Una rosa rossa

Capitolo 10: Nel quale lo sguardo dell’altro è un’arma di morte (“Casino Totale”, Jean Claude Izzo)

La piccola decappottabile azzurra  scende senza fretta da Montevecchia alta, scivolando morbidamente lungo i tornanti della strada ripida e stretta che conduce verso la pianura brianzola. E’ una di quelle mattinate di giugno limpide e ancora fresche in cui dalla sommità della collina, sulla quale sorge il borgo di Montevecchia, si vede il lago di Lecco scintillare come un cristallo sotto il sole. L’uomo al volante guarda il paesaggio senza vederlo, e l’aria che scompiglia i capelli scuri asciuga le lacrime dalle guance, prima che lui possa rendersi conto del suo pianto.

In fondo, sono sempre stato solo.

Ho incominciato ad essere solo fin da piccolo, ultimo di sei fratelli molto più grandi di me che passavano le giornate in campagna a lavorare con il resto della famiglia, che significava nonni, zii e cugini. Devo essere stato niente di più che un imprevisto, inatteso e nemmeno tanto gradito, dato che su quel pezzo di terra ai piedi dei Carpazi si doveva campare già in troppi. Infatti non ci si campava, e pian piano i fratelli ed i cugini più giovani se ne andarono: Spagna, Italia, Germania: ovunque, purché via da lì.

“Lì” era un villaggio agricolo di poche centinaia di anime in Transilvania, regione selvatica e misteriosa che nel corso dei secoli fu sempre oggetto di contesa tra romeni e ungheresi, nel quale nacqui nel ’75[sociallocker id=11716].[/sociallocker]

La mia famiglia è di ceppo romeno e il nonno paterno ha sempre fieramente sostenuto di essere uno dei tanti discendenti illegittimi del principe di Transilvania Vlad III di Valacchia. Succeduto dopo varie ed intricate vicende al padre Vlad II, era noto per la sua raffinata, diabolica ferocia con i nemici, ma nell’immaginario collettivo romeno è una sorta di eroico patriota, poiché seppe difendere efficacemente le sue terre dai Turchi. Sulla sua controversa figura fiorirono molte leggende, soprattutto dopo che Bram Stoker si ispirò a lui per la creazione del vampiro Dracula: e se non è una storia divertente, è comunque l’unica che qualcuno mi abbia mai raccontato davanti al fuoco del camino nelle sere d’inverno.

Anche mamma lavorava nei campi tutto il giorno, e a parte i cani l’unico essere umano che rimaneva con me era una bisnonna inferma e sorda, cosicché non era chiaro chi dovesse badare a chi, e non mi restava che la compagnia dei cani, tre robusti meticci rognosi e bisbetici. Mi abituai alla solitudine e come capita a certi animali domestici abbandonati riaffiorarono alcuni istinti primordiali: vagabondando per la boscaglia e in certi casolari abbandonati imparai ad affinare l’utilizzo di tutti e cinque i sensi e forse di qualcuno in più.

Però, cosa avrei dato per una carezza dalle mani rosse e ruvide di mamma, la sera prima di addormentarmi. Un giorno d’inverno, poco prima che incominciasse a nevicare, me ne andai anch’io, ed ero poco più di un ragazzo, con pochi soldi in tasca sottratti a mia madre senza alcun rimorso, per via di quella carezza che mi aveva sempre negato.

Viaggiai con mezzi di fortuna e avrei voluto raggiungere la Francia, magari Parigi: avevo finito a malapena la scuola dell’obbligo, ma avrei trovato un lavoro, uno qualsiasi. E invece mi fermai a Marsiglia, perché avevo finito i soldi ed ero prostrato da una febbre che mi affliggeva da giorni e mi faceva delirare, tanto che crollai a terra in una bettola del Porto Vecchio farneticando che ero il nipote di Vlad III Draculea.

O forse, più semplicemente, era destino che finissi in quel luogo.

Jean Claude ebbe modo di dire che l’unica ragione che lo spinse a caricarmi in auto, portarmi a casa sua e chiamare il suo medico di fiducia fu proprio il mio vaneggiare sul Conte Dracula, che lo incuriosì. Fu perciò un poco deluso quando gli raccontai la mia breve e scialba storia, ma poiché era un uomo potente affetto da una smisurata autostima, fu attratto dall’idea di plasmarmi come se fossi creta cedevole tra le sue mani esperte. Dal canto mio, ero affascinato dal carisma di quel quarantenne elegante ed erudito che viveva in una bella casa ristrutturata al Panier, vecchio rione popolare di Marsiglia imborghesito nel corso degli ultimi decenni, e poi non avevo nulla da perdere.

Fu così che divenni il discepolo prediletto di uno dei ladri più attivi e scaltri di tutta Marsiglia. Il mio nome è Stelian, ma per lui fui sempre Vlad.

“Vedi, Vlad, prima di tutto devi imparare ad aprire la tua mente per ampliare i tuoi orizzonti”,

mi disse un giorno, e appena mi fui ristabilito mi affidò ad un vecchio professore di filosofia appassionato di storia dell’arte, che si dedicò con impegno  a questa missione. Il Professore (“Le Professeur”, e non mi è mai stato rivelato il suo nome) mi insegnò molte cose e da lui imparai anche ad amare quella città caotica, rumorosa e sporca che ospitava gente di tutte le etnie e dove in fondo nessuno era di Marsiglia ma di qualche altro posto, e perciò alla fine nessuno era straniero: compresi appieno il significato profondo della locuzione “marsigliese di adozione”, perché Marsiglia adottava davvero tutti.

Sul finire del ventesimo secolo la città stava mutando pelle e se da un lato le amministrazioni comunali si erano impegnate per renderla elegante, snaturando alcune delle sue peculiarità ad uso e consumo dei turisti, dall’altro la criminalità che dominava molti antichi quartieri si incattivì e riuscì ad isolarsi in zone franche, dove la polizia non metteva nemmeno più piede.

Jean Claude non si era mai sporcato le mani con la droga, con la prostituzione o con rapine di vario genere: la sua specialità erano i furti di opere d’arte sottratte a ricchi collezionisti che ne erano entrati in possesso in modo illegale, di modo che non erano nemmeno nelle  condizioni di poterne denunciare la scomparsa. Semplice ma geniale, e tuttavia non poteva durare in eterno, perché in quel mondo ristretto prima o poi qualcuno avrebbe incominciato ad insospettirsi e ad indagare affidandosi a professionisti ben più temibili della polizia.

Così una sera il mio mentore convocò i fratelli Sysoev, due russi svegli e di poche parole che insieme al sottoscritto e allo stesso Jean Claude costituivano la banda, e ci propose il colpo che ci avrebbe sistemati per la vita.

Di lì a qualche giorno un furgone porta valori avrebbe trasportato un’ingente somma di denaro da un Casinò di Cannes, situato sulla punta estrema della Croisette, ad una banca di Grasse. Si sarebbe mosso di mattina ed era un tragitto di una ventina di chilometri; noi avremmo intercettato il furgone a Mouans-Sartoux, poco prima di Grasse. I due autisti del furgone erano nostri complici, dai quali Jean Claude aveva avuto la soffiata di quel trasporto di eccezionale valore. I fratelli Sysoev, alla guida di due camioncini, avrebbero bloccato l’auto di scorta in Avenue de Cannes provocando un tamponamento e il furgone avrebbe preso una via secondaria dove vi era la corte di una fabbrica in disuso: lì io e Jean Claude avremmo caricato il denaro e saremmo rientrati a Marsiglia. Era un piano audace e pericoloso, ma decidemmo tutti di accettare il rischio, attratti dalla prospettiva di poter vivere di rendita per il resto della vita, o quasi. Nei giorni successivi provammo varie volte il percorso, cercando di ottimizzare i tempi e di tenere conto di vari imprevisti.

I due autisti, furbacchioni avidi ed ingenui, non avevano capito che sarebbe stato complicato ed imprudente portarli con noi o lasciarli in circolazione, ma non ebbero nemmeno il tempo di stupirsi. Quel giorno sparai ad un uomo a sangue freddo, con il medesimo senso di rivalsa con il quale anni addietro avevo derubato mia madre.

I fratelli Sysoev ci raggiunsero la sera nella casa al Panier, ci dividemmo un bottino addirittura superiore alle nostre più ottimistiche aspettative e riponemmo con cura i documenti della nostra nuova identità. Io, che parlavo ormai perfettamente il francese, divenni da quel momento Thierry Danglard, nato a Marsiglia nel 1975.

“Le nostre strade si dividono qui. Lasciate Marsiglia stanotte stessa e che nessuno sappia la destinazione degli altri. Non mettete radici in nessun luogo e cercate sempre di passare inosservati: questo è il prezzo che dovremo pagare per la libertà, senza la quale la ricchezza non vale nulla. Addio, amici, e buona fortuna”,

ci disse Jean Claude, e la sua voce era ferma, sebbene lo sguardo tradisse una certa emozione.

Ero di nuovo solo, ma in fondo non avevo mai cessato di esserlo.

Salii su un treno e a Ventimiglia cambiai per Milano. Era la tarda mattinata di martedì, 11 settembre 2001, e mentre giungevo in Stazione Centrale e mi muovevo tra una folla frettolosa e indifferente, già stordito da un’acuta nostalgia per gli odori e i colori di Marsiglia, a New York le Torri Gemelle crollavano per un attacco terroristico che avrebbe cambiato per sempre gli equilibri e i sentimenti di tutto il mondo occidentale.

Uscii dalla Stazione e mi fermai in un bar in Piazza Duca d’Aosta. Gli avventori, per lo più impiegati in pausa pranzo, commentavano a mezza voce le terribili notizie sull’attentato diffuse da un televisore appeso ad una parete.

Fu lì che ti incontrai: dietro al banco del bar sistemavi di malagrazia piatti e tazzine nella bocca spalancata della lavastoviglie, e rivolgendoti alla tv con tono rabbioso e sofferente masticavi parole in una lingua che identificai come spagnolo. Non potevo distogliermi dallo spettacolo della tua fiera, colorita indignazione: i tuoi occhi del colore dell’ardesia scintillavano mentre sottolineavi la tua riprovazione scuotendo il capo, e la spessa treccia nera e lucente oscillava energica sulla schiena. Ti accorgesti che ti stavo fissando e dicesti, sostenendo il mio sguardo:

“…ma in che razza di mondo viviamo, se possono succedere queste cose?”

Mi innamorai incondizionatamente di te in quel momento, dimenticando ben presto tutte le raccomandazioni di Jean Claude.

Abitavi in un claustrofobico monolocale in via Vitruvio, ed io mi sistemai in un modesto alberghetto nelle vicinanze. Fu amore a prima vista anche per te, o forse furono le nostre coriacee solitudini che si riconobbero e si aggrapparono l’una all’altra, chissà.

Non potevamo stare nella stessa stanza senza cercare un contatto fisico, eravamo divorati da una brama febbrile ed io trascorrevo le ore in cui tu eri al lavoro in uno stato di ansiosa, spossante insofferenza. Inoltre, non sopportavo la produttiva confusione di Milano, così diversa dall’animazione disordinata ed aspra di Marsiglia.

Mi comprai un’auto e benché l’estate volgesse ormai al termine mi lasciai attrarre da una piccola decapottabile, ed incominciai a vagare per i dintorni di Milano. Scoprii così la campagna brianzola, e quando salii all’antico borgo di Montevecchia, posto sulla sommità di un modesto cocuzzolo che sovrasta il corso dell’Adda e domina un pezzo di Brianza, decisi che mi sarei stabilito lì. Presi in affitto una villetta senza pretese ma con bel giardino pieno di rose e di oleandri, nella parte alta del paese, e ricordo ancora con tenerezza il tuo entusiasmo quando te la mostrai.

Trascorremmo alcuni mesi di assoluta, esclusiva felicità.

Le nebbie invernali che inghiottivano in un silenzio ovattato la pianura sottostante la collina mi ricordavano la mia infanzia in Transilvania, ma la differenza fondamentale era che non ero più solo. Avevo provato qualcosa di simile all’affetto per Jean Claude e per Le Professeur, ma ero sempre stato consapevole della provvisorietà della loro presenza nella mia vita, era implicita fin dall’inizio.

Ma tu, tu no: non potevo nemmeno immaginare di perderti.

Sul finire della primavera presi a ripensare alle raccomandazioni di Jean Claude sulla necessità di non fermarsi mai troppo nello stesso posto e di mantenere un profilo basso, e divenni irrequieto. Iniziai anche a soffrire di paranoie per via di quella borsa zeppa di banconote che tenevo nell’armadio.

Tu te ne accorgesti,

“dove sei quando i tuoi occhi così chiari sembrano vuoti?”,

mi interrogavi con quella tua cantilena dolce e concitata ed incominciasti anche a farmi domande sul denaro che spendevo e sul fatto che non mi cercassi un lavoro: compresi che la storia dell’eredità che ti avevo propinato non ti convinceva del tutto.

E allora commisi l’errore fatale.

Era giugno, un mese tanto bello nelle sua indefinitezza, in bilico tra primavera ed estate, e una domenica mattina ce ne stavamo rannicchiati nel letto, senza riuscire a decidere di scioglierci da quell’abbraccio. Pensai che tu fossi pronta, e ti raccontai la mia storia, senza omissione alcuna.

Ti osservai mentre ti ritraevi piano, ma ormai non potevo più fermarmi e proseguii il racconto, fino alla fine:

“Andiamo via, Beatriz, cerchiamo un’isola lontana, e quando saremo stufi ne cercheremo un’altra…io e te, per sempre…”.

Tu mi osservavi con un’espressione improvvisamente indurita, il mento poggiato sulle ginocchia, le braccia che cingevano le gambe in un gesto protettivo, ad un tratto così lontana, mentre io mi rendevo conto dell’enormità del mio errore. Rimanesti immobile per un lungo istante, poi ti alzasti di scatto, coprendo il tuo corpo nudo con il lenzuolo, perché non ci si mostra nudi ad un estraneo, e fui investito da una raffica di parole in spagnolo che non compresi, ma delle quali afferrai la violenza e l’inappellabilità.

“Non voglio avere niente a che fare con uno come te”,

sibilasti infine, chinandoti ad un palmo di distanza dalla mia faccia impietrita.

Ma, amore mio, a quel punto come potevo lasciarti andare, dopo tutto quello che ti avevo rivelato?

Ti dibattesti a lungo, cercando di graffiarmi e di scalciare, ma io sono robusto e forte, ed ero lucidamente disperato: le mie grosse mani si strinsero intorno al tuo collo sottile, sempre più forte, mentre cercavo di non guardare la tua furia ed il tuo terrore e di non pensare a null’altro che a quello che stavano facendo le mie mani, come mi aveva insegnato Jean Claude.

Eri tanto bella, anche quando giacesti immobile, gli occhi spenti, i capelli sparsi sul cuscino intorno al volto come un’aureola tenebrosa. Ti ho abbracciata un’ultima volta, cullando il tuo corpo inerte, e non sai quanto avrei voluto almeno darti una morte meno brutale.

Scendendo con l’auto verso la pianura contemplo per l’ultima volta il paesaggio quieto, le coltivazioni a terrazza, la sagoma di una delle tre piramidi di Montevecchia, formazioni naturali collinose lavorate a gradoni di difficile datazione che furono probabilmente luoghi sacri, silenziose testimoni di un arcano destinato a rimanere tale, e rifletto che ogni luogo cela qualche mistero.

Sono di nuovo solo, e ora so che alla mia solitudine non ci sarà mai rimedio.

E tu, amore mio, sarai per sempre una rosa rossa, quella che ho piantato in giardino dopo averti seppellita: una rosa rosso cupo che si alimenterà del tuo sangue e della tua carne, e che continuerà a fiorire per molti anni, anche dopo che me ne sarò andato chissà dove, trascinando il peso dei miei segreti, della mia solitudine, e di una grossa borsa piena di soldi.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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