Tutto in una notte

“Che roba brutta, diventar vecchi e soffrire d’insonnia, così hai un mucchio di tempo per ricordare tutto quello che non c’è più.

Per esempio, una volta, in via Zuccoli e in via Lesa, ci venivano le pecore a pascolare, le trovavi fino a Greco, verso Cassìna di Pomm e la Martesana, dove c’erano anche le mucche nei prati. E già, c’erano perfino i prati. Ma son scemo, che ho nostalgia delle pecore a Milano? No, è solo quel tempo che mi manca, lo so bene. Poco prima di Natale davanti a casa nostra in via Gluck passavano gli zampognari abruzzesi e portavano le loro nenie sempre un po’ malinconiche, nonostante le intenzioni festose. Razze ormai estinte, a Milano, tanto le pecore quanto gli zampognari: come i milanesi, per la verità. Poi il clima è cambiato, non ci sono più quei nebbioni da perder la strada di casa, e quest’aria tiepida alle cinque del mattino, a metà di dicembre, sarà mica una cosa normale”.

L’Ambrogio Viscardi non riusciva a dormire e per non disturbare la moglie Luisa quando non ne poteva più di stare fermo nel letto si rivestiva, prendeva i suoi reumatismi, i suoi malumori e i suoi settantacinque anni e andava a camminare. Prendeva anche il cane, giusto per non fare la figura dell’anziano pirla che passeggia all’alba parlando da solo: Veleno, il vecchio boxer, lo seguiva per amicizia ma senza particolare entusiasmo, soprattutto d’inverno. Il nome del cane non intendeva alludere alla sua eventuale cattiveria, peraltro mai resa manifesta, ma voleva celebrare Benito Lorenzi, strepitoso attaccante dell’Inter dal 1947 al 1958, detto Veleno per i suoi formidabili dribbling. Perché il Viscardi era ferocemente, inguaribilmente interista

Era ancora buio pesto e da via Gluck prese per via Sammartini, fece un tratto di viale Lunigiana e svoltò su via Ferrante Aporti: nei Magazzini Raccordati, costruiti negli anni ’30 all’interno della massicciata dei binari della Stazione Centrale per il magazzinaggio dei materiali di costruzione ed in seguito sede di molte attività commerciali ed artigianali, i depositi di giornali erano già aperti. Nel 1986 su via Ferrante Aporti e su via Sammartini nei vetusti Magazzini sopravvivevano ancora diversi esercizi attivi: per lo più depositi all’ingrosso di alimentari, vini, liquori, ma anche carrozzerie, elettrauto, carpentieri e falegnami, qualche palestra, depositi per lo smistamento di riviste e quotidiani. Durante gli orari di apertura c’era un certo movimento, ma la notte quelle due lunghe vie non erano ben frequentate.

Di lì a poco avrebbe fatto giorno e il Viscardi, il quale conosceva tutti i “giornalisti” (così li chiamava) della via, si fermava a scambiare quattro chiacchiere con ognuno di loro. Si tirava mattino e ci scappava il caffè, e poteva mollare Veleno e lasciare che andasse alla ricerca di tesori olfattivi, il naso incollato a terra. Trovò strano, il Viscardi, che un taxi giallo procedesse lentamente a fari spenti su via Ferrante Aporti, a quell’ora. Aspettò che girasse su viale Lunigiana, poi lasciò andare il cane.

Più o meno nello stesso istante in cui l’uomo si era deciso a considerare chiusa una notte che, tanto per cambiare, aveva portato solo inutili e triti pensieri, davanti al Ponte di San Cristoforo anche Vittoria Bonfadini aveva dovuto rassegnarsi al fatto che il venerdì notte stava scivolando nel sabato mattina e non aveva nemmeno rimediato un passaggio per tornare a casa.

Per i trentenni single di Milano il venerdì  era la serata migliore per incontrare gente, che era un modo elegante per dire “rimorchiare”: nei locali giravano pochi provinciali e poche coppie, categorie che prediligevano il sabato sera. Così al Plastic come all’Amnesy, al Vogue come al Primadonna o all’Old Fashion si poteva assistere alle strategie di caccia più collaudate, originali, raffinate o grossolane, senza che echeggiasse un solo sparo. Non all’interno dei locali, perlomeno.

Però quella sera la bella Vittoria – perché era bella davvero, alta e proporzionata, una faccia un po’ slava, con gli zigomi alti e la bocca grande, gli occhi chiari e i capelli lisci e biondissimi, ed era sempre tutta fasciata di nero, abitini corti e attillati, tacchi alti e grandi orecchini da gitana – dopo aver svolazzato tra l’uno e l’altro senza sapersi decidere, era stata mollata dall’amica con la quale era uscita. La quale, essendo poco selettiva, difficilmente tornava a casa da sola. D’altronde, gli accordi con l’amica, che abitava al piano di sotto nello stesso condominio in Comasina, erano chiari: si usciva insieme con l’auto di una delle due a turno, ma il ritorno non era garantito.

Così si era aggregata ad una compagnia che, lasciato il Primadonna, da Via Verri si era trasferita in un locale in San Cristoforo dove la nebbia era all’interno per le innumerevoli sigarette che si consumavano velocemente, come la notte, i discorsi e le velleità, per lo spuntino notturno a base di parmigiano e champagne, ma l’unico amico che avrebbe potuto accompagnarla a un certo punto si era dileguato con una tipa. In realtà l’amica si era offerta di lasciarle l’auto, ma Vittoria da qualche tempo non se la sentiva di tornare a casa da sola di notte. Precisamente da quella notte di maggio in cui era stata aggredita da un ragazzo dai lunghi capelli biondi.

La Comasina, periferia nord ovest di Milano, ai confini con Quarto Oggiaro, Novate Milanese, Affori e Cormano: inospitale e  vendicativa al pari di ogni periferia milanese, famosa per le gesta di Renato Vallanzasca e della sua banda negli anni ’70.

In via Santuario del Sacro Cuore i condomini erano raggruppati in cortili privi di recinzione, all’interno dei quali la viabilità era regolata da grandi aiuole piantumate, lungo le quali era possibile parcheggiare le auto. A condizione di trovare posto, e verso le quattro di una notte che oramai era giorno, poteva capitare di dover posteggiare ad una certa distanza dal portone di casa. E in quell’alba imminente di maggio, con le foglie degli alberi che bisbigliavano, dolcemente agitate da una brezza tiepida e vagamente profumata, Vittoria aveva ascoltato risuonare nel silenzio il ticchettio concitato dei suoi tacchi sull’asfalto. Si era accorta del ragazzo appoggiato alla fiancata del furgone solo quando gli era passata davanti, e aveva già in mano le chiavi per aprire il portone.

Qualcosa era scattato nel suo cervello e aveva fatto uno scatto da centometrista stringendo le chiavi nel pugno – poche decine di metri la separavano dalla meta – e subito dopo si era sentita afferrare per un braccio, sospinta dalla pressione di un corpo sconosciuto ed ostile contro il suo, fiato caldo sulla nuca e un odore di limatura di ferro e di panni umidi. Si era divincolata con la forza che può derivare dal panico, quando non ti immobilizza, era riuscita a sfuggirgli e ad infilarsi su una scala il cui ingresso era spalancato – benedetto l’inquilino negligente – e si era attaccata al campanello di un appartamento al pianterreno, gridando e pestando pugni sulla porta. Era stato sufficiente per mettere in fuga l’aggressore – aveva fatto in tempo a notare una lunga coda bionda ondeggiare sul giubbotto di jeans – e per farsi mandare al diavolo dagli abitanti di tutta la scala D.

Quell’episodio, i cui possibili sviluppi avevano turbato i suoi sonni per molte notti, aveva minato pesantemente la sua superficiale baldanza di bella ragazza indipendente ed autosufficiente, e aveva smesso di tornare a casa da sola.

Originaria dell’Oltrepò Pavese, dove la sua famiglia viveva in una cascina dove c’erano ancora le mucche e le pecore, dopo il diploma di Segretaria d’azienda aveva avuto la fortuna di essere assunta (grazie alla raccomandazione di uno zio prelato e alla sua bella presenza) presso una società milanese che si occupava di affissioni pubblicitarie ed aveva gli uffici in via Giulini, all’angolo con via Dante, proprio sopra al bel negozio di Richard Ginori. Si era presto stufata di passare la vita sul treno uscendo all’alba e rientrando a casa ad orari impossibili, e sempre grazie all’intervento dello zio prelato aveva potuto subentrare nel bilocale dell’Istituto Autonomo Case Popolari alla Comasina, occupato da una parente appena defunta.

Impiegata diligente ed ottusa, era dopo poco diventata segretaria dell’Amministratore Delegato grazie alle confidenze che di tanto in tanto gli concedeva di prendersi, e a furia di sentirsi ripetere che bella com’era avrebbe potuto pretendere ciò che voleva dalla vita, aveva finito per crederci, il che parrebbe confermare il sospetto che quando la sorte è generosa nell’elargizione di certe doti, per una sorta di compensazione si dimostra poi carente nell’attribuzione di altre.

Così, in quella mite notte di dicembre, la bella Vittoria aspettava il taxi che aveva chiamato dal telefono del fumoso locale ed osservava il Naviglio che scorreva menefreghista  e buio sotto il ponte di San Cristoforo, mentre scuoteva la testa nel tentativo di allontanare la puzza di fumo dai serici capelli biondi e i lunghi orecchini pendenti tintinnavano come i sonagli di certi giocattolini da neonati.

Quando Gilberto aveva sentito il messaggio dalla centrale operativa per una vettura su Alzaia Naviglio Grande aveva immediatamente risposto. Si trovava sul piazzale della Stazione di Porta Genova, e a quell’ora in cinque minuti sarebbe arrivato: aveva bisogno di clienti, perché quella notte era andata proprio male, e se non arrotondava il misero fisso con le percentuali sulle corse non riusciva nemmeno a pagare l’affitto della stanza con bagno sul ballatoio nella derelitta casa di cortile in fondo a via Gluck, dove la strada lunga e stretta si incrocia con via Lesa.

C’era solo una ragazza all’indirizzo segnalato, e infatti si avvicinò subito all’auto, aprì la portiera e si sedette sul sedile posteriore. Gilberto si girò, la guardò e le chiese:

“Dove la porto?”,

ma quando lesse sul suo volto l’espressione di attonito disgusto che conosceva così bene si ripiegò su se stesso e sentì di nuovo il furore che montava in un rigurgito acido: lo dominò e lo trattenne, rigirandoselo in bocca come un boccone amaro che non avrebbe ingoiato.

Persino sua madre aveva avuto orrore della sua deformità, e trentacinque anni prima in una notte di primavera lo aveva abbandonato non molto lontano da lì, davanti alla sede della Canottieri Olona, dentro una cassetta di legno e avvolto in una lurida copertina. Il suo volto era deturpato da un labbro leporino che gli otturava parzialmente il naso dal setto vistosamente deviato, e anche dopo un intervento al quale lo avevano sottoposto negli anni in cui era ospite dei Martinitt, l’antico orfanotrofio all’Ortica, la situazione non era migliorata di molto, a parte il fatto non trascurabile che respirava meglio: il naso rimaneva camuso e sbilenco, il labbro superiore sollevato sugli incisivi lunghi, storti e macchiati, tutto il suo viso appariva disassato, e parlava con difficoltà a causa della deformazione del palato.

Dopo una serie di lavori umili e malpagati, aveva trovato impiego presso una cooperativa di vetture di piazza, ma gli facevano fare esclusivamente il turno di notte. Gilberto era sempre stato solo senza riuscire a farsene una ragione, e da qualche tempo la sua tristezza incancrenita era mutata in una rabbia impotente ed erosiva. Nelle giornate in cui non gli riusciva di dormire, perché ancora non si era abituato  a regolare il sonno secondo la necessità invece che assecondando un ritmo naturale, si struggeva dal desiderio di avere qualcuno con cui parlare, con cui passare del tempo, qualcuno che non ascoltasse il suo eloquio sibilante mosso solo dalla compassione, come il buon Don Luigi della Chiesa del SS Nome di Maria, vicino all’orfanotrofio di via Pitteri.

Aveva cercato di spiegarlo anche a quella giovane prostituta raccolta quella sera sulla Paullese, quando si erano appartati in auto e lei aveva incominciato subito a spogliarsi. Lui l’aveva fermata con un gesto della mano:

“…no, aspetta: voglio solo parlare…”.

Lei lo aveva guardato per un attimo con annoiata curiosità.

“Se vuoi fare della conversazione, la tariffa raddoppia”.

“…e perché?”

La ragazza era banalmente carina e aveva un’aria assurdamente pulita, e dato che la sua carne era tenera per la giovane età ma il suo animo era già coriaceo, aveva risposto:

“Perché mi tocca stare a guardarti in faccia mentre biascichi”,

e lui aveva colto una deliberata crudeltà così meschina, nelle sue parole, e allora la rabbia aveva preso il sopravvento.

Gilberto era un uomo robusto e forte, e il primo pugno che si era abbattuto sul faccino da furetto della ragazza le aveva rotto il naso e riempito la bocca di sangue, e mentre lei strillava l’aveva trascinata fuori dall’auto, dove aveva continuato a colpirla con violenta determinazione, fino a quando non era stata che un inerte fantoccio insanguinato tra le sue mani. Allora si era fermato e aveva freddamente osservato il suo viso irriconoscibile, e aveva solo pensato che per la prima volta nella sua vita si sentiva davvero bene.

Era stato in quel momento che aveva compreso di avere varcato una soglia ed imboccato un corridoio oscuro che lo avrebbe condotto irreparabilmente lontano: era crollato un argine nel suo animo, e lo schianto era stato spaventoso, e cupo il fragore distruttivo che era succeduto, ma era troppo tardi per tornare indietro.

Era risalito in auto, si era rimesso sulla Paullese ed era tornato in città, un poco stupito della sua calma e delle sue mani ferme. Avrebbe dovuto passare da casa a cambiarsi, poi si sarebbe avvicinato al centro, dove c’erano più probabilità di effettuare qualche corsa notturna.

La bella Vittoria, che era solita squadrare con sprezzante alterigia gli uomini che la avvicinavano, normalmente più che presentabili, ma lei aveva sempre la sensazione che avrebbe potuto trovare di meglio, aveva considerato che quel tassista era il finale beffardo di un venerdì sera insolitamente deludente. Al Primadonna aveva incontrato Maurizio, il giornalista della Gazzetta dello Sport con il quale aveva trascorso una notte piuttosto movimentata lo scorso venerdì. Salutandolo il mattino dopo, gli aveva lasciato il suo numero di telefono, e per tutta la settimana aveva pensato allo spazioso appartamento arredato con professionale stile minimalista in Corso di Porta Romana ed al fisico atletico di Maurizio, aspettando una sua telefonata.

Che non era arrivata. E quando lo aveva veduto quella sera,  lui l’aveva salutata con un cenno frettoloso della mano mentre sorbiva un gin tonic, e poco dopo se ne era andato. Ed ora questo tipo dall’aspetto orribile e dallo sguardo vuoto.

La ragazza non era particolarmente intelligente, ma poiché era abituata a giocare il consapevole ruolo di preda che poteva permettersi di scegliere i cacciatori, aveva un discreto senso del pericolo, e dunque si sentiva inquieta. Accorgendosi che la vettura aveva imboccato via Ferrante Aporti, deviando da qualsiasi possibile percorso per la Comasina, la sua inquietudine si era illividita ed era trascolorata in paura.

“…scusi, perché ha girato di qui?”

La sua voce era suonata incerta, falsata da una nota stridula, e nella via deserta e silenziosa alle cinque di un mattino di metà dicembre, il suo cervello aveva registrato in maniera autonoma e dissociata l’immagine fuggevole di due ragazzi che si bucavano sotto la luce fioca e giallastra di un lampione e la mancanza di qualsiasi illuminazione natalizia, perché forse lì il Natale non sarebbe mai arrivato.

Quando l’auto aveva accostato e si era fermata in un tratto buio, di fianco alle cassette e ai materiali d scarto del vicino ingrosso di pesce, il panico era stato stavolta paralizzante e sul cervello non particolarmente brillante della bella Vittoria era calato il sipario.

Gilberto aveva osservato il terrore nei suoi occhi spalancati, e aveva pensato che anche così era davvero molto bella e forse, almeno per qualche istante, contemplando nel buio quella pelle tenera e candida mentre le sue dita callose si stringevano attorno all’esile, delicato collo, l’aveva addirittura amata. Poi, ne aveva abbandonato il perfetto ed inutile involucro in mezzo agli scarti puzzolenti di pesce, un fiore  gettato sopra ai rifiuti, e gli era sembrato che quell’immagine terribile sprigionasse tuttavia un che di poetico, e palesasse quanto a volte il destino possa essere derisorio.

Erano quasi le sei del mattino ma era ancora buio, quando il Viscardi udì all’improvviso una gran cagnara. Allora interruppe  la chiacchierata con il Peppino, il quale con una sigaretta penzolante all’angolo della bocca lanciava pacchi di quotidiani legati con lo spago sul pianale del furgone, e prese a fischiare – due brevi, uno lungo – per richiamare Veleno. Dopo un poco lo vide arrivare di gran carriera, inseguito da due bestiacce che scorgendo lui e il Peppino effettuarono un rapido dietrofront.

“…dai, Veleno, che non hai più l’età per queste imprese! Ma cos’hai in bocca che tintinna, un campanello? Fai vedere, molla!”

E Veleno, che era un po’ vecchio e ormai la sua bella figura con quei cagnacci l’aveva fatta, mollò volentieri e si sdraiò con la lingua a penzoloni, consegnando il suo bottino nelle mani del Viscardi, che ci mise un poco a capire che attaccato al grande orecchino a cerchio con tutti quei pendaglietti colorati c’era un orecchio: quasi intero, perché i denti di un cane, per quanto vecchio, sono pur sempre  i denti di un cane.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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