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Un grido impreveduto tra le case

Se non stai tenendo un tuo diario personale ti sbagli: se ci pensi bene lo stai tenendo, se ci pensi ancora meglio non stai facendo altro che vergare un tuo diario. Tutto quello che sei e che fai lascia traccia (non parlo della privacy) e tu pubblichi imperterrito sui media dell’immaginazione tua & altrui. Pubblico o semi-pubblico, privato o semi-privato che sia, è il tuo diario, bellezza, commento a un testo implicito chiamato vita.  Ci pensavo giusto la scorsa settimana a Pieve Santo Stefano, cittadina non particolarmente ridente per essere in Toscana ma con una storia davvero notevole alle spalle. E una storia ancora più interessante tutta da scrivere a futura memoria nel presente.

In certi luoghi capisci davvero perché la memoria cancella e riscrive. Rasa al suolo al 99% durante i bombardamenti del 1944, Pieve Santo Stefano si è ricostruita come Munchausen a partire da una macchina fotografica provvidenzialmente interrata in un bosco lontano dal borgo. Là dove la memoria colpisce ed è colpita più duramente ecco che scattano le risorse impensabili per nascere ancora.  La vita riparte, qualcosa si incocca e si diventa un luogo di potenza. Heidegger lo ha espresso forse meglio di ogni altro scrivendo che là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva.
Ed ecco che a metà degli anni ’80 Saverio Tutino riesce a far venire ad abitare alla Pieve un’idea che va inseguendo e costruendo da anni: un luogo che possa accumulare memoria viva. Un’idea semplice e potente: raccogliere in un archivio le memorie collettive della comunità. Edite e soprattutto inedite: l’Archivio del Diario si propone come luogo di raccolta e rispetto di ogni vissuto che si fa scrittura. A qualunque titolo.

Troppo spesso ci dimentichiamo che un conto è scrivere e un conto è essere scrittori. Scrivere è un’esigenza individuale ineludibile, lasciar traccia della scrittura è uno spazio infinitamente più ampio del pubblicato.

Miki Claar sta raccogliendo la storia della sua famiglia. Ha saputo molto poco dei suoi avi: qualche scampolo raccontato da mamma e nonna, qualche lettera di nonno Pejo dal fronte, accenni di nomi e di vite che scolorano, a tratti un po’ encomiastici, con la sensazione netta di una vicenda corale, forte, dimenticata.
Perché è così: nessuno racconterà quella storia ai bambini prima di addormentarli. È un peccato. È normale ma è un peccato dover puntare tutto sulle bizze del DNA. Pazienza. Ma quello che sappiamo ancora vale la pena che lasci traccia. Per questo  Miki ha capito che è ora di scriverlo il pezzetto di racconto che ancora dipende da lei. Un pezzetto di memoria può ancora essere cantata. La scrive piano piano, tra le mille cose che affollano la sua giornata. “Magari a settembre avrò più tempo”. Mi guarda con un filo di timore negli occhi e mi dice: “Non voglio che vengano pubblicate”.
Si può scrivere per un’esigenza identitaria fortissima, la vocazione insopprimibile del vissuto che si fa narrato. Ma non ha nulla a che vedere con la pubblicazione. Per questo l’Archivio dei Diari è un luogo importante. Un luogo in cui la memoria si fa spazio e torna alla vita. La scrittura intima trova un crinale impreveduto per farsi voce, per farsi pubblica. Ci sono mille motivi potenziali per cui una scrittura può essere rilevante, quasi nessuno ci è noto. Può esserlo ora, può non esserlo mai stata, potrebbe diventarlo in un punto imprecisato del futuro, in un pomeriggio assolato e senza vento, nel cuore di qualcuno.  La vanità dice poco e non rimane. Invece è importante guardare oltre e chiederselo: che cosa si nasconde nella nostra scrittura? Che cosa entra in gioco in quell’interstizio di talenti che chiamiamo  vita? Quali orizzonti, che cosa porterà in dote e a chi, se ne avrà?

Non sappiamo nulla di quello che siamo. Siamo quello che scriviamo, ma non lo capiamo. Forse è quello che chiamano salvezza, una benedizione d’incolumità.  Per questo ti dico: Abbi cura e non ti curare della tua scrittura. Affidala al vento. Sii fedele alla memoria che passa e feconda in te la scrittura. Per questo un archivio è un atto prezioso e agito per aumentare le nostre possibilità. To whom it may concern.

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Pubblicato da Filippo Pretolani

Non tutto quello che esiste implicitamente ha bisogno di essere reso esplicito — Peter Sloterdijk. Fondatore di Gallizio editore e co-fondatore dell’Istituto Kaspar Hauser per gli Studi Economici.

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