modificazioni ed integrazioni si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero di dipendenti.

Peraltro, paradossalmente, il licenziamento per motivi d’esubero, e quindi assimilabili a quelli economici, a fronte di un’indennità pecuniaria, sia collettivo sia individuale, era già stato delineato dalla legge di Stabilità 2012 per il lavoro pubblico ancor prima che per quello privato. In particolare l’articolo 16 della legge 183 del 2011 modificava l’articolo 33 del Tulp, introducendo una complessa procedura per la riduzione del numero di dipendenti pubblici in eccesso. Procedura le cui farragini sono aumentate invece di diminuire con le successive modifiche, e che nei fatti non è mai stata applicata.

A completare il quadro la giurisprudenza non è lineare e univoca sul tema: tra le sentenze della Corte costituzionale si possono trovare decreti sia a sostegno sia contrari alla “parità” del lavoro pubblico e privato. Una tessera in più per completare il puzzle e una conferma ulteriore l’esclusione degli statali dalle norme del Jobs act.

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La partita non è comunque terminata. Lo stesso Renzi ha rilanciato la palla in campo con un traversone destinato al ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione Marianna Madia, nel cui ddl di riforma della Pa verranno inserite anche le norme riguardanti il pubblico impiego. Attenzione: si tratta di un disegno di legge e non di un decreto, e pertanto i tempi non saranno necessariamente brevi. E visti i precedenti, anche normativi, ci si può attendere veramente di tutto. Anche, nella più malaugurata delle ipotesi, che la dicotomia tra lavoratori pubblici e privati resti in piedi.

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Pubblicato da Vittorio Zirnstein

Vedo cose e faccio, gente! Giornalista, ex direttore di Finanza&Mercati, Borsa&Finanza e Tuttofondi, mi occupo di economia, finanza e di tutto ciò che mi attira

3 Risposte a “Tutti i lavoratori sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”

  1. Non sono un tecnico della materia ma credo sia evidente che il lavoratore pubblico abbia finora avuto un trattamento diverso da quello privato.
    La tesi dell’autore è che questa asimmetria sia sempre e comunque a vantaggio del pubblico rispetto al privato.
    Mi permetto di far notare che, prendendo in esame altri elementi, la situazione si inverte. Malgrado la legge 165 del 2001 abbia equiparato quasi completamente il dip pubblico ad uno privato per molti aspetti, al dipendente pubblico si applica ancora l’incompatibilità degli incarichi (art. 60 T.U n.3 /1957) motivo per cui è ad Esso preclusa, salvo specifica autorizzazione, qualsiasi altra attività con poche eccezioni. Qualcuno si è mai posto il problema del permanere di questo divieto?
    La questione a monte in ogni caso dovrebbe essere se ha senso equiparare le due categorie di lavoratori, visto che i due datori di lavoro, l’Impresa e lo Stato, hanno profonde differenze: lo Stato non ha la missione di massimizzare i profitti mentre ha alcuni vincoli, ad esempio di pari opportunità e di trasparenza, che non necessariamente si applicano al privato.
    D’altro canto lo stesso tentativo mal riuscito di porre un freno agli stipendi dei manager di Stato è che dovrebbe prevalere lo spirito del civil servant a quello di normale rapporto di lavoro.
    Le differenze di trattamento tra lavoratori, imho, derivano dalla differenza sostanziale tra i “datori di lavoro”.

  2. Mi spiace non essere stato chiaro: io non sostengo che le asimmetrie di trattamento tra lavoro pubblico e privato siano sempre ed esclusivamente a vantaggio del primo e a scapito del secondo. Nel pezzo mi limitavo a constatare che la non applicazione del job act al settore pubblico – considerata coralmente un’asimmetria di trattamento a favore di quest’ultimo, se giustamente o meno si potrebbe discutere – è stata una scelta politica, non un dovere né una necessità.
    Che poi la gestione del lavoro nel pubblico possa essere fatta meglio, magari con un occhio più attento alla produttività del lavoro e meno a scopi redistributivi o, peggio, clientelari, ne sono convinto. Vedremo cosa ci riserverà il ddl Madia.
    La prossima volta cercherò di spiegarmi meglio!

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