Una Nuova Politica Monetaria Internazionale

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Viviamo un tempo anomalo.  Almeno finanziariamente e economicamente parlando.  La politica e la geopolitica, se azzardando le supponessimo poco correlate ai rischi dell’economia internazionale e globalizzata, in confronto sono rimaste sempre le stesse: tensioni diplomatiche, venti di guerra, sangue un pò ovunque e sottotraccia qualche marine che in qualche angolo remoto del pianeta spara e uccide per garantire al sonnecchioso benestante pingue occidentale la sua pace sociale.

Ma l’economia e la finanza no. Sono entrate a gamba tesa in un mondo inesplorato fatto da periodi prolungati di tassi centrali zero o negativi (Giappone, USA, Eurozona, Svizzera, Svezia, Danimarca, UK); di politiche espansive non convenzionali (Quantitative Easing, Targeted Long Term Refinancing Operations, Quantitative and Qualitative Easing giapponese); e di incertezza macroeconomica in cui, e questa è l’opinione prevalente di chi scrive, è e sarà ancor più necessario un coordinamento mondiale delle policies adottate e da adottare in futuro.
Mi spiego con un esempio, peraltro attualissimo nel dibattito.

Un eventuale prossimo rialzo dei fed funds (che alcuni attendono entro fine anno, altri già invocano come ritardatario), e quindi delle aspettative di rivalutazione del dollaro, creerebbe le condizioni per un rialzo dei tassi nel resto del globo (quantomeno di quelli reali, almeno inizialmente, date che le attese inflazionistiche non sarebbero nel frattempo cambiate).
É naturale che la BCE sarebbe allora ancor più incentivata a proseguire e magari incrementare il QE, se veramente questo fosse stato ideato e costruito per liberare il canale  bancario di trasmissione della politica monetaria..
Io però sono scettico che questo sia il reale motivo, e che pure sia possibile perseguirlo con questo mezzo, perchè “remano in senso contrario” sia  la richiesta della BCE alle banche di rafforzare ulteriormente i propri requisiti patrimoniali, sia i pochi ulteriori passi avanti fatti sulla gestione e dismissione dei prestiti morosi e incagliati (NPLs), ivi comprese le costituzioni di Bad Banks nazionali dove farli confluire.
Questi sono gli ostacoli che da anni frammentano e bloccano la concessione al credito e l’accesso delle aziende ai finanzamenti bancari.
I rating di Basilea inoltre sembrano seguire il vecchio adagio di M.Twain (“la banca ti concede l’ombrello quando fuori c’è sole, e lo ritira quando piove a dirotto“): con la loro natura prociclica, cioè migliorano in fasi di crescita e peggiorano in fasi di recessione o stagnazione, i rating non sembrano né realmente azzeccati per dare una obiettiva valutazione della singola azienda, specie le PMI, né a supportarle nel momento del reale bisogno.

Perciò, escluso il motivo “bancario”, di ragione ne rimane solo una: il QE serve a schiacciare la curva dei tassi (già abbassata dalla Zero Interest Rate Policy, ZIRP) annullando i premi al rischio, in un clima di inflazione nulla. Lo scopo diventa allora chiaro: da un lato per svalutare il cambio, dall’altro per aiutare i singoli governi nella sostenibilità del debito in presenza di crescita anemica e inflazione zero.
Ma se i fed funds e quindi tutti i tassi reali un domani crescessero allora lo sforzo che la BCE si trovasse a fare dovrebbe aumentare considerevolmente e forse rivelarsi fallace.
Da un lato la conseguente rivalutazione del dolaro renderebbe inutile perseguire in maniera tanto pervicace quanto dubbia la svalutazione dell’euro tramite tassi zero e negativi, che verrebbero perciò abbandonati, anche perchè stanno creando notevoli problemi sulle scelte allocative dei portafogli degli investitori, sia professionali che non, e stanno alterando la microstruttura dei mercati finanziari, creando le condizioni per volatilità e sbalzi nei prezzi. Dall’altro lato le peggiorate condizioni finanziarie farebbero vacillare il secondo motivo del QE, l’aiuto ai governi nel sostenere il debito: se la crescita e l’inflazione restano modeste ma i tassi reali aumentano nel frattempo, cui prodest?
E infatti non ci sono ragioni per credere che la crescita (europea in specie) debba avvenire, in un arco di almeno uno-due anni secondo me, dopo il rialzo dei tassi: abbiamo recentemente visto quanto i mercati finanziari siano nervosi e volatili alle prime, anche modeste novità e dati macro di nuova uscita; figuriamoci la reazione all’aumento dei tassi della principale economia avanzata!
I mercati, già sovraprezzati e in bolla, crollerebbero in un effetto domino che abbiamo già visto in altri tempi e in piccolo in un paio di movimenti recenti, con un effetto overshooting, “sparare oltre il bersaglio”, che li potrebbe spingere anche più sotto degli effettivi livelli di equilibrio.
Quindi: mercati in veloce e feroce flessione, perdite di denaro per fondi di investimento, risparmiatori, banche, assicurazioni e mutual funds, già evidenziati da recenti stress tests; frammentazione e finanche blocco dei mercati dei capitali in un contesto bancario europeo ancora debole e poco incline alla concessione di nuovo credito. Bello scenario. Che certo non potrebbe fare bene alla crescita, anzi potrebbe riportarla in territorio negativo (penso esplicitamente ai prevedibili contributi negativi da investimenti e spesa pubblica).

Le reazioni nei Paesi Emergenti sarebbero altrettanto forti e negative, rallentando il commercio internazionale, che pure è uno dei fattori, esogeni, su cui la UE spera per far ripartire il motore europeo: le basse quotazioni delle materie prime e enrgetiche stanno già mettendo alla prova molti paesi esportatori, e l’esposizione di altri paesi emergenti in debiti denominati in dollari (che quindi diventerebbero più costosi), li ammazzerebbero sul nascere. Una fiaba di sangue già vista due anni fa, per la quale il FMI ricorda nel suo Global Financial Stability Report che nulla è stato fatto finora per attrezzarsi al riguardo.

La morale è quindi presto detta: a nessuno piace fare la parte del guastafeste, specie agli americani e soprattutto se poi il guastafeste viene additato come l’untore e il capro espiatorio.
La conclusione viene perciò anch’essa da sè: gli USA ritarderanno il rialzo dei tassi e si coordineranno con il resto del mondo (almeno quello che conta e pesa)  per definire le exit strategy, in una sorta di Nuova Politica Monetaria Internazionale, e nel frattempo li esorteranno (via FMI o anche “linee rosse”) a fare di più, e mi sa che arriveranno pure a pregare la Madonna, ma aspetteranno.
Siamo tutti legati allo stesso cordone.
Ombelicale, ma anche scorsoio.

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Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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