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Un’estate indimenticabile

La storia, che sto per raccontare, cominciò quell’estate che decidemmo di tornare sull’isola per le vacanze. La guerra non era ancora finita ma l’idea di ritrovare i vecchi compagni ci eccitava tanto da farci sentire al sicuro da ogni paura. Loro tenevano ‘a cazzimma che a noi del continente mancava ed attraeva, quel fascino spericolato ed incosciente di natura selvaggia e coraggiosa.

E fu così che prendemmo in affitto una casa in tufo grigio al civico 61 di Baia dei pescatori. Superato l’arco della porta, una scala s’arrampicava dritta dritta lungo la facciata sino ad un verone da dove si poteva scorgere il mare appena svegli o attardarsi al fresco la sera al chiarore della luna. La cucina era spaziosa, le pareti delle stanze erano dipinte verde penicillina ormai sbiadito. L’ingresso esterno della casa portava alla soffitta. Ma di questa e della sua scoperta ne parlerò più avanti.

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©Paolo Monti, Procida

Alla controra, quando solo “i pazzi e i malament” girano per strada sotto la calura,

– io Luca (per tutti Lucariello)
– mia sorella Maria Elena detta Memè a’cuntessa per la erre moscia che la faceva aristocratica
Viicienz o’furnare (Vincenzo, garzone della panetteria al borgo)
– il leader indiscusso del gruppo Giuann o’capitone (la famiglia di Giovanni aveva una pescheria)

eravamo soliti ritrovarci in soffitta a giocare.

In uno di quei pomeriggi di sole accecante, appena giunti in vetta, notammo subito un gatto disegnato sullo scuro della finestra ed una giacca appesa dove la mamma usava stendere le lenzuola. image

©Paolo Monti, Soffitta

Un giaciglio improvvisato ed una valigia piccola di cartone colpirono inoltre la nostra curiosità.

Giuann o’capitone si arrabbiò subito. “Maronn! cch’é stat?” Il pensiero andò subito a Cicciobello che di Memé si era invaghito e per stare vicino a lei, aveva preso possesso della nostra tana.

Quando dall’angolo buio qualcosa si mosse: un estraneo nella nostra soffitta.

Vi prego no! Vi prego non mi denunciate !

disse sottovoce un giovanotto dal volto scavato e dalla corporatura esile.

Cosa ci fate qui? Di dove siete?

incalzó Viicienz o’furnare mentre consolavo Memé che piagnucolava dallo spavento.

Sono professore, vengo da lontano, devo andare in America ma ho perduto il piroscafo

Ve ne dovete andare professó! Acca’ nu putite sta’

tuonó Giuann o’capitone

Vi prego solo tre giorni ancora poi me ne andrò, ma per favore non lo dite a nessuno che sono qui. Lo sapete mantenere un segreto?

Ci guardammo in viso e annuimmo. Ci piaceva l’idea di un segreto da custodire gelosamente.

Professó tenit’ fame? Avete fame? Siete così magro!

Non aspettai la risposta che mi precipitai giù in cucina. In uno straccio misi tutto quello che mi capitava a tiro: un pezzo di pane, del formaggio, una mela. Mangió tutto, ringraziando ad ogni boccone.

Professó siete stato voi a disegnare quel gatto? E p’cché?

Mi sentivo solo.

Il giorno dopo tornammo a trovarlo con un pesante cestino. Ci eravamo specializzati in generi di conforto. Giuann e Viicienz avevano svaligiato bottega, Memé aveva fatto un dolce con la scusa di portarlo a Cicciobello. Il Professore era felice di rivederci e voleva ricambiare l’ospitalità. Ci disse che insegnava violino e anche se era passato molto tempo, desiderava farci sentire qualcosa. Ma non si poteva fare rumore. Ci avrebbero sentiti! E poi era sempre la controra!

Allora inventammo il concerto silenzioso mimando i gesti su un violino immaginario. Sia pur nelle nostre diversità, avevamo trovato un comune denominatore: la musica.

“Chiudi gli occhi e immaginala. Ascoltala dentro di te”

disse il Professore bisbigliando all’orecchio di Giùann che non era molto convinto di quell’espediente.

In compagnia, le ore volavano così come i giorni. E arrivò anche quello della partenza.

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©Paolo Monti, Meriggio bianco

Eravamo tutti tristi, lo abbracciammo forte, stringendoci chi alle gambe, chi alle spalle curve. Non sapevamo neanche il suo nome. Ci lasciò in ricordo ad ognuno uno spartito. In alto a destra due iniziali

B”H

“Voi nu siete professo’, siete’ nu Maestro!”

disse Viicienz tra i lacrimoni. Fu un addio straziante. I giorni seguenti furono spenti e vuoti di significato. Non tornammo più nella soffitta.

Quella sì, fu un’estate indimenticabile.

Sono passati molti anni da allora: Giuann o’capitone fa l’avvocato, Viicienz o’furnare insegna lettere al liceo, Memé si è diplomata al Conservatorio e ha sposato Gabriele (Cicciobello) ed io faccio lo scrittore.

P.s. Le iniziali B”H sono l’abbreviazione di Baruch Hashem che in ebraico significa <Sia benedetto il Nome>

…sia benedetta la sua memoria Professore per averci salvato la vita

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Pubblicato da Daniela Pepe

Anima migrante, laureata in economia. Lasciò tutto per l'America viaggiando in Transiberiana. Vive a Roma ma il suo cuore è a Tel Aviv

2 Risposte a “Un’estate indimenticabile”

  1. all’improvviso un odore, un suono, qualcuno che nomina un luogo o una persona ai quali non pensavamo più da tempo, ed ecco che un ricordo riaffiora nitidissimo.
    Solo ora se ne può vedere il legame con quello che fu prima e quello che fu dopo, solo ora si può capire che non successe per caso, perché nulla succede mai per caso.
    Senza ricordi non siamo niente, ma arriva un momento in cui quello che abbiamo fatto prima conta poco: conta solo quello che ci rimane da fare, ed il tempo che (forse) avremo disposizione per farlo.

  2. L’ho riletto due volte, a distanza di ore.
    La prima volta per capirlo.
    La seconda, per gustarlo.
    Una narrazione meravigliosa e toccante.

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