Un’insostenibile leggerezza

Avevo un cane, tanti anni fa.

Era un meticcio sgraziato di età indefinibile che un giorno, nel paese della campagna brianzola dove abitavano i nonni materni e dove trascorrevo le vacanze estive, mi aveva seguita per strada. La sua serafica bruttezza mi aveva intenerita e gli ero stata subito grata per avermi scelta, come era del tutto evidente che fosse. Avevo quindi insistito affinché i nonni lo tenessero: di portarlo nell’appartamento milanese dove vivevamo io e la mamma nemmeno se ne parlava, figurarsi.

La nonna aveva subito acconsentito e aveva preso a chiamarlo Tito, affibbiandogli il nome di un suo caro amico, ormai appartenente al passato, del quale il nonno era assai geloso (sebbene egli non si azzardasse a dirlo apertamente, era tuttavia piuttosto palese). A ogni modo e ciononostante, forse per via della sua naturale inclinazione a prendersi cura di chiunque ritenesse più debole o sfortunato, anch’egli prese subito in simpatia quello sgorbietto intelligente e vivace.

Ci accorgemmo ben presto che Tito era però nomade fino nel profondo del suo animo canino e scappava da casa tutte le volte che poteva. Lo scorgevo infilare di corsa il cancello e dirigersi verso la strada: allora lo rincorrevo, chiamandolo a gran voce. Lui rallentava per qualche istante e con una stupefacente torsione del piccolo corpo tozzo volgeva all’indietro il muso aguzzo, arricciando le labbra sopra i denti. Ho  sempre interpretato quell’espressione come un sorriso di scuse e al contempo di rassicurazione, quasi che intendesse dirmi “scusami, devo proprio andare ma tornerò presto”.

Tornò in effetti molte volte; scoprimmo però che aveva l’abitudine di azzannare i polpacci di chiunque gli capitasse a tiro: in realtà non veri e propri morsi ma piuttosto pizzicate, tuttavia molte persone non gradirono e quando seppero che il cane era nostro si lamentarono con i nonni. Sul finire dell’estate, un pomeriggio trovammo Tito riverso sullo spiazzo erboso davanti al cancello, con una brutta ferita all’addome. Spirò non appena lo presi in braccio, rivolgendomi un ultimo sorriso desolato. Si era trascinato fino a casa, pur di mantenere la promessa di tornare.

Mentre le mie lacrime di bambina ingenua bagnavano l’ispido pelo bianco a chiazze nere, pensai con rabbia impotente che se non avesse avuto quel maledetto vizio di andarsene non lo avrei perduto tanto presto e per sempre.  Il dolore fu talmente grande che non volli mai più un altro cane: non tanto perché Tito fosse davvero insostituibile, quanto per risparmiarmi la sofferenza dell’inevitabile distacco.

Solo più avanti negli anni divenne chiaro che la vita è un susseguirsi di abbandoni; ognuno di essi rappresenta una pietra miliare posta a scandire la distanza tra un prima e un dopo. È così che si cresce: andando avanti e convivendo con una serie di dispiaceri implacabilmente ammansiti dal tempo, per quanto a volte ci si intestardisca nel mantenere fresche certe ferite.

Il compianto bastardino mi tornò alla mente molti anni più tardi, nelle sere in cui mio marito usciva di casa e, giusto un attimo prima di chiudersi la porta alle spalle, mi rivolgeva un sorriso soavemente gaglioffo.

Indipendentemente da ciò che raccontava non sapevo quale fosse la sua meta in quelle sere, ma avevo compreso con ineludibile certezza due cose: che mi avrebbe tradita e che sarebbe tornato a casa. Del resto, vivendo accanto a Nico il mio concetto di “tradimento”, con specifico riferimento a un rapporto di coppia, era divenuto molto più flessibile, non saprei dire se per saggezza o per vigliaccheria.

Io e Nico eravamo coetanei e abitavamo a Milano, nel medesimo condominio bianco in corso XXII Marzo. Benché le nostre madri si conoscessero e di tanto in tanto trascorressero il sabato pomeriggio a spasso per il centro, non ci eravamo mai frequentati fino a quando non ci ritrovammo nella stessa classe prima, sezione B, al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci. Prendevamo ogni mattina il tram 12, scendevamo in Corso di Porta Vittoria davanti alla Camera del Lavoro e raggiungevamo a piedi l’istituto, che si trovava in via Respighi.

La mamma di Nico era emigrata in Germania dalle campagne del pavese a metà degli anni ’50. Era stata assunta come cameriera in un ristorante berlinese il cui proprietario si era invaghito di lei e lo aveva sposato. Il matrimonio era durato una decina d’anni, poi la signora Delia si era stufata di Berlino, del ristorante e del marito, dal quale aveva divorziato, ed era arrivata a Milano con il figlio di appena cinque anni. Benché il padre inviasse un assegno mensile con regolarità teutonica, il rapporto con il figlio si limitava a un paio di frettolose telefonate per Natale e per il compleanno.

Io pure avevo appena qualche opaco ricordo di mio padre: si era ammalato quando ero ancora piccola e per questo motivo la sua scomparsa non recò nemmeno un grande patimento. Percepii però con vivida chiarezza l’inconsolabile malinconia della mamma e divenne per me prioritario renderla perlomeno orgogliosa di me, se non proprio felice. Mi impegnai dunque per essere sempre la prima della classe e per non gravarla di ulteriori preoccupazioni, in aggiunta alle fatiche derivanti dall’essere sola con una figlia, sebbene con un discreto impiego e una famiglia sempre pronta ad aiutarla come poteva. In quanto ai nonni paterni, dopo la morte dell’unico figlio si dimenticarono semplicemente di noi.

Nico doveva rassomigliare al padre tedesco più che alla briosa signora Delia, piccola e bruna: di figura alta e slanciata, aveva i capelli biondi e lisci e gli occhi chiari, il volto dai tratti decisi, di una bellezza un poco arrogante. L’aspetto ariano era ammorbidito dal sorriso gioviale e dal tratto naturalmente gentile, oltre che dal temperamento allegro. I modi accattivanti e spigliati facevano di lui un aggregatore spontaneo intorno al quale tendevano a radunarsi maschi e femmine, gli uni attratti dal suo ascendente, le altre in varia misura invaghite.

Nico era distolto dagli studi dalla militanza nel Movimento Studentesco, dalla batteria, sulla quale pestava con vigore in un gruppo rock che si esibiva gratuitamente in certi locali alternativi sui Navigli e al Giambellino, e naturalmente dalle ragazze. Per quel che mi riguardava, non era il mio tipo: la sua disinvolta vitalità mi metteva a disagio, la musica rock mi pareva solo fracasso, Mario Capanna mi sembrava appena un abile cantastorie con poca voglia di lavorare sul serio e infine la facilità con la quale Nico intrecciava relazioni talmente fugaci da non poter essere nemmeno definite storie, ma piuttosto amichevoli scambi di sesso (perlomeno da parte sua), mi disgustavano abbastanza.

Cionondimeno, quando divenne il mio compagno di banco neppure io seppi resistere al suo sorriso malandrino e presi a passargli appunti e a lasciarlo copiare durante molti compiti in classe. Allo stesso modo, non seppi sottrarmi quando mi chiese se poteva studiare con me per prepararsi ad alcune interrogazioni in materie nelle quali era particolarmente debole. Iniziò così un singolare sodalizio dal quale devo ammettere che entrambi traemmo vantaggio: il suo rendimento scolastico migliorò e io ebbi modo di scoprire la sua intelligenza brillante, corroborata da una sorprendente profondità di ragionamento. A poco a poco guadagnò la mia stima, seppe stimolare  curiosità  che nemmeno sapevo di nutrire su molti argomenti di attualità, mi trascinò alle sue esibizioni musicali e in alcune manifestazioni di piazza. Stretta in mezzo a quei giovani capelloni variamente scalmanati, provai l’inedita sensazione di appartenere a un branco di miei simili  e ne fui inebriata.

Dovetti ammettere che mi stavo innamorando di Nico quando incominciai a soffrire per le confidenze delle quali mi gratificava sulle sue avventure amorose. Pativo anche per l’affettuoso appellativo di “sorellina”, che sanciva inequivocabilmente un legame e un’incolmabile distanza. Era così che mi presentava ai suoi numerosi amici, quando mi convinceva a seguirlo ai collettivi del Movimento alla Statale o in qualche fumoso scantinato a Porta Ticinese, abbandonandomi poi alla mia paralizzante timidezza.

“Dovresti sorridere più spesso, sorellina, e anche accorciarti le gonne, lasciarti crescere i capelli, truccarti un po’, buttare via quei golfini gemelli a girocollo che sembrano di tua mamma. Così rischi di invecchiare senza poterti ricordare di essere stata giovane”.

Terminato il liceo prendemmo strade diverse: io mi iscrissi a Biologia a Milano, Nico si trasferì a Trento per frequentare Sociologia. Colsi l’occasione di quella lontananza fisica per scrollarmi di dosso il sentimento coltivato in silenzio per quasi cinque anni: sfumata qualsiasi remota speranza di suscitare un affetto diverso dalla fraterna amicizia, era solo un inopportuno fardello frustrante.

Un decennio di aspre lotte di classe e di deviazioni terroristiche cedeva frattanto il passo alla decisa rivalutazione del singolo ammantata di edonismo, in una subdola disgregazione del senso della collettività in favore del nuovo mito dell’individualismo. Fu con una sorta di bellicosa rivalsa che accorciai le gonne, lasciai crescere i capelli accentuando i riflessi chiari del mio castano dorato, imparai a truccarmi e cercai di frequentare gruppi e locali al di fuori dell’ampia cerchia di Nico.

Mi divertii per un breve periodo; smisi quando percepii la forzatura di un ruolo che non mi apparteneva. Dopo la laurea iniziai subito a lavorare all’Istituto di Ricerche Mario Negri e mi ritrassi, materialmente e metaforicamente, in un ambito a me più consono e familiare. Due anni dopo, presi a frequentare un collega occhialuto e un poco noioso con il quale intrattenevo appassionanti discussioni accademiche e che arrossiva ogni volta che lo prendevo per mano.

Non avevo notizie di Nico da quasi un anno. Nel frattempo, il ricordo di ciò che oramai consideravo una cotta adolescenziale si era stemperato in un tenue rammarico per qualcosa che non si era mai realizzato.

Lo rividi l’anno successivo, allorché la signora Delia si ammalò seriamente e venne ricoverata all’Ospedale di Niguarda. Si era stabilito a Trento e non ci incontravamo da circa otto anni. Fisicamente non era cambiato (d’altronde non avevamo nemmeno trent’anni, un’età in cui gli effetti del tempo sul corpo sono ancora poco percettibili) e non si era ancora tagliato i capelli. Notai subito che la spensierata sfrontatezza giovanile si era sublimata in una consapevolezza di sé assai più sostanziale.

Lo accompagnai in ospedale e dopo la visita cenammo insieme; mi fece i complimenti per il mio aspetto e mi raccontò che si era laureato, dirigeva l’ufficio del personale di una grossa azienda a Trento ed era incastrato in una storia complicata con una donna sposata. Tornai a casa turbata, confusa e improvvisamente infelice.

La signora Delia fu sottoposta pochi giorni dopo a un intervento al quale non sopravvisse; mi resi subito conto che Nico era del tutto impreparato a un dolore tanto lacerante. Ne fu affranto al punto di non sapersi nemmeno occupare delle incombenze conseguenti al decesso e a me venne del tutto spontaneo farlo al suo posto. Nei giorni successivi era come imbambolato, chiuso in un silenzio attonito, quasi che avesse d’improvviso smarrito le parole che prima non gli erano mai mancate.

“Vado a Trento a sistemare alcune cose; mi occorrerà qualche giorno ma intendo tornare a Milano. Tu ci sarai, vero?”

Qualunque cosa intendesse, attribuii alla domanda il senso che auspicavo: pochi giorni in sua compagnia erano stati sufficienti per comprendere che non avevo mai smesso di amarlo.

In quel periodo di assoluto disorientamento Nico si aggrappò a me senza alcun ritegno. La società trentina per la quale lavorava aveva una filiale a Milano e gli aveva accordato il trasferimento, dunque si stabilì nell’appartamento nel quale era cresciuto, in Corso XXI Marzo. Liquidato senza troppi riguardi il mite collega occhialuto, dedicai tutto il mio impegno ad accudirlo, confortarlo, blandirlo. Ci vedevamo tutte le sere dopo il lavoro. A poco a poco Nico si riscosse dal suo dolente torpore e cominciammo a uscire la sera, tornando a girare per i  locali pieni di fumo e di musica. Osservandolo risollevarsi, temetti di perderlo e mi preparai a vederlo andare via un’altra volta.

Capitò invece che una fredda sera d’inverno, appena prima di Natale, riemergemmo un poco brilli dalle nebbie del Naviglio Pavese e gioiosamente frastornati dai sublimi deliri jazz che animavano certe serate alle Scimmie, il locale in via Ascanio Sforza. Giunti che fummo davanti alla porta del suo appartamento, che si trovava appena due piani al di sotto di quello che dividevo con la mamma, Nico mi chiuse in un abbraccio avvolgente e mormorò nei miei capelli odorosi di fumo:

“Non andare via. Resta con me, ti prego, resta”.

Corsi a lasciare un biglietto frettoloso sul mio letto, affinché alla mamma non venisse un accidente non trovandomi la mattina dopo.

L’indomani mi svegliai con la mente un poco appannata, il petto oppresso dal peso del braccio di Nico, abbandonato di traverso sul mio busto. Mi stavo domandando se fosse un inizio, una fine o invece un passaggio senza importanza, quando lui si destò, mi scrutò tra le palpebre socchiuse, si aprì in un sorriso e disse serio:

”E se ci sposassimo?”

Ci sposammo sei mesi dopo e mi ero già trasferita da tempo a casa sua. Me lo aveva chiesto esplicitamente: nonostante mi fossi domandata se stesse semplicemente rifuggendo la solitudine, arrovellandomi sulla probabilità che inconsciamente mi attribuisse un ruolo materno, avevo comunque accondisceso. Paventando un suo repentino ripensamento, mi ero convinta che la mia costante presenza potesse evitarlo.

Rimanemmo dunque  in Corso XXII Marzo e continuammo a frequentare i luoghi che ci erano cari, sebbene con degli amici differenti da quelli di un tempo. Nell’85 chiuse i battenti il Derby e ci toccò aspettare un anno prima di scoprire lo Zelig. Da via Monte Rosa ci spostammo così in Viale Monza, alternando le serate al cabaret a quelle musicali lungo i Navigli o in Brera. Nico era un compagno divertente e rassicurante e a poco a poco accantonai definitivamente l’ansia derivante dal recondito timore della provvisorietà della nostra relazione; fluttuai in una sorta di bolla esclusiva, assaporando una meravigliosa sensazione di appagamento. Un paio d’anni dopo nacque la piccola Gemma, la cui presenza mi riempì di gioia e mi assorbì completamente per il triennio successivo: non era facile conciliare casa, lavoro e le esigenze di una bambina piccola. Ero sempre molto stanca e Nico mantenne l’abitudine di uscire anche senza di me, fornendomi sommari resoconti delle serate trascorse con i nostri amici.

Un sabato mattina mi imbattei casualmente in una coppia che faceva parte della nostra compagnia; i due fecero un sacco di complimenti alla bimba e si accomiatarono dicendo:

“Saluta tanto anche tuo marito, ormai non vi si vede più in giro! Comunque, quando sarete più liberi sapete dove trovarci”.

Dunque Nico mentiva. La mia bolla felice scoppiò con un plop fragoroso, lasciandomi all’istante inerme e indecisa su come affrontare la situazione.

Benché nell’attesa di individuare una strategia mi sforzassi di non manifestare il mio doloroso risentimento, Nico dovette percepire qualcosa. Divenne più che mai affettuoso e premuroso, sia con me che con sua figlia, ma paradossalmente non fece più molti sforzi per nascondere i suoi tradimenti. Mi succedeva di annusare sui suoi abiti qualche profumo diverso dal mio e di notare che rincasando faceva la doccia, nonostante ne avesse già fatta una prima di uscire. Eppure mi cercava spesso e con un ardore immutato, faceva molti sforzi per alleviarmi dalle fatiche domestiche, si interessava di qualsiasi cosa mi riguardasse: era come se intendesse rassicurarmi del suo amore, sminuendo al contempo il valore delle sue infedeltà, ormai implicitamente ammesse.

Nelle sere in cui usciva, un attimo prima di tirarsi l’uscio dietro le spalle mi rivolgeva il medesimo sorriso del cane della mia infanzia: dolcemente birbante, addirittura complice. Io aspettavo quel momento intendendolo come una sorta di viatico, in cambio della promessa di un immancabile ritorno.

Giunsi a convincermi che Nico era fatto così, era attratto dalle donne e dal sesso ma tutto ciò non c’entrava nulla con l’amore, quello era solo per me. Del resto non esistono bugie più convincenti di quelle che propiniamo a noi stessi, quando affrontare una spiegazione diversa condurrebbe necessariamente a scelte che riteniamo insostenibili.

Successe in una notte brumosa di fine autunno. Milano era avvolta nell’ottundente abbraccio di una foschia densa e unta; ricordo che era giovedì e Gemma, che era a casa da scuola da qualche giorno a causa dell’influenza, era dalla nonna. Avevo faticato un poco ad addormentarmi, come sempre mi succedeva nelle sere in cui Nico usciva. Dormivo un sonno leggero e apprensivo, nell’attesa di sentir girare la chiave nella toppa, invece fu il trillo del telefono a strapparmi da quell’ansioso dormiveglia.

La voce di Nico sembrava giungere da lontano, arrochita e a tratti spezzata:

“Alma, sto male, vieni subito a prendermi…“

“Nico, ma dove sei?”

“…Viale Romagna, la cabina telefonica vicino a casa di Miranda”.

Miranda. La mia amica di sempre, compagna di banco alle elementari, separata dal marito da diversi anni. Avevo tanto insistito perché si aggregasse alla nostra compagnia, era l’unica che seguitavo a vedere di tanto in tanto, l’unica con la quale riuscissi a vincere l’imbarazzo di un’infelicità che non intendevo ammettere.

Mi vestii e mi misi in macchina. Buona parte della notte se n’era andata ma l’alba era ancora lontana, la strada deserta e scintillante di umidità. Oltrepassai la parrocchia del Preziosissimo Sangue, la chiesa insediata nell’edificio della Senavra, ovvero il più antico manicomio di Milano. Procedevo lentamente a causa della scarsa visibilità, i pensieri sfilacciati ma i sensi singolarmente acuiti, come se fossi sotto l’effetto di qualche sostanza psicotropa. Ebbi la netta percezione di un’oscura figura che si aggirava furtiva dinanzi all’ingresso: mi sorse il dubbio che la presenza del vecchio pazzo della Senavra, che si agita senza pace durante la notte nei paraggi del luogo dove visse e morì, non sia una leggenda bensì un’inquietante verità.

Scorsi l’auto rossa di Nico parcheggiata proprio davanti alla cabina telefonica; posteggiai poco distante e camminai con il passo rallentato di chi si addentra nell’acqua sempre più alta.

Nico era accasciato sul sedile di guida, le mani strette al petto. Respirava affannosamente, le labbra bianche. Rimasi a guardarlo in silenzio, inginocchiata sull’asfalto bagnato, considerando che avrebbe potuto suonare il campanello di Miranda e chiederle aiuto: invece si era trascinato fino alla cabina e aveva chiamato me. Aveva voluto rispettare la promessa di fare sempre ritorno, ma mi ritrovai a domandarmi se il prezzo di tale rassicurazione non fosse divenuto per me troppo alto. Conclusi che lo era sempre stato, ma avevo preferito ignorarlo.

Salii in auto e mi sedetti al suo fianco, per evitare di attrarre l’attenzione di qualche eventuale insonne che si fosse trovato a transitare da quelle parti. Lui dovette comprendere ogni cosa ancor prima che lo facessi io e mi rivolse un ultimo sorriso avvilito.

Mezz’ora dopo risalii sulla mia auto e mi avviai verso casa. Miranda era radiologa e lavorava all’Ospedale di Monza; se come d’abitudine fosse uscita intorno alle cinque e mezzo, vi erano buone probabilità che lo trovasse lei, come in fondo era giusto che fosse.

Pochi mesi dopo, con l’arresto di Mario Chiesa, per Milano si chiuse un altro ciclo e fu subito chiaro che era di nuovo il momento di inventarsi un modo differente per andare avanti.

Il cerchio si è infine spezzato e ora sono libera, ma sto conoscendo il peso del vuoto che si cela dietro troppa leggerezza. La mancanza di un compagno non è così terribile e in fondo sono ancora giovane; ho mia figlia, l’affetto di mia madre e dei pochi amici che mi si sono stretti attorno.

Devo solo smettere di rispondere al telefono che squilla ogni giovedì notte alla stessa ora, devo resistere alla tentazione di uscire per venirti a cercare e guardarti morire di nuovo e di nuovo, portandomi appresso quel tuo sorriso. Sei solo un fantasma come quello del vecchio matto della Senavra, solo uno dei tanti spettri che popolano il buio delle notti di Milano: li vede solo chi vuole vederli.

In quanto a Miranda, la quale mi ha più volte cercata, non so cosa farò. Ci sto ancora pensando.

La gente di solito si rifugia nel futuro per sfuggire alle proprie sofferenze. Traccia una linea immaginaria sulla traiettoria del tempo, al di là della quale le sue sofferenze di oggi cessano di esistere. “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, Milan Kundera).

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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