Un’estate indimenticabile;

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“Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto” (William Shakespeare, “Macbeth”)

Eugenio Binella uscì dall’Agenzia n. 1 della Banca Commerciale Italiana e camminando in Piazza della Scala si sentì frastornato dall’aria bollente del tardo pomeriggio di luglio, che nel giro di pochi minuti gli incollò la camicia alla schiena.

Pensò al lungo tragitto del rientro a casa sui mezzi pubblici nella consueta calca di gente che tornava dal lavoro: afrore di ascelle rinselvatichite dal caldo e dalla fatica, sentore di capelli lavati poco e male e di piedi a bagnomaria dentro calzature da quattro soldi. Ormai del tutto sfatto, sarebbe infine approdato in via Salomone, periferia est di Milano nei pressi dell’aeroporto Forlanini, già avvezza agli aeroplani per la presenza del vecchio aerodromo di Taliedo, e nel claustrofobico bilocale a piano terra nel quale viveva con la madre casalinga si sarebbe sorbito la solita litania sui soldi che non bastavano mai, su quel disgraziato di suo padre che se n’era andato vent’anni fa e bla bla bla.

Rifletté anche su quell’impiego che lo rendeva una specie di bancario di seconda scelta, uno che nemmeno maneggiava il denaro: e difatti, nell’imponente palazzo dalle forme neoclassiche progettato dal Beltrami che ospitava la Banca, all’Ufficio Acquisti era stata assegnata una collocazione defilata, nel seminterrato sotto le ampie sale destinate agli sportelli: d’altronde, non era stato selezionato per la posizione di cassiere e solo grazie all’intervento di uno zio prelato era stato assunto comunque ed inserito in quel comparto.

Rimase per un poco immobile nella calura alla fermata del tram, e giunse alla conclusione che a trent’anni suonati fosse il momento di elaborare una non procrastinabile strategia di fuga da quella vita grama. In realtà, una carta da giocare per rendersi la vita più comoda ce l’aveva, ma sebbene vi pensasse da un po’, non aveva trovato il coraggio di decidersi: non fino a quel momento.

Teresa Terzaghi era l’unica figlia di Agnese e di Peppino, il quale aveva ereditato dal padre una prestigiosa cartoleria nei paraggi di Corso Venezia ed un magazzino all’ingrosso di prodotti di cancelleria. Nel corso degli anni aveva rilevato una cartiera sul Lago di Como ed era in breve divenuto il fornitore privilegiato di diverse grosse industrie e di banche nel milanese, tra cui la Banca Commerciale.

Era capitato che il signor Peppino, incontrandosi con il Responsabile dell’Ufficio Acquisti della sede di Piazza della Scala, nonché capoufficio di Eugenio, portasse con sé la figlia, la quale lavorava con lui.

Passata da poco la trentina, Teresa era piccola e con una figura abbastanza proporzionata, sebbene del tutto priva di qualsivoglia curvosa morbidezza, il viso spigoloso dal colorito olivastro incorniciato dai capelli neri corti e mossi, gli occhi piccoli un po’ troppo ravvicinati, scuri e penetranti, il naso aquilino come quello del padre, la bocca un taglio dritto dalle labbra sottili. Sapendo di non avere granché da esibire, in quegli anni ’70 appena iniziati di minigonne e jeans strappati ad arte Teresa preferiva certi tailleurini in tinte pastello che parevano pescati direttamente dal decennio precedente.

Quando vide quel giovanotto atletico tanto elegante nella divisa della Banca,  limpidi occhi azzurri e lisci capelli scuri pettinati con una perfetta scriminatura a sinistra,  naso dritto e una bella bocca sensuale, perse per qualche istante il filo del discorso, distratta da una botta di calore repentina ed intima e da un’arsura insopportabile che la portò al gesto inconsapevole di leccarsi le labbra.

Eugenio se ne era accorto e ne aveva sorriso tra sé, per nulla interessato a quella ragazza bruttina che se lo era mangiato con gli occhi, neanche fosse una pralina della Confetteria Cova, poi però si era informato e aveva scoperto la solidità finanziaria di quella famiglia. Così aveva telefonato in ditta con una scusa, aveva chiesto di lei, aveva fatto un po’ il brillante ma senza esagerare, e dopo un paio di telefonate l’aveva invitata ad uscire. Era così iniziato un rapporto ambiguo, con lui che si sbilanciava e poi si tirava indietro, invariabilmente frenato da una lieve ma non superabile repulsione fisica e lei che attendeva un’evoluzione sulla quale contava, con la pazienza del ragno che attende la mosca, fiducioso che prima o poi cadrà nella sua tela.

Prima di andare da Teresa, Eugenio fece una sosta in un bar in via Della Moscova dove maturò la sua decisione, pensando all’elegante appartamento nel quale viveva la ragazza, adiacente a quello dei genitori all’ultimo piano di un palazzotto signorile in via Turati. Si figurò le cene alla tavola della sala da pranzo dagli arredi Biedermeier, sotto il lampadario a gocce di cristallo, con la cameriera in grembiulino candido che poneva con gesti misurati ed esperti le raffinate pietanze nei piatti in porcellana bianca finemente decorata in oro zecchino; s’immaginò il salotto Chesterfield in pelle marrone davanti alla vetrata affacciata sull’ampia terrazza coperta, guarnita con piante sempreverdi in grossi vasi di coccio e con un  comodo salotto in midollino dai morbidi cuscini bianchi, sulla quale nelle sere d’estate avrebbe sorseggiato un buon bicchiere di vino contemplando le luci della città, sulla pelle la carezza di un fresco completo in lino chiaro.

Addio, mercato rionale di Taliedo, addio pavimenti piastrellati in graniglia multicolore, sanitari ingialliti e anonima mobilia in compensato, addio abiti acquistati all’Onestà e vacanze all’Idroscalo o in pensione a Viserbella: da ora in poi solo pavimenti in parquet e marmo, mobili in legnami pregiati, vacanze in alberghi di lusso e abiti di sartoria. Con una moglie bruttina dall’alito sovente un po’ pesante, ma pazienza. Potrò sempre cercare soddisfazione altrove, con la dovuta prudenza.

Lasciato il bar si fermò da un fiorista e spese una fortuna per sette rose rosso sangue dal gambo lungo: non se ne poteva permettere di più, ma comunque facevano la loro figura. I quattro Martini, tracannati l’uno dietro l’altro dopo il misero tramezzino che era stato il suo pasto di mezzogiorno, sommati ad una fondamentale aridità sentimentale, gli avevano consentito di oltrepassare senza ulteriori indugi l’invisibile linea di confine tra il moralmente lecito e l’inopportuno, se non propriamente immorale, e di dichiarare a Teresa il suo inesistente amore chiedendola in moglie, riuscendo persino a baciarla con un certo ottenebrato trasporto.

Secondo una legge di compensazione tanto nota da essere divenuta luogo comune, Teresa era assai scarsamente dotata fisicamente ma era intelligente e sveglia, e non credette nemmeno per un istante alla sviolinata dell’esagitato Eugenio, per il quale aveva provato sin dalla prima volta in cui lo aveva incontrato una brutale ed esclusiva attrazione fisica.

D’altronde, desiderava fortemente dei figli sani e robusti ai quali affidare le attività di casa Terzaghi, e dopo appena qualche uscita aveva intuito che quel ragazzo era ambizioso ma affetto da un’inguaribile neghittosità, e perciò incline alla corruzione. Tra l’altro, finalmente avrebbe potuto evitare gli squallidi incontri con certi aitanti gigolò per placare i suoi insospettabili e sanissimi appetiti, dei quali una ferrea educazione cattolica la induceva a vergognarsi: ne avrebbe sposato uno, risolvendo tutti i suoi problemi in un colpo solo. Dell’amore, poteva anche fare a meno.

Teresa ed Eugenio si sposarono la primavera successiva, con pranzo al Saint George Premier nel verde sontuoso del Parco di Monza, luogo che in quegli anni vide novelli sposi molti rampolli della borghesia milanese, quella “buona”, come si usava definirla allora. Vi parteciparono pochi intimi, perché la famiglia Terzaghi non amava la mondanità né gli sprechi, nemmeno per il matrimonio dell’unica figlia che tutti pensavano oramai destinata ad un sereno zitellaggio.

Nemmeno i Morandini, quotati parrucchieri di via Buonarroti e l’Istituto di bellezza Elizabeth Arden (quello con la celebre porta rossa in via Manzoni) riuscirono ad operare un miracolo, e persino in quel giorno Teresa,  fasciata in un sobrio abito lungo in raso candido, suggeriva la rassegnata melancolia di una canzone di Sergio Endrigo.

Aspettandosi che il suocero lo volesse coinvolgere in una delle imprese famigliari, per far bella figura Eugenio aveva subito dichiarato che non intendeva lasciare il suo impiego in banca. Dovette dissimulare la sorpresa e la delusione quando nessuno ebbe alcunché da obiettare, e si consolò dando fondo ai suoi risparmi personali per comprarsi una lucente Harley, una Electra Glide del ‘66 di seconda mano propostagli da un amico meccanico appassionato di quelle moto. Sua moglie non ne volle mai sapere di porvi le piatte terga.

Quattro anni dopo, i due si erano persuasi che con quel matrimonio, per il quale avevano imbrogliato scientemente le carte, avevano finito per perdere entrambi. Eugenio continuava a lavorare in Piazza della Scala e non aveva alcun accesso alle ricchezze dei Terzaghi, perché la moglie teneva ben stretti i cordoni della borsa. In quella bella casa si muoveva con la percezione (peraltro esatta) di essere un ospite appena tollerato, aveva già la nausea dei mobili Biedermeier e della compassata cameriera in guantini bianchi, ed era stufo di quelle uniche due settimane di vacanza all’anno, sempre trascorse nella villa di Santa Margherita: altro che mete esotiche e alberghi di lusso.

Quanto a Teresa, l’avvenente ragazzo che l’aveva ingolosita si era rivelato un deludente gatto di marmo, amante frettoloso, distratto e privo di fantasia, figli non ne arrivavano, e la pochezza intrinseca di suo marito non rappresentava certo una sorpresa, ma senz’altro un’aggravante.

L’insofferenza reciproca esplose una sera d’estate, quando mancavano pochi giorni alla partenza per le vacanze.

“Durante le vacanze voglio fare un viaggio. Magari in moto, prima di diventare troppo vecchio per farlo. Comunque, io a Santa non ci vengo”.

“Bravo, prendi quella rumorosa ferraglia e vai con il vento nei capelli, così quando a cinquant’anni ti toglierai la divisa da bancario e andrai ai raduni con il chiodo borchiato avrai qualcosa di vero da raccontare”.

Vi sono verità che fanno male, anzi malissimo, ma se un giorno qualcuno te le sputa in faccia con l’intento di ferirti, ti fa l’enorme favore di fornire l’impulso che mancava per tramutarti da velleitario a volitivo, e renderti capace di passare all’azione: due giorni dopo Eugenio, nella luce lattiginosa di un’alba milanese, partiva con la Harley e uno zaino, destinazione ignota.

Vada al diavolo Teresa con tutti i suoi soldi. Se ne stia pure ad ammuffire nel villone di Santa Margherita Ligure, con l’unica compagnia di una muta cameriera altezzosa e di un biondo giardiniere sfacciato e villano: io voglio davvero qualcosa da ricordare.

 Uscendo da Milano decise di arrivare fino a Piombino, e da lì imbarcarsi per la Corsica o per la Sardegna, a seconda dell’ispirazione del momento.

Giunto al porto con tanto vento e rumore scoppiettante nelle orecchie da esserne rintronato, l’ispirazione del momento fu rappresentata da una biondina dai capelli raccolti in una treccia che sfiorava le natiche sferiche a malapena contenute in un paio di calzoncini in jeans dall’orlo sfilacciato, le lunghe gambe muscolose e dorate, catenine colorate e scintillanti a cingere le caviglie sottili. Alice veniva da Montecatini, aveva ventisei anni e aveva l’impudica sfrontatezza delle belle alle quali nessuno ha mai detto di no. Quando vide il bel ragazzo bruno dagli occhi del colore del cielo sereno in sella alla Harley con le cromature tirate a lucido, pensò che avrebbe potuto costituire una gradevole parentesi vacanziera.

Come due mammiferi che si annusano nell’aria durante la stagione degli amori, si intercettarono, si soppesarono, si agganciarono e si imbarcarono insieme, con destinazione Bastia. Raggiunsero la Corsica con l’ultimo traghetto della sera, cenarono in un ristorante al porto dove mangiarono abbastanza male ed Eugenio si fece galantemente carico di un conto esagerato e trascorsero la notte in un alberghetto puzzolente, in una camera spoglia e soffocante nella quale dormirono ben poco, giacendo a lungo avviluppati in inestricabili, famelici abbracci. Eugenio si addormentò che il cielo ad est incominciava a schiarire, la testa leggera e le membra voluttuosamente indolenzite. Quando si risvegliò poche ore dopo era innegabilmente, perdutamente innamorato.

Attraversarono la Corsica da nord a sud; Eugenio sentiva il tepore pulsante del corpo di Alice appoggiato alla schiena e la carezza del suo fiato nelle orecchie quando cantava: la musica di quella voce gli entrava fin nei recessi dell’anima e pensava che aveva sognato tutto questo senza nemmeno saperlo. A Bonifacio presero il traghetto e dopo una turbolenta traversata delle Bocche sbarcarono a Santa Teresa di Gallura. Si fermarono in un campeggio sulla costa dove affittarono una specie di bungalow e nei giorni successivi perlustrarono spiagge bianche e un entroterra aspro e selvatico, ed erano così spensierati e belli in sella alla possente Harley, nel sole sfolgorante del pomeriggio o sullo sfondo di tramonti fiammeggianti di rossi barbagli. Si unirono spesso a gruppi di ragazzi con i quali condivisero notti sulla spiaggia, birra e fumo, e la luna e le stelle erano a lì a portata di mano, mentre cantavano accompagnandosi con una chitarra strimpellata davanti al mare. Non si raccontarono praticamente nulla delle reciproche esistenze, nella consapevolezza di vivere una sorta di sospensione della successione temporale: né passato né futuro, solo l’attimo presente.

Poi le vacanze terminarono, ed Eugenio si sentì morire al pensiero dell’assenza di Alice, né poteva pensare di rientrare a Milano a fare il bancario di seconda scelta e il marito di Teresa Terzaghi: così l’ultima sera, mentre a Capo Testa il disco arancione del sole colava a picco sulla linea dell’orizzonte scomparendo nel mare, che diveniva ad un tratto scuro ed opaco, Eugenio prese le mani di Alice tra le sue e guardandola negli occhi le disse solo che voleva iniziare una nuova vita con lei, ovunque lei volesse, purché insieme.

La ragazza lo guardò con un accenno di stupore nei ridenti occhi verdi, poi sottrasse decisa le mani da quella stretta e disse, con quel suo impietoso, chiuso accento toscano:

“…tu se’ tanto carino, ma io miro molto più in alto. Le vacanze son finite, bimbo, ora si torna a casa!”

Eugenio tornò a casa, e trovò Teresa abbronzata e rilassata. Non parlarono nemmeno dello screzio che li aveva condotti a quelle vacanze separate, e la vita riprese uguale a prima, giorno dopo giorno.

Tre mesi dopo, Teresa gli annunciò che era incinta, e quando in maggio nacque un robusto maschietto egli si stupì ed anche un poco si rattristò della propria mancanza di emozione. Se non altro, quel figlio distolse del tutto dalla sua persona l’attenzione ostile della moglie e di tutta la famiglia Terzaghi, e negli anni a venire poté quindi vivacchiare tranquillo e solitario, vagando di tanto in tanto per i colli brianzoli in sella alla Harley, con il vento che pietosamente asciugava le lacrime dagli angoli degli occhi.

Seguitò per molto tempo a pensare ad Alice, finché un bel giorno non si rese conto che faceva fatica a ricordare con esattezza certi particolari del suo volto, e rimpianse di non averne nemmeno una fotografia. A poco a poco smise del tutto di andare in moto ma non volle mai disfarsene: era l’unico ricordo tangibile che gli rimanesse di quella fantastica vacanza, quella Harley che sapeva, aveva visto e condiviso, e in qualche modo serbava traccia di quell’unica, irripetibile fiammata d’amore.

Suo figlio Giampaolo ormai aveva diciotto anni e gli chiedeva spesso di lasciargli usare la Harley: ma lui non cedeva, non voleva nemmeno sentirne parlare, era persino giunto a dirgli di farsene comprare una da sua madre, se gli piaceva tanto. Dopo qualche bourbon, nelle sue elucubrazioni lievemente alterate arrivava ad ammettere che Giampaolo, il cui atteggiamento palesava chiaramente che avrebbe preferito chiamarsi Terzaghi anziché Binella, non gli era mai stato nemmeno tanto simpatico: così imponente, biondo e ricciuto, con un tratto grossolano che né l’educazione né gli abiti di buon taglio riuscivano a dissimulare del tutto.

Chissà da chi aveva preso quella faccia larga dal naso un poco camuso, la bocca troppo carnosa, una faccia bella ma con un che di irrimediabilmente volgare. Più che figlio suo, sembrava l’erede di quell’odioso giardiniere del villone di Santa Margherita.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.
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