Più che usare la Forza, conviene la pace

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Cosa succederà se nel Pacifico qualcuno sarà tentato di premere un grilletto o spingere un bottone? Inoltre: la tentazione è reale o puramente ipotetica? Chi disegna scenari sa che ogni soluzione è possibile, anche se ovviamente il conflitto resta quella meno probabile e auspicabile. Tuttavia la Pax Americana che aveva resistito alla minaccia sovietica e alla vittoria vietnamita è oggi messa in discussione. Rimangono irrisolti i nodi di Taiwan e della penisola coreana, ma la novità è la tentata discesa della Cina verso i mari meridionali. Pechino rivendica gli isolotti della nine-dash line che le darebbero la sovranità esclusiva su un immenso mare, fino alle coste dell’Indonesia. Gli isolotti, financo gli scogli e le secche, sono il pretesto giuridico per legare sterminate distese d’acqua che rientrerebbero nella territorialità di Pechino. La pescosità dei mari, le riserve energetiche off-shore sono secondarie, effetti collaterali di un purissimo gioco di potere.

Secondo lo Stockholm International Peace Research institute (il Centro studi più accreditato per questioni militari) nel 2012 la Cina ha aumentato le spese per la difesa del 7,8%. Il dato si unisce alle rivendicazioni verbali e politiche di Pechino che riconosce come inalienabili e storici i suoi diritti e non esita a entrare in tensione con tutti gli altri paesi limitrofi. La cronaca è piena di arresti di pescatori, costruzioni di fari, esercitazioni. La politica scelta è il progressivo fait accompli. Probabilmente in coincidenza, il governo giapponese ha adottato un’interpretazione dinamica della sua Costituzione. È stato cambiato il senso del suo articolo 9 che vietava inequivocabilmente e in ogni caso l’uso di forze militari. Ora saranno possibili non solo operazioni di self-defence (già consentite nel 1954, in piena guerra fredda) ma anche interventi di sostegno ad alleati aggrediti. Non c’è bisogno di eccessiva perspicacia per comprendere il reciproco appoggio agli Stati Uniti e agli altri paesi alleati nel Pacifico.

A conferma delle tensioni, la Malaysia ha recentemente autorizzato l’appoggio logistico al sofisticato aereo spia USA P-8, capace di ricognizione a lungo raggio e missioni anti-sommergibile. La base è a Labuan, nel Borneo malese, proprio in prossimità delle isole contestate Quali conseguenze avrebbe dunque un’escalation incontrollata? La Cina non ha speranze di vittoria. Tutti i polemologi sostengono che le sue forze armate, seppure numerose e ora meglio attrezzate, non hanno capacita elevate. Sono ancora strutturate secondo i criteri dell’Esercito di Liberazione e hanno accesso limitato all’acquisto delle armi più sofisticate e distruttive. Non mancano al Giappone invece le dotazioni più complesse e costose, frutto di benevole negoziazioni con gli Stati Uniti. Molto dipenderà, continuano gli esperti, dalla natura del conflitto, se sarà convenzionale o si baserà sulla minaccia atomica, se coinvolgerà gli alleati, se si combatterà sul terreno, in mare o nell’aria, se vedrà l’uso di anfibi, carri armati o caccia, quale sarà il ruolo di Taiwan.

In ogni caso la superiorità giapponese sembra difficile da smentire. Una considerazione storica conferma questa previsione. Il Sol Levante ha conosciuto molti periodi militarizzati. La Cina ne è stata vittima a lungo. La tradizione militare innerva la cultura del Giappone, anche se è stata rinnegata dopo la tragedia di Hiroshima. Al contrario, nella storia cinese la gerarchia militare è sempre stata subordinata: ai letterati confuciani, alle corti imperiali, agli ordini del Pcc. Al Museo dell’esercito a Pechino è ben riportata la frase di Mao Ze Dong sulla politica che deve comandare i fucili. Non ci sono stati colpi di stato militari in Cina, anche se il paese ha perduto molte guerre. Pechino conosce bene i suoi ritardi e la sua tradizione. Soffia sul nazionalismo per altri motivi, forse per trovare la coesione interna, per connotare Xi Jin Ping come uomo forte, per l’orgoglio dei suoi cittadini. Sembra aver dimenticato l’insegnamento di Deng Xiao Ping di non imporre leadership, di crescere in silenzio, di non crearsi inutili inimicizie. È auspicabile che questi ricordi non vadano perduti e che non si ascoltino le raccomandazioni degli apparati di partito e degli uomini con le stellette. Ne guadagnerebbero sia la Cina che la pace nel Pacifico.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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