Un finale grandioso

Mi fermo a osservare un ammasso cremoso di nuvole candide, appese dietro al torrione del castello che domina la valle dalla cima della collina. La formazione, sospinta nel cielo azzurro scuro dal vento a tratti furioso, si muove lentamente assumendo mutevoli forme bizzarre che la fantasia interpreta come meglio crede.

Ti piacerebbe molto questa inquadratura, papà. Ti piacerebbe al punto da indurti a stare fermo qui a scattare foto, tra le quali sceglieresti poi quale rappresenterà il soggetto del tuo prossimo dipinto.

(cribbio, papà: ma proprio adesso che la tua Inter sta vincendo lo scudetto?)

Ho avuto l’immensa fortuna di avere un padre straordinario.

Ho dovuto convivere con l’ingombro della costante presenza di un padre straordinario.

Non essendo io un figlio maschio non è mai stata una questione di rivalità, tuttavia la continua tensione a essere diversa, ma alla sua altezza, sovente è stata faticosa, qualche volta frustrante. Se ho sempre dato per scontato l’amore di mamma, quello di papà (al quale certo sono più simile) sentivo di dovermelo guadagnare.

Eppure, dopo tanti anni di inconscia ricerca di un uomo che gli somigliasse ho finito per sposarne uno che ricorda piuttosto mia madre, della quale solo con gli anni ho scoperto e apprezzato la meravigliosa forza d’animo e le sfaccettature di un carattere introverso disposte a rivelarsi a poco a poco, con una discrezione che rasenta la ritrosia. Del resto, come soleva rispondere piccata a certe osservazioni paterne, “quando in famiglia ce n’è uno, di fantasioso, basta e avanza”. Quel termine, “fantasioso”, implicava in realtà molteplici   significati tutti egualmente relativi alle loro evidenti, eppure complementari, differenze caratteriali e di vedute.

Come quella volta (credo fosse verso la fine degli anni 60) che papà avrebbe voluto impegnare gli esigui risparmi famigliari nell’acquisto di un pioppeto: sarebbe stato un buon investimento e ciò fu del tutto evidente alcuni anni dopo ma la mamma, la quale si era opposta con fermezza, non lo riconobbe mai. O come quando volle a tutti i costi acquistare per pochi soldi il vecchio filatoio che sarebbe diventato la loro dimora da pensionati. Ricordo ancora il giorno in cui ci portò a vedere quel rudere mezzo diroccato e il suo minuzioso fervore nel descrivere ciò che sarebbe divenuto:

“La vedete, la casa? Riuscite a vederla?”

e io pencolavo incerta tra il suo contagioso entusiasmo e il preoccupato scetticismo della mamma. Aveva ragione lui, anche quella volta.

Di sicuro ho cercato di assimilare, non posso dire con quanto successo, la sua determinazione, la curiosità, la capacità di perseguire sempre e comunque un pensiero critico e indipendente: il che implica impegno, studio, ricerca di corrette informazioni a costo di andare controcorrente. Papà aveva ben chiaro il concetto di anticonformismo prima che qualcuno glielo spiegasse.

Per molti anni una granitica coerenza, sfociante in ciò che ritenevo irragionevole inflessibilità, ci ha visti protagonisti di scontri epici nei quali la mamma giocava l’indispensabile ruolo di paziente mediatrice. Me ne andai di casa a vent’anni per le ragioni più banali e probabilmente sbagliate: l’urgenza di un amore mescolata a un malinteso senso di ribellione verso una sollecitudine un poco opprimente. Che delusione devo essere stata per papà, il quale sognava per me un grande destino, la laurea e l’indipendenza e tutto il resto che lui vedeva e io non ancora. Fu quello uno strappo doloroso che ricucimmo a fatica grazie alla diplomatica intermediazione materna e dovrei raccontare di altri miei errori che pagammo tutti insieme, come si usa in una famiglia.

Ora posso tranquillamente riconoscere che nella nostra storia l’attore che ha sempre rubato la scena è stato lui: aveva dell’abilità in questo, era giusto lasciargli lo spazio che reclamava perdonandogli anche una certa innocente vanità. Papà era un caleidoscopio: sorprendente, mutevole, luci e ombre in proporzioni variabili. Non è mai stato bello, nemmeno da giovane: di altezza media e di corporatura esile, il naso aquilino dominava il volto affilato, precocemente segnato da profonde rughe ai lati della bocca. Aveva però il passo deciso e sciolto e, al pari di certe donne dotate di un fascino che prescinde dalla beltà, creava attorno a sé un piccolo vortice d’aria che richiamava l’attenzione sulla sua figura elegante. La voce completava l’incantesimo: piena e profonda, ben modulata, si dispiegava in un eloquio fluente, le parole scelte con accuratezza e senza esitazioni. I suoi studi si erano fermati a quella che allora si definiva scuola di avviamento professionale ma era un lettore vorace e una serie di circostanze fortuite, unite all’impegno e alla duttilità di un’intelligenza fuori dal comune, gli consentirono l’accesso ad ambienti professionali stimolanti e a tante gratificazioni. Erano anche tempi in cui ciò era possibile e nemmeno così inconsueto.

Col trascorrere degli anni, i nostri contrasti si sono diluiti fino a risolversi: le reciproche prospettive sono certo mutate e abbiamo imparato la tolleranza. È così emerso un affetto profondo, ripulito da qualsiasi malinteso, come se finalmente ci fossimo conosciuti meglio o forse infine riconosciuti, ognuno con il suo personale capitale di doti e di debolezze, tutte egualmente accettate e amate. Abbiamo anche compreso l’imprescindibilità di ognuno di noi tre nella nostra famiglia e l’interezza di quel nucleo fondato sull’intima conoscenza e sull’incondizionata solidarietà. Io e papà abbiamo seguitato a discutere con passione di politica e di attualità; mi ha narrato di quella bassa padana da cui la sua famiglia ebbe origine e alla quale ha sempre attribuito il lato “sanguigno” del suo carattere e mi ha rivelato la Milano dei suoi ricordi, che tante volte ho menzionato nei miei racconti.

A proposito, che magnifica storia sarebbe quella della tua vita, papà, se mai decidessi di raccontarla per bene.

Negli ultimi anni ho assistito con il cuore stretto al declino fisico che hai saputo accogliere con ammirevole coraggio, scovando sempre nuovi interessi a mano a mano che la vita ti toglieva l’abilità di fare qualcosa che ti appassionava. Quanto può essere difficile vivere di ricordi, quando sono tanti e straordinari, quanto si può sopportare il rimpianto?

Papà fu in gioventù un abile ballerino di boogie acrobatico, si esibì in spettacoli televisivi con Josephine Baker e cantò in un prestigioso coro alpino che girava l’Italia in tournée. Viaggiò e lavorò nei Paesi dell’Est europeo negli anni ‘70, mentre io marciavo per via Dante a fianco degli operai metalmeccanici e scandivo, il pugno chiuso rivolto verso il cielo, “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung!” ed egli  cercava di spiegarmi come viveva il popolo nei Paesi comunisti. Per non dire poi dei numerosi sport nei quali si cimentò e sempre con risultati assai più che dignitosi, fino ad approdare al karate: quest’ultimo, più che una disciplina sportiva un percorso interiore che lo ha reso amatissimo Maestro e ha intessuto la trama di tanti solidi rapporti d’amicizia.

 Ho dapprima replicato con rabbia al suo caparbio lasciarsi andare, quando l’invalidità che lo aveva colpito appariva transitoria e recuperabile con una terapia riabilitativa alla quale opponeva un’inspiegabile resistenza. Ho dovuto d’improvviso smettere di essere figlia diletta e divenire confidente prescelta, recettore della sua furia, del suo sgomento, infine della lucida rassegnazione.

Poi ho capito.

L’ultimo pensiero è stato per la mamma, come un ultimo bacio a suggello di un immenso amore durato per ben sessantanove anni.

Dunque, caro papà, se la vecchiezza ti ha sottratto vigore, fiaccato la mente, negato dignità e tu hai scientemente deciso che era ora di andare, lo capisco e lo rispetto e ti sarò sempre grata per quell’ultimo saluto di cui io e te sappiamo.

Che sciocchezza, il tuo timore di essere dimenticato. Avevi molti talenti e non ne hai trascurato nemmeno uno, hai elargito e ricevuto affetto fino all’ultimo respiro, come potremmo dimenticarti? Non avendo il conforto della fede, mi toccherà sopportare la consapevolezza che non vi è altrove nel quale ci ritroveremo: abbiamo a disposizione un’unica vita che si chiude irrevocabilmente con la morte, ecco perché è tanto importante fare del proprio meglio ogni giorno, come sempre mi hai raccomandato, come sempre hai cercato di fare. Eppure, papà, tu sarai nella bellezza che saprò scorgere ovunque essa si celi, nell’armonia di un suono, nella forza poderosa di ogni nuovo giorno, finché vivrò.

Però, ascolta: vorrei mantenere una promessa che ti feci scherzando tanti anni orsono e allestire il palcoscenico più adeguato alla tua ultima interpretazione. In una bella giornata di sole  attenderò l’inizio del tramonto, quando un raggio di sole obliquo farà luccicare l’acqua del fiume che hai tanto amato. Sceglierò un punto dove la corrente è più veloce e si può udire quella che chiamavi “la voce del Ticino”. Non potrà mancare una degna colonna sonora, papà: la musica ha accompagnato tutta la tua vita, dunque dovrà essere con te fino alla fine e sarò da sola, saremo solo io e te.

Voglio portare per sempre con me la nitida immagine di un giorno d’agosto su quella riva, tu che mi dai le spalle, la schiena dritta e abbronzata, le belle gambe muscolose nell’acqua fino alle ginocchia, i piedi solidamente incastrati tra i sassi scivolosi e la canna da pesca tra le mani. Ti volti appena, la visiera del berretto calcata sugli occhi per proteggerli dal riverbero. Mi guardi cercare una posizione sulla scomoda riva sassosa e mi rivolgi un mezzo sorriso canzonatorio:

“Sonia! Cosa fai, dormi?”

e chissà che intendevi davvero.

Il fiume accoglierà le tue ceneri con un abbraccio e sarai acqua, vento, alga e pesce, libero per sempre, per sempre con noi. Sarà un’uscita di scena grandiosa, papà, ci puoi scommettere.

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Una risposta a “Un finale grandioso”

  1. Quindi, asciugata un po’ di nascosto la commozione, mi premurerò di far leggere questo testo bellissimo alle mie figlie, tanto per far intendere qual’è lo standard che mi aspetterò, quando sarà il momento 😉

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