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Università low cost e carriere al top

Il sistema universitario americano della Ivy League – ovvero il “circuito” dei migliori otto atenei statunitensi – rappresenta un’eccellenza mondiale, con nomi che fanno parte dell’immaginario collettivo, come Harvard, Princeton e Yale. E altre università fuori dalla Ivy League sono altrettanto famose: Stanford su tutte. Eppure questo agglomerato di sapienza non si sta adeguando alla velocità e alla metamorfosi dell’attuale mondo imprenditoriale.

Ivy-League

La “mia” Harvard – una delle università più selettive d’America – con il 5,2 per cento e 39mila iscrizioni per la classe 2020 registra uno dei tassi di accettazione più bassi di sempre. Yale si attesta al 6,3 per cento. E Stanford accetta solo il 4,7 per cento delle domande. Harvard e Stanford sono oggi le uniche università che ancora propongono Master in Business Administration della durata di due anni mentre tutte le altre università, per risparmiare tempo e denaro, presentano MBA di un anno soltanto. Intanto i costi dei college sono aumentati molto di più di quanto abbia fatto l’inflazione e l’indebitamento degli studenti americani è raddoppiato, passando dai 600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 1,2 trilioni del 2015. E buona parte degli universitari chiede che i prestiti destinati allo studio vengano erogati a interessi zero, con proposte ancora più radicali dirette ai governi federali di farsi carico completamente delle rette (tematiche che scaldano anche la campagna elettorale americana). Princeton ha un costo annuo per studente di 64mila dollari. Somma che serve anche per pagare i costi delle prestigiose squadre sportive dell’università, delle biblioteche interne e delle altre spese che contribuiscono al prestigio di Princeton ma, ovviamente, anche a gonfiarne i costi. In sintesi, è questo il modello tradizionale della migliore educazione americana. Un modello che però viene messo in discussione non solo perché è molto costoso ma anche perché viene considerato obsoleto. Difatti, oggi, il valore aggiunto è l’esperienza sul campo degli imprenditori che sono in prima linea nei vari settori legati alla tecnologia e che, invece, nel modello universitario tradizionale non ha un ruolo così decisivo

Tra le diverse soluzioni alternative, una delle più interessanti da segnalarvi è quella dell’imprenditore Ben Nelson (ex presidente di Snapfish), che in ambito educativo, nel 2012, a San Francisco, ha dato il via a Minerva, una start up che per l’appunto sta rivoluzionando il tradizionale sistema universitario americano. Innanzitutto la retta annua scende a 28mila dollari circa e comprende tasse scolastiche, vitto, alloggio e con le borse di studio che sono a carico di un ente non-profit. Ma non è solo una questione di prezzi molto più competitivi, quasi low cost rispetto a quelli delle concorrenti private più prestigiose. In Minerva cambia proprio la visione dell’apprendimento. Il programma di laurea di quattro anni si svolge con la partnership del Keck Graduate Institute della California, cominciando con un focus sulla padronanza delle competenze intellettuali o “abitudini della mente e concetti fondamentali del linguaggio”. Le classi sono divise in gruppi di 20 studenti che partecipano a seminari online sulla piattaforma che ne traccia provenienza e risultati e poi, tutti insieme, ogni sei mesi, si spostano da una città a un’altra, vivendo in affitto nei residence universitari. E, in sostanza, con la struttura universitaria che rinuncia al suo ruolo di filtro e di “traduttore” tradizionale della conoscenza per un insegnamento molto concreto basato su un modello di formazione che sta a metà tra quello in voga negli affollatissimi MOOC (Massive Open Online Course) e quello delle “The DO School”, dove il “dire diventa il fare” che muove l’imprenditore moderno.

Anche perché in ambito universitario i grandi guru di questo secolo non sono più i professori ultra-celebrati di un tempo ma sono direttamente i grandi imprenditori come Elon Musk, Marc Andreessen, George Brin e Mark Zuckerberg. Uomini che sono soprattutto grandi innovatori e che sui social dispensano conoscenza ed esperienza senza filtri a milioni di follower.

D’altronde anche i grandi libri di successo moderni non sono scritti dai “baroni” di Harvard o Stanford ma sono firmati dai grandi investitori tecnologici, che stanno ribaltando il mondo tradizionale del business: biotech che distrugge il traditional pharma, trasporti tradizionali annichiliti da Uber, Airbnb che schianta il vecchio settore alberghiero, fino al fintech che crea analisti finanziari robot senza avere più bisogno delle persone fisiche.

Minerva, in soldoni, è la punta dell’iceberg di un nuovo approccio educativo in grado di seguire passo a passo il business molto “technology intensive” che si sviluppa nelle “trincee” delle start up. Visioni educative che permettono di vivere l’innovazione in prima persona mentre gli educatori tradizionali non conoscono lo sviluppo delle forze distruttive che si chiamano: artificial intelligence, machine learning, sharing economy, fintech, biotech, treaty printing e internet of things. Per un successo sancito oggettivamente dai numeri. Minerva – che ha “aperto le porte” nel settembre 2014 – i suoi primi 69 studenti li ha potuti selezionare tra 2.500 candidati. Mentre nel 2015 aveva 11mila richieste per 220 assegnazioni. Oggi, con investitori del calibro di Benchmark Capital, Gruppo TAL, ZhenFund e Gruppo Yongjin che hanno donato oltre 70 milioni dollari, ha un portafoglio studenti di poco inferiore a quello di Harvard e Yale (con gli studenti americani che rappresentano circa un quarto delle presenze, con Cina, Brasile, Vietnam, India e Israele che coprono il resto) e basti dire che in una settimana sono state oltre 16mila le richieste di iscrizione ricevute da 50 Paesi per soli 306 posti disponibili e con un tasso di ammissione del 1,9%! In conclusione, Minerva, soprattutto, apre nuove strade. In futuro, sul suo esempio, ci saranno più università dove si offrirà moltissima conoscenza essenziale senza tutti quei “legacy cost” che ancora oggi massacrano le rette scolastiche. Questo perché il futuro sarà sempre più orientato verso i nuovi filoni innovativi e tecnologici, che renderanno la nostra attuale conoscenza obsoleta già tra pochi anni, quando l’automobile si guiderà da sola, i consigli finanziari ce li darà una macchina e il frigorifero ordinerà da solo cosa comprare al supermercato.

E sapete perché? Semplice, perché la forza dell’innovazione è più forte della tradizione.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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