Una sfilza di guai grande così

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Mi capita di leggere sui media, spesso e volentieri, le più strampalate giustificazioni per spiegare i particolari scenari di mercati che si sono venuti a creare. E in molti si domandano come mai, ad un esito potenzialmente “Dovish” del FOMC, abbiamo subito una reazione dei mercati chiaramente  “Hawkish”. Il mondo è completamente impazzito?
No, cari lettori, il mondo NON è impazzito. Il mondo sta iniziando a prendere coscienza della realtà delle cose.

Il primo fatto che si sta iniziando a capire è la pericolosità della politica monetaria ultra-espansiva. Avrei forse dovuto dire “inutilità”? In realtà la politica monetaria non deve essere vista come la fonte di tutti i mali. Può però diventarlo quando viene gestita in modo probabilmente scriteriato, vedi ad esempio quanto accaduto negli USA in questi ultimi 10 anni, dove siamo partiti prima con il taglio dei tassi, poi con il TARP, QE e quant’altro.

E se il mondo prende coscienza della drammaticità della situazione, è conseguente un’altra considerazione. La FED era vista come la cura taumaturgica di mercati ed economie. Dietro front. Ora il QE non è più la soluzione a tutti i mali, e quindi ecco che succede quanto temuto dal sottoscritto già tempo fa: si perde la fiducia nei confronti delle banche centrali. Per carità, si va per gradi e in modo non iper traumatico, ma una cosa è certa. Il rapporto tra borse e FED sarà più difficile, proprio come quando in un rapporto di coppia scatta prima il dubbio e poi le prove del tradimento.

Seconda cosa: tra le righe la FED ha giustificato, come spiegato QUI, che la presa di posizione “dovish” è dovuta anche alla frenata dei paesi emergenti. In molti però , hanno commesso (secondo me) l’errore di sottovalutare il potenziale impatto del rallentamento di queste economie che OGGI pesano per circa il 40% del PIL mondiale, mentre solo qualche anno fa tale percentuale si aggirava sul 25%. Cambiano i rapporti e quindi cambiano gli impatti, e difatti si inizia anche a parlare di possibile recessione globale, senza poi dimenticare che anche in ambito di consumi, gli equilibri sono cambiati e non di poco… Se poi aggiungiamo anche l’impatto delle commodity, ai minimi ormai da mesi…

Source: Allianz
Source: Allianz

 

Terza cosa: la FED si rende conto che è diventata preda della sua stessa politica monetaria. Intrappolata come un topolino in gabbia, al culmine del ciclo economico (VEDI QUI) e impossibilitata ad operare perché sa bene che un intervento oggi, rischia di diventare traumatico per tutti. Emergenti in primis ma a cascata anche per gli altri paesi. Ed è certo che, se la FED aspetterà un tasso inflattivo pari al 2% (VEDI QUI) prima di intervenire, allora mi sa che dovremmo aspettare ben più di qualche mese. Anzi, tenendo conto delle fughe da capitali dai paesi emergenti (reverse carry trade), più il rischio di rallentamento globale e quant’altro, si starebbe generando il clima perfetto non per un rialzo dei tassi ma…per un’altra dose di QE a cui siamo tanto abituati ormai. Proprio lui, il quantitative easing che è fonte di gioia e soddisfazioni, o per lo meno lo è stato per tanti anni.

Quarta cosa: immaginatevi l’economia globale. Per anni è stata curata con dosi sempre più massicce (causa assuefazione) di medicinali, al fine di alleviare il dolore della crisi e regalare gioia ed entusiasmo economico. Ormai però le dosi sono insufficienti. Il malato inizia a capire che forse, questa non è la cura giusta e si domanda come potrebbe uscirne. Questa situazione si chiama “normalizzazione”, ovvero il ritorno a quello che era il mondo all’origine, non ai tempi di Adamo ed Eva, ma prima che Mr. Greenspan desse origine a quella campagna iperespansiva che poi ha generato, col tempo, il grande mostro della bolla. Ma la “normalizzazione” è facile a dirsi, ma poi, si sa, tra il dire e il fare ci sta di mezzo il mare.

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Per spiegare cos’è la normalizzazione vi propongo uno dei tanti grafici che mettono a confronto la borsa USA, in questo caso in rappresentanza del mondo della finanza, e il tasso di occupazione USA, a rappresentare l’economia reale. In questo, come in tanti altri grafici, si è generato un GAP impressionante che preoccupa, e non poco. Questo gap, col tempo dovrà quantomeno limitarsi. Ma chi, tra tutti, sarà la maggiore vittima di questa benedetta ( o forse maledetta, visti gli effetti ) “normalizzazione”? Sempre loro, i già malconci mercati emergenti.

Come mai? Beh, le motivazioni sono tante. Io ricorderei tra le tante queste quattro.

A) Innanzitutto, come dicevamo prima, per una questione di “carry trade”. I capitali, prima investiti copiosamente su questi mercati, vengono ritirati per essere posizionati in porti più sicuri, visto che queste aree stanno subendo forti rallentamenti (vedi la Cina) oppure vanno decisamente in recessione (come il Brasile).
B) I paesi emergenti, sia dal punto di vista governativo ma anche societario, sono indebitati in USD. Un aumento dei tassi USA non potrebbe che danneggiare fortemente i bilanci di chi si è indebitato in Dollari USA.
C) Negli ultimi anni, le economie emergenti hanno vissuto momenti gloriosi proprio grazie agli afflussi di capitali dall’estero, cosa che non avverrà più nei prossimi mesi. Il tessuto economico di questi paesi, anche se decisamente migliorato, continua ad essere fragile. In altri termini, nono hanno TUTTI le spalle sufficientemente larghe per poter reggere all’impatto di una normalizzazione invasiva.
D) I paesi che sono “export oriented” subiranno indirettamente anche l’eventuale rallentamento di paesi come quello USA che si trovano a fine ciclo economico. La normalizzazione drena liquidità e quindi viene a mancare la benzina ed i capitali per i paesi emergenti. Ci devono quindi pensare le banche centrali locali. Ma in certe situazioni il quadro è quantomeno complesso. Guardate il Brasile: paese in recessione con inflazione in forte aumento. Agire diventa molto complesso.

rallentamento-paesi-emergenti

Conclusioni: a seguito di questo panegirico (che, spero, non vi abbia annoiato e creato ulteriore confusione, ma allo stesso tempo abbia generato in voi un po’ di consapevolezza), non mi resta che affermare un fatto. La FED è in difficoltà, e la sua difficoltà si legge proprio nella sua totale mancanza di strategia. La Yellen è costretta a vivere alla giornata, subendo quasi i mercati. Ecco la grande differenza. Prima dell’ultimo FOMC, la Yellen, i mercati, li moderava.
Ecco che il domatore è finito nella gabbia. A comandare, ora, è il mostro della liquidità.

E i paesi emergenti? Un vecchio detto dell’oracolo di Omaha, al secolo Warren Buffett, diceva (tradotto in italiano) : “ti accorgi di chi nuota nudo, solo quando la marea si ritira”.

In questo caso la marea è la liquidità, che ora rischia di essere drenata dalla FED e dal reverse carry trade, che comporta uscite di capitale dai paesi emergenti, con tutti gli effetti che ne derivano anche sul mondo del credito.

E poi ci sono i tassi di interesse. La Banca dei Regolamenti Internazionali stima l’ammontare dei debiti contratti in dollari USA dal mondo emergente in circa 10.000 miliardi di USD. Immaginatevi l’impatto su tali volumi di un aumento dei tassi USA.

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Danilo DT

Danilo Rambaudi, alias Dream Theater, è un operatore finanziario dal 1995. Asset Allocation Manager, collabora con istituzioni finanziarie e siti finanziari italiani e non, nell'ambito dell'analisi e della ricerca. Analista tecnico, ma anche padre e marito (e a volte se ne dimentica).
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