Un amore

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Il ragazzo prese uno straccio pulito da uno scaffale nel ripostiglio, lo stese per bene sul tavolo del tinello e vi depose premurosamente il corpo senza vita del piccolo pennuto.

Lo aveva trovato rannicchiato e pigolante sotto uno striminzito alberello nel cortile dietro il caseggiato nel quale abitava, al numero 35 di via Pascarella. Un’ala penzolava semiaperta ed inerte, forse era stato inseguito da qualche gattaccio randagio, o anche da uno dei grossi topi che popolavano i vani per la raccolta delle immondizie nei quali finivano i rifiuti gettati nelle apposite bocche poste sui balconi degli appartamenti: erano talmente grossi e pasciuti da riuscire a mettere in fuga anche qualche felino. Aveva cercato di curarlo e di nutrirlo, ma l’uccellino mangiucchiava appena e lo guardava con gli occhietti attoniti e tondi che si facevano sempre più opachi. Appena un paio di giorni più tardi, lo aveva visto adagiarsi su di un fianco e rimanere immobile.
Spense la radio interrompendo bruscamente Battisti che cantava il suo ultimo successo,
“…anche per te, vorrei morire ed io morir non so…”
perché d’altronde era già abbastanza triste.

Reggendo con delicatezza il minuscolo involto, uscì di casa, si incamminò su via Amoretti e si diresse a piedi verso la Stazione delle Ferrovie Nord. Poco prima dell’ingresso, prese la strada sterrata a destra che procedeva parallela ai binari e dopo un lungo tratto giunse alla Cava Cabassi.
Si trattava di un’antica cava di ghiaia alimentata da acque sorgive limpidissime e pure, tanto che sul fondo vi si trovavano dei gamberetti bianchi, e che si estendeva fino ai confini con la Bovisasca. Era popolata da persici, carpe, alborelle e scardole e frequentata dai pescatori iscritti all’Associazione di Pesca Sportiva alla quale il Comune l’aveva affidata in gestione.
Tutto attorno vi era un’ampia zona erbosa con alcuni bassi cespugli, e quando trovò un punto dove il terreno gli sembrava abbastanza soffice prese la zappetta che aveva portato con sé, scavò una buca e vi seppellì il passerotto.

“Addio, piccolo. Perlomeno, non sei morto da solo”.

Tornò a casa che il sole stava già tramontando dietro ai tetti di quelle file di tristi casamenti: le giornate si stavano accorciando velocemente, presto sarebbe stato ottobre e sarebbe ricominciata la scuola.

Bruno e Ornella Martignoni si erano trasferiti a Quarto Oggiaro con il figlio Dario di cinque anni all’inizio degli anni ‘60, quando avevano ottenuto dal Comune l’assegnazione di un alloggio nelle case popolari nel rione alla periferia nord ovest di Milano. Erano stati contenti di lasciare la vecchia casa di ringhiera in Corso San Gottardo con i servizi sul ballatoio e la puzzolente stufa a kerosene in cucina: il nuovo appartamento aveva tre locali ben disposti, i termosifoni, un bel balcone e un bagno con una grande vasca. Il caseggiato si trovava nelle immediate vicinanze della fermata del bus 57, che passava da Piazza Firenze e via Canonica e proseguiva fino in Piazza Castello, e della stazione della linea Milano-Saronno delle Ferrovie Nord.
Vi si potevano trovare diversi negozi e vi era anche un mercato comunale coperto, ma negli anni immediatamente successivi dovettero imparare a convivere con la violenza ottusamente crudele delle bande di ragazzini che a carnevale riempivano di sabbia i manganelli giocattolo o che si divertivano a stanare i gatti vagabondi per sottoporli alle più aberranti torture, ai giovani che la sera si bucavano sotto la luce giallastra dei lampioni, alla criminalità organizzata che si spartiva il territorio e ogni tanto ci scappava qualche sparatoria.
Impararono a non mescolarsi, a cambiare negozi, a cambiare marciapiede. Bruno era caporeparto all’Alfa Romeo al Portello ed era via dal mattino alla sera, mentre Ornella era casalinga e vigilava sulle frequentazioni del figlio come un gendarme, e quando terminò la scuola media vollero iscriverlo ad una scuola fuori dal quartiere: scelsero l’Istituto Tecnico Carlo Cattaneo di Piazza Vetra, dal quale sarebbe uscito geometra.

Dario fece fatica ad alzarsi dal letto quella mattina: sebbene fosse ormai al quarto anno al Cattaneo, durante le lunghe vacanze estive aveva tutto il tempo di disabituarsi alla sveglia alle sei e mezza. Trangugiò il tazzone di caffè d’orzo bollente, si preparò e corse fuori di casa. L’aria ormai era fresca e umida al mattino, e una foschia leggera stava sospesa a pochi centimetri dalla sterpaglia del gerbido che costeggiava la strada verso la stazione.
Quando salì su uno degli ultimi vagoni dell’affollato treno delle sette e dieci sorrise tra sé pensando alla raccomandazione della mamma

“…e non fumare, che costa e ti fa male”,

peraltro disattesa già dal secondo anno delle superiori, seppure con misura: perché nei vagoni di quei convogli, tanto in quelli di seconda classe che negli unici due di prima, salendo a Quarto Oggiaro ci si trovava immersi nella nebbia densa e puzzolente esalata dalle sigarette dei numerosissimi fumatori. Fortunatamente per arrivare a Cadorna, dove avrebbe preso il bus 94 per Piazza Vetra, vi erano solo tre fermate, ma in certe giornate di pioggia il puzzo che appestava quegli ambienti, dove il fumo si sommava all’odore di panni umidi e all’afrore di troppi corpi poco avvezzi all’uso di acqua e sapone, figurarsi di deodorante, era insopportabile.

Quella mattina si trovava abbarbicato al palo di sostegno appena dietro alla porta, schiacciato tra un uomo basso e tarchiato che reggeva una grossa borsa con qualcosa di puntuto che gli stava perforando uno stinco ed il controllore, che si penzolava all’infuori per verificare che tutti i passeggeri fossero saliti e che le porte fossero chiuse. Vide la ragazza correre sul marciapiede, una figurina sottile ed affannata, una corsa goffa, impacciata dalla borsa di tela a tracolla che sbatacchiava su un fianco e dalle zeppe spropositate delle scarpe. Arrivò davanti alla porta, e mentre il controllore diceva

“…mi spiace, è troppo pieno, è meglio se aspetta il prossimo”,

lui tese d’impulso il braccio e quando lei afferrò la sua mano la strattonò verso di sé e spintonò con decisione l’uomo che aveva davanti per farle spazio.
Il controllore chiuse la porta ed il treno prese a muoversi, lasciando la stazione di Quarto verso la Bovisa, mentre Dario respirava la fragranza lieve ed asprigna che emanava il corpo esile della ragazza, incollato al suo al punto da lasciargli percepire il battito del cuore, precipitoso come quello di una delle tante bestiole ferite e spaventate che era solito tenere tra le mani.
La ragazza mormorò appena un

“grazie”

e poi non si scambiarono più una parola, in quella ressa infernale. Scesi a Cadorna, si sogguardarono per qualche istante, fermi sul marciapiede.
Lei pensò subito che le piaceva, quel ragazzo alto e biondo, soprattutto le piacevano gli occhi chiari e seri, era giovane ma pareva così adulto

“…mi chiamo Vilma, e grazie ancora”,

disse con una voce morbidamente roca, un profondo timbro vocale di diaframma del tutto dissonante con il suo aspetto acerbo, e afferrando di nuovo la mano che lui le porgeva indugiò, con maliziosa dolcezza.
Dario trattenne nella sua quella piccola mano un poco ruvida e fredda, e guardando il viso pallido e infantilmente grazioso, la frangetta bionda spiovente sugli occhi scuri sottolineati dall’eye liner e segnati da occhiaie bluastre, la figura scarna, tranne che per il seno sorprendentemente voluminoso che tendeva il sottile maglioncino, considerò che non era bella, ma vi era nella sua persona qualcosa di profondamente commovente. Forse era per l’aria di rassegnata sconfitta così simile a quella che si portano addosso certi cani randagi i quali, pur consapevoli che prenderanno sempre e soltanto pedate nel sedere, a volte hanno ancora il coraggio o l’incoscienza di scodinzolare allegramente.

Presero entrambi a recarsi alla stazione con diversi minuti di anticipo nella segreta speranza di incontrarsi, di annusarsi, di ristabilire l’intimità inaspettata e coatta del loro primo incontro sul treno stipato di pendolari malcontenti ed assonnati.

Giunse l’inverno, e capitò che una mattina di dicembre, con un nebbione spesso e bagnato che aggiungeva un tocco spettrale ad un paesaggio già normalmente scoraggiante per la pervicace bruttezza, alle sette e venti il treno ancora non si vedeva e i due ragazzi chiacchieravano battendo i piedi sul selciato e facendo piccoli giri attorno per non congelare, mentre incominciavano ad arrivare i passeggeri del treno delle sette e trenta.

“Non ce la faremo mai a salire”,

disse Dario. Lei lo guardò, il naso arrossato dal freddo e la frangetta bionda imperlata di minuscole gocce di umidità, un lampo sbarazzino e teneramente invitante negli occhi stanchi:

“…andiamo via. Tu non vai a scuola, io non vado al lavoro”.
“…e dove andiamo?”,

chiese lui, dubbioso ma già pronto alla trasgressione.

“…a casa mia”.

Si presero per mano ed incominciarono a correre, come se avessero qualcuno alle calcagna, e in effetti Dario era incalzato dal pensiero delle lezioni saltate, di sua madre che lo credeva a scuola e di suo padre che era andato a lavorare con la febbre addosso: ma stringeva la mano di Vilma nella sua, immaginandone il seno pesante e bianco ed i fianchi stretti, e dopotutto aveva diciassette anni.
Rallentarono quando furono in via Orsini. Vilma gli aveva detto di abitare a Vialba, e quando giunsero in via Arsia proseguirono fino in via Zoagli: una sequenza di edifici bassi dai tetti piatti, racchiusi dentro cortili spogli delimitati da bassi muretti e da recinzioni in ferro, divelte in più punti.
Una breve e larga scalinata conduceva agli angusti appartamenti dalle finestre strette, con i servizi comuni su ballatoi la cui struttura aveva ceduto in più punti, mettendo a nudo l’intelaiatura.
Erano le case minime di Vialba, edificate nel ’37 con l’unico cinico criterio di assoluta, vergognosa economicità e destinate ai ceti meno abbienti, allontanati dalle zone più centrali e relegati nelle periferie. Negli anni ’70, nonostante gli sforzi encomiabili di molta brava gente che vi alloggiava, si percepiva uno sconcertante degrado che sconfinava nella degradazione: della dignità offesa e della solidarietà negata.
Un angolino dell’animo di Dario registrò l’immobile desolazione di quel paesaggio nel mattino invernale e fu sfiorato dal pensiero che lì il Natale non sarebbe mai arrivato, ma a quel punto il desiderio di lei era così forte che ne era totalmente assorbito.
Fece caso a malapena al puzzo di cavoli bolliti e di sudore che ammorbava il pianerottolo e non si curò dell’odore stantio di miseria che ristagnava in quelle due stanzette disordinate. Sopra il letto matrimoniale che Vilma divideva con la madre vedova, la quale lavorava per due lire presso un’impresa di pulizie, Dario ebbe modo di esplorare ogni centimetro di quel corpo scarno e scattante, e scoprì che i suoi seni erano davvero grossi e bianchi come se li era immaginati, e pesanti e burrosi. Per lui era la prima volta, per lei no, come fu subito evidente dai suoi gesti esperti.

“Cosa farai quando sarai geometra?”
“Non lo so, andrò a lavorare da qualche parte, in ufficio o in uno studio di professionisti”.

“…io invece voglio fare la cantante. Tipo…Patty Pravo, ecco. Comunque, voglio guadagnare un sacco di soldi e comprarmi dei bei vestiti e un macchinone”,

e si mise a cantare

“ragazzo triste come me, ah ah”.

Dario la guardava, nuda ed ingenuamente impudica su quel letto sfatto, e provava per lei un sentimento che era molto più vicino alla pietà che all’amore.

Dopo quella prima volta si incontrarono con regolarità (spesso Vilma era libera al pomeriggio, e benché gli avesse detto di essere operaia in una fabbrichetta  a Porta Garibaldi  Dario non si curò mai di chiederle ulteriori spiegazioni) e se la madre di lei era al lavoro si chiudevano in quelle due stanze in via Zoagli e facevano l’amore con avidità furiosa, oppure andavano fino al bar in via Arsia, vicino all’Istituto Tecnico Feltrinelli, dove sedevano in mezzo ai ragazzi che uscivano dai corsi pomeridiani, e consumavano montagne di panna montata spolverata con polvere di cannella.
Ascoltando le sue chiacchiere un poco superficiali Dario si annoiava presto e allora si distraeva inseguendo il ricordo della sua pelle liscia e dei seni tondi e grevi, e qualche volta si chiedeva se avrebbe mai potuto innamorarsi anche della sua evidente, inconfutabile inadeguatezza.

L’inverno passò e fu di nuovo primavera, e Dario riprese la sua velleitaria attività di soccorritore di uccellini caduti dal nido e di gattini neonati gettati nell’immondizia, perché non poteva farne a meno.
Un giorno Vilma lo accompagnò alla Cava Cabassi, questa volta la vittima era un cucciolo, un bastardino investito da una macchina e piantato ad agonizzare in mezzo alla strada. Lei si meravigliò della rustica bellezza di quel luogo quieto, e durante quella sorta di primitivo rito funebre pianse lacrime silenziose, e non parlò per il resto del pomeriggio.

Era un lunedì di maggio, l’aria del mattino era gradevolmente fresca ma già suggeriva l’estate, e nei prati incolti attorno alla stazione occhieggiavano fiorellini colorati. Dario lasciò passare il treno delle sette e dieci, ma Vilma non arrivò.
Non arrivò neppure il mattino dopo, e fu così per tutta la settimana.
A casa di Vilma non vi era telefono, e il ragazzo passò da casa sua tutti i pomeriggi, ma non vi trovò mai nessuno, né sapeva dove cercare la madre che peraltro non aveva mai incontrato. Un giorno chiese ad una vicina se l’avesse vista, ma quella si strinse nelle spalle:

“E’ via da qualche giorno. Avrà da fare”,

e Dario non comprese il tono malignamente allusivo della donna.

Durante il fine settimana, si rassegnò al fatto che per una ragione o per l’altra Vilma aveva deciso di non vederlo più. Si rese allora conto di avere vissuto quella breve storia in modo egoisticamente esclusivo ed appartato: non l’aveva mai presentata ai suoi amici, non l’aveva mai portata la domenica a passeggiare per le vie del centro o al cinema, né a ballare. Aveva respirato il suo fiato, rovistato il suo corpo, scrutato con compassionevole curiosità la sua anima e sorriso con sufficienza delle sue ingenue aspirazioni, mantenendosi ad una certa prudente distanza.
Allora perché seguitava a guardare ogni mattina l’ingresso della stazione dal marciapiede sperando di vederla arrivare e si aggirava ogni pomeriggio in via Zoagli? E perché quel fiato corto, quel peso nel petto, quella voglia feroce di mettersi a piangere?

Il sole si accingeva a tramontare e l’orizzonte risplendeva di una sfumatura rosata. Dario si incamminò verso la cava, aveva studiato tutto il lunedì pomeriggio resistendo all’impulso di precipitarsi in via Zoagli ed aveva bisogno di aria.
Era nel punto più stretto della fossa , si era alzato il vento e poteva vedere il fondo ghiaioso trasparire dall’acqua chiarissima e appena mossa da brevi onde, sulla quale i raggi del sole calante creavano stupefacenti effetti cangianti. A furia di fissare lo sguardo su quella fluttuazione luminescente il ragazzo ebbe l’impressione di beccheggiare; si riscosse di colpo in preda alla nausea e notò allora qualcosa che spuntava dal gabbiotto in legno che sorgeva più in là alla sua destra, verso il quale si avviò. Era aperto su un lato ed avrebbe dovuto essere la postazione di un guardiano che non ricordava di avere mai visto.
Seppe di cosa si trattava molto prima di riconoscere le scarpe con quelle zeppe assurde, prima di udire l’assordante ronzio delle mosche, prima di essere assalito dall’insopportabile fetore di decomposizione.

Guardò appena il cadavere di Vilma, o meglio quel che ne rimaneva, ma prima di tornare a casa e telefonare al 113 ristette per un poco seduto sull’erba e contemplò il giorno che si spegneva. Pensò a Vilma che era morta lì da sola e a tutto ciò che non aveva voluto dirle, che non aveva voluto fare, che non aveva voluto capire, e le consegnò la sua incosciente spensieratezza di maschio adolescente che moriva lì, in quel preciso istante.

Nei giorni successivi ebbe modo di leggere sui giornali la storia di Vilma, quella parte della sua vita che non aveva voluto conoscere, della quale aveva istintivamente deciso di non immischiarsi.
Lesse della prostituta sedicenne, poco più che bambina, che si vendeva in una casa per appuntamenti in Corso Vercelli gestita con molta discrezione da una rispettabile signora e assai ben frequentata; lesse di miseria, di assenza della famiglia, di depravazione. Qualcuno l’aveva ammazzata di botte, chissà perché e chissà dove: non alla Cava Cabassi, dove era stata scaricata moribonda o già cadavere e dove era stata preda di insetti e piccoli animali selvatici per una settimana abbondante, prima che fosse ritrovata.

Dario smise del tutto di mangiare panna montata e continuò a recarsi alla cava per congedarsi da ogni povera creatura ferita che non riusciva a salvare fino a quando non fu chiusa, nel 1997, ed ogni volta portava con sé un fiore che deponeva davanti alla baracca di legno.
Negli anni successivi cambiò lavoro diverse volte, si sposò, ebbe dei figli, si separò ed infine si accinse ad invecchiare nel maledetto quartiere dal quale non se ne era mai andato, rassegnandosi ad una solitudine che nemmeno gli pesava tanto.
Non si scordò mai di Vilma, ed anche quando la raffigurazione dei tratti del suo volto da bambina truccata per gioco e dei grandi seni candidi prese a smarrirsi in una sorta di dissolvenza, nei suoi pensieri non fu mai la giovane prostituta, ma sempre e soltanto un amore.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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