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Via con me (Le Canzoni Inclinate)

Prima che prendesse piede questa dannata fretta di anticipare tempi ed eventi, a Milano il periodo natalizio si apriva ufficialmente il 7 dicembre, giorno dedicato al Santo patrono Ambrogio.

Sulla piazza a lui intitolata, dal 1886 si dispiegava la fantastica baraonda della fiera degli Oh bej Oh bej e anche a pochi anni dalla fine del XIX secolo, sebbene il mercato avesse via via perduto la peculiarità di esposizione di addobbi, simboli e stravaganze a carattere rigorosamente natalizio, accogliendo una prepotente infiltrazione di paccottiglia e cianfrusaglie, pochi milanesi si sottraevano al suo richiamo.  Così, nella luce smorta di quel freddo pomeriggio che appariva già stanco appena dopo pranzo, il cielo ingrigito dalla nebbia incombente, al Luna Park Varesine girava poca gente.

Una volta gli avevano chiesto come mai avesse scelto proprio quel mestiere. Gli era parsa una domanda alquanto sciocca, perché nessuno sceglie di fare il giostraio: giostrai si nasce, si è, in un certo senso.

Originario di Melara, un grumo di case strette attorno a un campanile nella zona del Polesine dove si inventavano e fabbricavano giostre, Tomaso Gregnanin (e chissà se quella “doppia” mancata nel nome fu frutto di una scelta  oppure di una svista) era figlio, nipote e cugino di giostrai. Loro quei fantasiosi marchingegni non li costruivano, li portavano in giro. Erano gente incapace di stare ferma in un posto troppo a lungo, gente che amava il ruolo di artefice del momenti di spensieratezza degli altri, i bimbi soprattutto. Era infine gente che preferiva osservare e ascoltare il successivo mutare della luce del giorno e l’avvicendarsi delle stagioni stando all’aperto, cioè da dentro anche se sembrava da fuori: è un modo di sintonizzarsi con i ritmi della natura che solo i nomadi comprendono.

Insieme alla sua famiglia e a quella dello zio paterno, a partire dal 1930 Tomaso aveva girato l’Italia in lungo e in largo, spingendosi fino nel Canton Ticino. Dovettero fermarsi negli anni della seconda guerra mondiale e sfollarono nel paese natio, seguitando a vivere nelle loro roulottes nell’attesa di potersi rimettere in viaggio. Non sapevano di essere “operatori ambulanti dello spettacolo”: erano solo giostrai, si spostavano di luogo in luogo per far divertire con diavolerie ingenue e mirabolanti il maggior numero di persone possibile, sentendosi ovunque a casa.

Si fermavano spesso a Milano: era una buona piazza, dove c’era lavoro per tutti. Alla fine degli anni ’50, a Tomaso era capitato di assistere allo spettacolo di un famoso circo. A un certo punto, nell’arena avevano fatto il loro ingresso quattro superbi cavalli dal lucente mantello del colore dell’ebano, accompagnati da un’esile fanciulla. Gli altoparlanti avevano diffuso una melodia ritmata, a tratti incalzante e la ragazza si era esibita in una serie di acrobatici volteggi, balzando da un dorso all’altro dei cavalli mentre questi mantenevano un galoppo lento e costante. Tomaso era stato ammaliato dall’agile eleganza della figura femminile: inguainata in un’aderente costume celeste, con una sorta di mantellina cucita sulle spalle, era una farfalla che volava sopra quattro fiori neri.

Dopo lo spettacolo aveva avuto la faccia tosta di cercarla e di avvicinarla. Isidora era nata a Jerez de la Frontera e s’intendeva di cavalli andalusi al punto da parlare con loro un linguaggio che essi comprendevano. Tomaso l’aveva amata non appena si era sporto sul nero vellutato dei suoi occhi, nel quale si era buttato a capofitto.

Quando il circo aveva levato le tende da Milano lui, appena ventenne, l’aveva seguita, rincorso dalle colorite maledizioni del padre, dello zio, dei fratelli e dei cugini e dalla benevola complicità delle donne della famiglia.

Via via
Vieni via con me…
Via via
Non perderti per niente al mondo
Lo spettacolo d’arte varia
Di uno innamorato di te…

  Aveva seguito il circo per sei mesi in giro per l’Europa facendosi assumere come elettricista e sul finire dell’estate aveva raggiunto insieme a Isidora la famiglia, che aveva piazzato le giostre a Milano Marittima, vicino alla pineta. Tutti erano stati ammaliati dalla bruna bellezza della ragazza e dall’irresistibile calore dei sorrisi generosamente elargiti. Si erano sposati in un pomeriggio di settembre lavato da un fragoroso temporale; la famiglia aveva organizzato una festa sulla spiaggia che era durata tutta la notte, ed era stato bellissimo.

Erano seguiti molti anni felici: avevano seguitato a viaggiare, visitato piazze e incontrato tante brave persone, sebbene talvolta avessero dovuto sopportare il pregiudizio di chi li considerava zingari, con ciò intendendo ladri e fannulloni. Isidora di tanto in tanto si chiudeva in un quieto scoramento, diceva che aveva nostalgia dei suoi cavalli, ma cercava di scacciarla in fretta. I figli che avrebbero potuto distoglierla da quel rammarico non arrivarono e anche di questo dispiacere dovette farsi una ragione. Aveva rispolverato un’antica passione e confezionava fantasiosi costumi per gli spettacoli circensi: in breve tempo, in virtù del passaparola tipico di certe comunità esclusive ma ampie, si era guadagnata una discreta fama e il lavoro non venne mai a mancare.

Con il trascorrere dei decenni la stirpe dei Gregnanin si era via via impoverita e disgregata e Tomaso, rimasto solo con la moglie, a metà degli anni ’80 era approdato a Milano, per la precisione alle Varesine, sul terrapieno tra Via Galileo e Viale della Liberazione. Sul rilievo  dove una volta sorgeva la Stazione Centrale, dismesso dopo il suo spostamento, le compagnie circensi che periodicamente transitavano per Milano e poi i vari gruppi di giostrai avevano messo in atto un’occupazione pacifica e mai contrastata.

Era nato così il Luna Park Varesine, al quale si accedeva da una larga scala metallica sormontata dall’insegna al neon, a rappresentare efficacemente l’ingresso emblematico in un mondo che stava sopra e al di fuori della città, i cui mefitici fumi erano ben visibili dall’alto delle esili strutture piazzate sull’area.

Non si erano più spostati da li; campavano con l’attività sartoriale di Isidora, con l’impianto dell’autoscontro e con un’antica giostra di variopinti cavallini di legno che Isidora lustrava con maniacale dedizione, pettinando le code e le criniere di veri crini equini e mormorando chissà cosa nelle loro immobili orecchie lignee. Ogni tanto suo marito si soffermava a guardarla, riflettendo che la malinconia è una malattia subdola: pian piano avvelena il sangue e ottenebra la mente, mentre il corpo avvizzisce, abbandonato a se stesso.

Vivevano da anni nella stessa antiquata roulotte argentea dalla forma tondeggiante che la faceva rassomigliare a un bussolotto, con le tendine bianche e i fiori azzurri finti alle finestre, invecchiati e affaticati ma sorretti dal conforto della solidarietà che albergava in quella comunità di superstiti. Purtroppo ogni cosa si avvia prima o poi a conclusione e l’inverno del ’97 sarebbe stato con ogni probabilità l’ultimo, per il Luna Park Varesine: nel progetto per il nuovo quartiere non vi era spazio per gli obsoleti barracconi del Luna Park.

Tomaso se ne stava rintanato nel gabbiotto della cassa dell’autoscontro e intanto teneva d’occhio la giostra dei cavalli. Girava per un gruppetto di bambini, accompagnata dalle note allegre di un organetto che riusciva sempre a mettergli il magone. Un poco in disparte rispetto ai genitori intabarrati che attendevano i figli, una bambina osservava la giostra. Era lì già da un po’; Tomaso se ne era accorto e la sogguardava, incuriosito e vagamente preoccupato perché poteva essersi persa, anche se aveva l’aria molto tranquilla. Indossava un capottino troppo leggero del colore della nebbia e i lunghi capelli, che sporgevano dalla cuffia in lana blu con le stelline bianche, erano talmente chiari da sembrare bianchi.

Il pomeriggio si faceva via via più buio e la giostra era ferma, i cavalli immoti nel medesimo gesto perpetuo di finto movimento. La bambina era sempre lì, di tanto in tanto si spostava da un piede all’altro, le mani nelle tasche, la cuffia tirata fin sopra le orecchie. Tomaso non resistette più.

“Ti sei persa?”

“No”,

e l’uomo si accorse che aveva gli occhi azzurri più belli che avesse mai visto, luminosi e sereni, come se non avessero ancora visto cose brutte.

“Ti piacerebbe salire sulla giostra?”

“Sì, ma io non ho soldi”.

“E che importa? Offro io: scegli il cavallo che ti piace di più e la giostra girerà solo per te”.

La piccola gli rivolse un sorriso che gli scaldò il sangue e gli confortò il cuore, saltò lestamente sulla piattaforma girevole e passò accanto a ogni cavallo, sfiorandone il dorso con le dita arrossate dal freddo. Infine ne scelse uno ed era Manolo, il preferito di Isidora.

Tomaso volle scegliere una musica davvero allegra; pescò un valzer di Strauss e i cavalli presero a oscillare dolcemente mentre la giostra girava.

La nebbia stava scendendo sulla città, si insinuava in folate leggere tra i cavalli e attorno alla giostra, appannandone i contorni e restituendo un’immagine ammantata di poesia. Fissando quella scena Tomaso provò una leggera vertigine, poi vide Manolo animarsi, udì lo scalpitio degli zoccoli e l’affanno del fiato, ne annusò l’odore dolciastro e infine lo vide staccarsi dalla piattaforma e librarsi nella nebbia in un alone luminoso, mentre la bambina agitava il braccio in segno di saluto e soffiava un bacio in punta di dita, prima di scomparire nel buio.

Si accorse solo allora che Isidora era accanto a lui.

“E così il vecchio Manolo se ne è andato. Sembrava felice, hai visto?”

Tomaso la guardò e forse per via della nebbia, che velava la sua figura in una morbida dissolvenza, gli parve di vederla ringiovanita, la pelle del bel viso tesa e rosea, gli occhi scuri splendenti. E allora comprese.

“Dici che è venuto il momento di andare via?”

“Direi proprio di sì, cuore mio. Siamo stati felici così a lungo”.

Si presero per mano ed erano due vecchi dentro un invisibile tramonto.  Saltarono sulla piattaforma della giostra, le membra leggere ed elastiche come un tempo. I cavalli fremevano e sbuffavano smaniosi; Isidora recise con le forbici da sarta che teneva nella tasca del grembiule i finimenti che legavano ognuno al proprio palo colorato.

“Ora possiamo davvero andare”.

Via via
Vieni via di qui
Niente più ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri…

Montarono sulla groppa di due cavalli affiancati e presero a galoppare  nel cielo scuro, scoprendo che sopra la nebbia splendevano milioni di stelle.

La mattina dopo uno spesso strato di brina ricopriva ogni cosa; il cielo era terso e mentre il sole sorgeva, uno spicchio argenteo di luna si ritirava a malincuore nell’angolo opposto.

Fu il proprietario del toboga e dell’ottovolante ad accorgersi di un fatto tanto insolito e chiamò subito tutti gli altri.

“E da quando Milano è diventata una città di ladri di cavalli di giostre?”

esclamò osservando le facce sbigottite degli altri, dinanzi alla piattaforma vuota della giostra.

“Ma dove sono i due vecchi, se la roulotte è ancora qui?”

Poi qualcuno scorse il biglietto appoggiato sul gradino davanti alla porta: era scritto con una grafia tondeggiante e curata: Cari voi tutti: sono stati anni bellissimi e vi siamo grati per l’affetto e l’allegria, ma il nostro tempo in questo luogo è terminato. Addio; non smettete di ridere, di amare, di sperare.

Nessuno trovò le parole per commentare, nessuno seppe sciogliere quel groppo che stringeva la gola.  Si guardarono attorno, osservarono quel luogo alieno stretto d’assedio dalla città che reclamava i suoi spazi, che aveva fretta di reinventarsi. Un’epoca si era conclusa, era ora di rimettersi in viaggio.

Ah, it’s wonderful
It’s wonderful
It’s wonderful
Good luck my baby…

 

 

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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