Una Russia noiosa ed attendista o che ha appreso l’Arte della Guerra?

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Aveva condotto a Mosca la prima visita all’estero l’allora eletto Xi Jin Ping. Nel Marzo 2014 il Presidente cinese dava al mondo un messaggio chiaro; pur nei recinti di grandezza del G2, la Russia rimaneva un interlocutore privilegiato, un partner valido non soltanto per bilanciare l’ambivalente rapporto con gli Stati Uniti. Orgoglioso di questa scelta, Vladimir Putin non è stato avaro di blandizie:

“Nella loro lunga storia secolare, le relazioni russo-cinesi non sono mai state così buone”

I 2 Presidenti sono coetanei; hanno poco più di 60 anni e certamente ricordano quando erano giovani comunisti e si mobilitarono per la guerra nell’Ussuri. Sul fiume al confine tra i 2 paesi, tra la Siberia e l’ex Manciuria, sulle acque ghiacciate transitavano i pesanti carrarmati sovietici per una guerra inattesa e dagli esiti imprevedibili. L’appartenenza ideologica, il cemento anti-statunitense non erano allora serviti a eliminare l’attrito tra vicini potenti, ingombranti, in espansione. Il virus nazionalista prese il sopravvento, anche se alla fine una guerra su larga scala fu sacrificata al negoziato. Oggi il contagio ha trovato terreno fertile in Asia. Nella lista dei paesi troviamo l’India di Narendra Modi e il Giappone di Shinzo Abe, oltre a quelli del sud-est asiatico. In questo quadro, il confine pacificato tra Mosca e Pechino lubrifica gli ingranaggi del commercio e della cooperazione. Negli ultimi 5 anni gli scambi sono raddoppiati, la Cina è di gran lunga il primo partner commerciale, gli investimenti sono in crescita, soprattutto per la costruzione di oleodotti e gasdotti verso l’energivoro Regno di Mezzo.

Le dotazioni sono infatti complementari: La Russia esporta le materie prime di cui abbonda (energia, minerali, legname); la Cina compensa con i suoi manufatti (beni di consumo, prodotti alimentari e farmaceutici). Esiste tuttavia una comunanza di interessi che valica l’aspetto prettamente economico. Attiene alle convenienze politiche che derivano dalle differenze dei 2 paesi rispetto ai valori occidentali. Le diversità rimangono strumentali alla conservazione del potere, ma devono fortificarsi nelle alleanze. Se Cina e Russia vengono attaccate da più parti – indipendentemente dal giudizio che se ne possa dare – non hanno altra soluzione che incontrarsi, nonostante le loro diversità storiche, culturali, strutturali. Le recenti vicende ucraine ne sono soltanto l’ultimo esempio. Le sanzioni stanno indebolendo la Russia, il cui aumento Pil galleggia intorno allo zero. Il crollo pilotato del prezzo del petrolio mette in ginocchio le entrate del paese, da tanto, troppo tempo imperniate sulla vendita di energia. Il valore del rublo è infine caduto. In questo quadro Putin ha solo 2 strade: accentuare il nazionalismo all’interno e cercare nuove alleanze all’esterno. Le punizioni inflitte da Washington e Bruxelles hanno da una parte messo in castigo Mosca, spingendola verso l’angolo del ring. Sun Tzu, l’insuperato maestro dell’”Arte della Guerra”, ha insegnato che se l’avversario è costretto si rifugia nella disperazione, se non ha vie di fuga reagisce con la forza. La Russia ha ancora margini di manovra, ma le sanzioni li stanno restringendo. Per questo trova una sponda in Pechino sulle più importanti aree di crisi mondiali, dall’Iran alla Siria, dalla Corea del Nord al Venezuela. Si sta rafforzando un asse anti-ideologico ma prettamente politico, dove gli ideali sbiadiscono rispetto alle convenienze. La Cina detiene una posizione di forza e negozia al meglio il suo schieramento. Per la Russia è forse una mossa disperata, resa inevitabile di fronte alla solitudine internazionale. Ne esce un riassetto più forte, basato su alleanze forse bizzarre, ma non per questo meno insidiose. È uno degli effetti collaterali della crisi ucraina, gestita forse frettolosamente, facile scorciatoia per chi è ancora abituato a criteri ormai superati. L’altalenanza dei rapporti è una lezione della storia. La vicinanza può essere preziosa, come oggi, ma nel passato è stata anche ancor più controversa.

L’espansione russa verso il Pacifico ha toccato interessi cinesi a sud di Vladivostock. La guerra russo-giapponese del 1905 si è in effetti svolta in territorio cinese per il controllo delle materie prime. Ancora oggi Harbin, la città più importante del nord-est cinese, è ingentilirà dall’architettura russa del secolo scorso. Nella seconda guerra mondiale la Russia era impegnata sul fronte occidentale per intervenire a fianco della Cina. Soltanto dopo la sconfitta giapponese l’amicizia Mosca-Pechino si è saldata. Gli unici viaggi all’estero di Mao lo hanno condotto da Stalin a Mosca. Presto ha tuttavia prevalso il nazionalismo, da entrambe le parti. Durante il ravvicinamento con gli Stati Uniti, la Russia era il nemico principale della Cina.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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