Viaggi intergalattici: i buchi neri sono un’esagerazione?

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Bambina rispondevo al telefono e una voce anonima mi chiedeva: perché non muori? Perché non morite? (….)

L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro l’indifferenza.

Liliana Segre

La prima volta che siamo entrati in un buco nero non sapevamo se saremmo mai tornati. Tutte le ipotesi teoriche andavano verificate, le possibilità tecnologiche testate, i limiti tecnici affrontati.
Quel che stava al di là era mistero, come quello che sarebbe successo durante. Abbiamo la storia per costruire modalità interpretative di quel che non esperiamo, ma la storia non si ripete e tuttavia la consultiamo attentii quando sembra volerci dire qualcosa…Cosa? Ho incontrato un Alieno gentile nella costellazione del cigno. Mi ha riproposto spesso questa domanda a proposito della situazione nella galassia: “Stiamo esagerando?”. Davvero le grandi corporazioni ci conoscono meglio di quanto conosciamo noi stessi? Davvero stiamo ripetendo la parabola violenta e distruttiva del lontano XX secolo? Ci entreranno nel cervello come se aprissero la porta di casa,? Qual è l’equilibrio tra l’indifferenza che legittima la violenza e l’allarmismo che grida “al lupo, al lupo” anzitempo e senza ragione. Lo Stato ci spia? Le banche apriranno domani mattina? Il mio vicino di casa dorme con una pistola sul comodino? La razza sarà nuovamente un modo per far distinzione e ordine orrendo tra gli umani? Ci stanno fotografando e filmando ora? C’è un archivio di tutte le parole che ho scritto in rete? Siamo in pericolo? Sono minacciati i diritti civili fondamentali? L’indifferenza è il cappio a cui saremo appesi? Siamo vittime di un attacco massivo o lo stiamo solo immaginando?

Un secolo fa siamo arrivati su un pianeta, dopo aver attraversato un buco nero. I dati erano buoni, sia sulla qualità dell’atmosfera che sui contaminanti letali. Siamo sbarcati, c’era una vaga foschia dal colore rosa pallido e grandi strade parallele.
Arrivammo ad una città apparentemente intatta, ma nei fatti deserta. Iniziarono i rilievi e la raccolta di reperti, come da protocollo. In tre giorni emerse la verità, confermata dalle riprese di telecamere spazio temporali. Quel popolo si era suicidato inconsapevolmente, giorno dopo giorno. Era stata una civiltà molto avanzata, precipitata nella sopraffazione e nell’annientamento reciproco. Il cielo su quel pianeta era viola, un viola intenso. Quegli esseri controllavano la materia con il pensiero. Avevamo filmati dove spostavano enormi massi con sconosciute forze telepatiche. Decriptammo la loro scrittura. I loro documenti raccontavano di una lenta spirale in cui erano precipitati, fatta prima di paura, diffidenza reciproca, isolamento prima all’interno di nazioni, poi tribale ed individuale, trasformatosi inesorabilmente in aggressività, in lenta perdita delle libertà essenziali. I rapporti scritti raccontavano di un lenzuolo candido diventato grigio e poi nero come le tenebre. Quando ne presero coscienza era ormai troppo tardi per invertire la rotta. L’indifferenza più feroce dilagava e le loro potentissime menti si stavano vicendevolmente annientando. Non trovammo corpi, solo ammassi di puro terrore. Caricammo tutto il materiale sulla nave e andammo via il prima possibile: avevamo freddo alle ossa.

Adesso siamo stanchi, non possiamo continuare ad essere appesi alle notizie come un malato alla maschera per l’ossigeno, avvelenati dall’ansia di quel che accade che solo 30 anni fa ignoravamo beati, vivendo lo stesso. Sprofondiamo affogati nell’immanente, perdendo magari il disegno d’insieme, chiusi in un’assedio di pensieri, in una dimensione solipsistica dove ci immaginiamo asseragliati in un castello perennemente sotto assedio. Un universo degno di Kafka, uno spazio di perenne e sottile angoscia, che scava come una goccia la roccia carsica. E adesso cosa succederà? Domanda ossessiva ed essenzialmente inutile, perché tutto è già accaduto ed oltre c’è solo l’imponderabile. Non ci resta che una cura, un distacco da una perenne connessione con quel che accade nel cosmo intero.

Apriamo le porte, incrociamo esistenze, mastichiamo l’odore di altri uomini e donne, attraversiamo una dimensione intima passando inosservati, angeli invisibili. Cogliere un’esistenza in uno sguardo, ritrovare la bellezza, inseguire la poesia.

Ho avuto la sensazione, brutta sensazione, di non conoscerti. Non conosco più nemmeno me stesso, ma spero che ci consoleremo stasera, rompendo il muro d’indifferenza. L’astronave prendeva sempre più velocità lasciandosi inghiottire dal buco nero.  Abbiamo spento i motori e alzato le mani dai comandi. Per identità questo bel viso di creta friabile, per gioco un sorriso esposto alle intemperie, per bellezza occhi di vetro fragili e capelli di cotone al vento, solo di questo siam fatti.
Non serviva più stringere il timone, guardare il computer, consultare i report sui propulsori, le riserve di combustibile o proiettare mappe intergalattiche. Ci siamo guardati e basta. La velocità aumentava in modo pauroso, le mani sollevate dai comandi, le dita sospese mentre la luce lenta svaniva. Occhi spalancati verso il buio, muscoli prima tesi e poi rilassati, l’abbandono all’ignoto, la stazione spaziale scossa da vibrazioni. Impossibile restare indifferenti di fronte all’altro o a noi stessi, anche perché a ben vedere non è che ci sia gran differenza tra i due.

 

I sognatori
Non imparano mai
Non imparano mai

Vanno oltre il punto
Di non ritorno
Di non ritorno

E poi è troppo tardi
E il danno è già fatto
Il danno è già fatto

Questo va
Oltre me
Oltre te

Una stanza bianca
Accanto a una finestra

Da cui entra il sole

E noi siamo
Semplicemente felici di servire
Semplicemente felici di servire
Voi

Radiohead – Daydreaming

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