La frettolosa fusione delle banche Venete in Intesa

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Prosegue a ritmi serrati l’integrazione delle ex reti venete nella nuova capogruppo IntesaSanPaolo.

Quello che tutti temono sono gli impatti su occupazione, imprese, produzione, senza dimenticare i ristori ai risparmiatori truffati. 

È recente la notizia che il fondo da 30 milioni, previsto per le persone “più bisognose”, sia stato sospeso, e da quanto ci pare di capire il motivo risiede nel fatto che il decreto non stabilisce da nessuna parte come trattarlo.

Il che è indicativo di come la faccenda sia stata gestita tanto accuratamente per quanto riguarda i desideri degli azionisti di Intesa quanto sommariamente per ciò che riguarda i risparmiatori. In Veneto, dicono alcune associazioni dei risparmiatori truffati, è tornato l’incubo suicidi che lo aveva dilaniato nel 2011-2012.

Molte persone nelle tre banche sono state messe a lavorare alacremente in questi mesi estivi altrimenti spassosi, per trovare la quadratura ad alcuni aspetti operativi e legali prima che le filiali e soprattutto le imprese riaprissero le saracinesche dopo la pausa agostana. Molti sono i cantieri al lavoro: la due diligence sui crediti, gli esuberi e le filiali da chiudere e assorbire, la migrazione informatica e l’uniformazione normativa, e nel frattempo la gestione della clientela comune e di quella parcheggiata alla bell’è meglio nelle filiali venete in attesa dei decreti di trasferimento alla Sga che dovrebbe gestirne la liquidazione.

Come vedremo sono tutti problemi che tendono a intrecciarsi fra loro in maniera complessa. Su tutto pende la brusca accelerazione che la Vigilanza di Francoforte ha imposto al processo: non più febbraio 2018 per avviare l’integrazione informatica e normativa, bensì l’otto dicembre per concludere tutto entro fine anno. Naturalmente in pieno periodo di vacanze, scadenze, versamenti fiscali.

Gli esuberi sono stati pianificati e i prepensionamenti partiranno già a ottobre. le agenzie un tempo possedimento personale di Zonin e Consorti erano state già “vetrofanate” col logo ‘Intesa’ ancor prima che il decreto venisse ratificato dal Parlamento!

I clienti hanno preso con amara ironia tanta fretta di seppellire il passato. In Veneto di fusioni ce ne sono state tante negli ultimi 15 anni, e diversi clienti multibancarizzati ricordano che ci sono state banche che malgrado fusioni già compiute hanno continuato per parecchio tempo dopo a rispondere al telefono con le vecchie amate sigle, mentre le precedenti insegne resistevano sui muri esterni come spartani alle Termopili.

L’altro cantiere è quello della due diligence che dovrebbe separare il grano dall’erba cattiva. Alla dirigenza Intesa stanno a cuore i dividendi promessi ai propri azionisti, e garantiti dai generosi sussidi ricevuti dallo Stato per acquisire la sola parte buona delle due ex venete. Si doveva iniziare presto, appena dopo la conversione in legge del decreto, ma i tempi ministeriali hanno fatto slittare di oltre un mese la partenza, e oggi si corre per rispettare la scadenza di novembre, e arrivare pronti malgrado il fiatone all’anticipato appuntamento con la fusione informatica.

Quanto emergerà dalla analisi sulla qualità dei crediti cambierà potenzialmente il perimetro della clientela, e l’incertezza che ne avvolge procedimento ed esiti rende ancor più delicata la gestione di quelle posizioni che si trovano “a metà strada”. Guarda caso sono proprio quelle che necessiterebbero maggiori cure.

Un altro aspetto importante e collegato al precedente, è infatti la gestione dei clienti comuni. Le preoccupazioni maggiori non sono tanto per i clienti in bonis e con rating buoni o sufficienti, bensí la gestione di quelli con rating mediocri che potrebbero venir rigettati dalla due diligence e la gestione di quelli già rimasti alla liquidazione. Partiamo da questi ultimi perchè su di loro si sono concentrati i gridi di dolore di molti quotidiani e blogs.

La linea ufficiale di Intesa è che il cliente della bad bank non è da considerare comune e sostanzialmente se ne devono arrangiare i commissari liquidatori. Per questi clienti la situazione è kafkiana perchè essi sono ancora formalmente parcheggiati nelle filiali ex venete di origine, in attesa dell’assist a Sga, ma nessuno dei direttori e funzionari delle due banche ha autorizzazione a gestirli, nè sanno indicare loro a chi rivolgersi. Grandi posizioni debitorie sono già state oggetto di ristrutturazioni, tipo il gruppo Stefanel, sulla spinta dei legali di parte e per impulso delle strutture decisionali regionali, ma piccole pmi o privati si trovano in una posizione contrattuale meno forte, nè è chiaro se Sga chiederà la licenza bancaria per gestirli altrimenti che in liquidazione.

A onor del vero, sembra che situazioni di questo genere, in bonis su Intesa e deteriorato su bad bank, non siano così frequenti. Non è difficile capire perchè: sofferenze e incagli sono situazioni già in avanzato deterioramento secondo le regole europee per la gestione dell’ intercettamento delle problematicità, dei tempi per attuare interventi precoci e l’eventuale successiva classificazione a non performing qualora dovessero rivelarsi inefficaci.

Nella maggioranza dei casi le segnalazioni in Centrale Rischi e le tensioni nella liquidità e redditività aziendale hanno fatto in tempo a divenire di pubblico dominio fra le banche affidanti, che generalmente adeguano la classificazione a deteriorato salvo appunto motivazioni eccezionali. Ma se le segnalazioni proseguono, è rischioso per una banca continuare a mantenere in bonis un cliente altrove irregolare e magari concedere nuovo credito rischiando una sentenza di concessione abusiva di credito e di trovarsi spiazzati se un’altra banca avvia le procedure di fallimento e escussione delle garanzie.

Per questi motivi le posizioni anomale, tipo in bonis su intesa e malus sulle venete sono da considerare le eccezioni rispetto ad una diffusa omogeneizzazione delle classificazioni a credito deteriorato e aziende realmente in fase di avanzata e irreparabile difficoltà.

Invece, assolutamente tranquilla è la situazione dei clienti comuni in bonis. Nell’attesa di uniformare e accorpare le strutture e la normativa, le deleghe per le delibere sono rimaste in capo alle direzioni crediti e alle filiali di ciascuna ex rete. L’unica regola è che il gestore di Intesa abbia sempre l’ultima parola in merito alle pratiche di fido dei colleghi delle ex venete, indipendentemente dal peso relativo che Intesa abbia nell’assetto finanziario del singolo cliente.

Daun lato è chiara la poca fiducia di Cà de’ Sass nei confronti delle strutture e delle pratiche deliberative delle due ex venete, dall’altro sta creando difficoltà ai gestori Intesa che si trovano a gestire “dalla lontana” proposte di fido su cui apporre il proprio imprimatur, assumendosene una formale responsabilità, senza avere accesso alle procedure informatiche che tra l’altro non saprebbero leggere agevolmente.

È chiara la difficoltà a gestire pareri di conformità di questo genere nei casi in cui il gestore Intesa abbia una posizione marginale nell’assetto fiduciario del cliente comune e in quelli dove la concessione oggetto della pratica sia di importo considerevole.

Finora la promessa di mantenere l’assetto dei fidi esattamente esistente presso le tre banche è stata rispettata. Anzi in più casi di clienti in bonis è stato concesso nuovo credito. Comunque, fino a pochi giorni fa questo, questo non era garanzia che nel 2018 non si rivedesse il corpus dei fidi e qui o lì si tagliasse qualcosa, ma Intesa aveva dato ampie rassicurazioni che il processo sarebbe stato graduale senza impatti traumatici sui clienti. La faccenda sembra però cambiare da qualche giorno come vedremo fra breve.

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All’interno dei clienti in bonis c’è però una categoria che dorme sonni agitati, quella dei clienti con rating mediocri: nella scelta di potersene disfare dopo la due diligence, Intesa non fa per nulla un favore al territorio, e pone loro seri problemi. Il mio consiglio è quello di cercare una nuova banca affidante e chiudere appena possibile la posizione presso le venete.

Sfortunatamente il procedimento di due diligence è avvolto da un segreto tale che non mi illudo che quasi tutti i clienti ignorino di essere in una situazione delicata e suscettibile di trovarsi un domani nella bad bank.

Ma passiamo alle novità di questi giorni. Poco tempo fa è calato l’ordine di accelerare il processo di fusione. Come mai la Vigilanza ha imposto tempi più rapidi? L’irritazione che è emersa dai vertici di Intesa è stata tale che voci sono filtrate fuori dalla banca, soprattutto perché le strutture regionali e le filiali sono state coinvolte con nuovi direttive, e alcune motivazioni sono state rese note.

La Bce vuole conoscere precisamente a quanto ammonteranno gli esatti accantonamenti che il gruppo IntesaSanPaolo, banche venete comprese, farà  bilancio al 31 dicembre 2017. Nel 2018 verranno implementati i nuovi principi Ifrs9, e ce ne è uno che la preoccupa in particolar modo: gli accantonamenti su crediti di secondo livello. Questo nuovo principio prevede accantonamenti anche per crediti in bonis calcolati sulla base della perdita presunta attesa. Peccato che il regime transitorio per adeguarsi al nuovo standard preveda colossali accantonamenti partendo da zero.

E qui torniamo al problema della Bce: se Intesa terminasse la due diligence a fine 2017 e le fusioni informatiche venissero posticipate al 2018, i rating delle tre banche coinvolte rimarrebbero non confrontabili, ostacolando l’esatta definizione degli accantonamenti ex livello 2.

Ecco perché Francoforte spinge sull’acceleratore. Nel frattempo le filiali, tanto di Intesa quanto delle due venete, sono state coinvolte in una altrettanto rapida accelerazione del processo di rinnovo delle pratiche di fido  e aggiornamento dei rating: il pericolo è che le posizioni scadute e con rating “vecchi” subiscano un automatico downrating che imponga semi-automatici tagli lineari ai fidi per allineare gli RWA ai budget del piano di Intesa. Alla faccia della gradualità originaria dell’eventuale processo di deleveraging.

Sfortunatamente sembra che nelle venete non ci sia mai stata una reale attenzione al credito e ai rinnovi delle pratiche, preferendosi un approccio più commerciale al cliente, quindi le posizioni scadute da revisionare sono molte. E mentre le filiali sono chiamate ad un impegno raddoppiato per azzerare l’arretrato, la due diligence deve proseguire benchè i revisori farebbero sicuramente un lavoro più accurato se potessero vagliare posizioni aggiornate e revisionate.

Il tempo stringe.

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Banchiere Cannibale

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