Viaggi intergalattici: il mestiere delle armi

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C’erano dei bambini in quella chiesa, Tommy. Hanno visto morire i propri genitori sotto una pioggia di pallottole. Cresceranno pensando che è così che va il mondo. È questa la lezione che dai ogni volta che risolvi le cose con le armi.

Garth Ennis

Era come se avessi tremato per tutta la vita, a causa di una cronica corrente sotterranea di paura. Tremare, scappare, finire nei guai, perdere le persone che amavo. Come un personaggio dei cartoni animati invece di una persona. Un cartone animato degli anni Trenta, ammuffito. Dietro a tutto quello che avevo fatto c’era sempre stata la paura a spingermi.

Philip k. Dick

 

Nuovo viaggio intergalattico. Incontriamo come al solito il Maggiore Thomas “Tom” Hutchinson, pilota addestrato in missioni intergalattiche. Ci connettiamo al suo cervello. Pronti?

Marte dio della guerra porta ricordi, brutti ricordi. Prima di abitare in questa navicella lavorando a missioni scientifiche e commerciali sono stato ufficiale per una flotta di navi militari. Andavamo su altri pianeti per aprire colonie dedicate allo sfruttamento di materie prime. A volte erano territori abitati da alieni e spesso scoppiavano sanguinosi scontri armati. Eravamo addestrati all’uso delle armi, a gioire della forza che trasmettono, al culto della potenza, a giustificare la sopraffazione. Eravamo addestrati bene, mesi a sparare, settimane al poligono lunare sganciando esplosivo e sparando raggi laser, ma le esercitazioni non erano guerra, le prove non erano lo spettacolo, tirare al poligono non era sparare in testa a qualcuno.

Siamo partiti ubriachi di forza con un tatuaggio nel cervello, sicuri di noi stessi e delle nostre pistole, quasi fossero un’estensione dei genitali. Fieri e orgogliosi di appropiarci di nuovi orizzonti, certi che sacrificare vite aliene non fosse solo necessario e opportuno, ma anche divertente. Una notte, mlti anni luce fa, siamo sbarcati su Caronte, un satellite di Plutone, e abbiamo costruito l’accampamento in una zona disabitata e assemblato gli igloo pressurizzati. Eravamo stanchi, ma eccitati. La felicità è una pistola calda ripetevamo alle nostre compagne di viaggio ridendo sguaiatamente come adolescenti ubriachi di ormoni….

Quella notte abbiamo sentito dei rumori nell’igloo. Siamo strisciati fuori dalle termocoperte di alluminio come rettili. C’era un ombra, abbiamo sparato in tre, io tra quelli. Acceso il faro ci si è parato davanti un cucciolo alieno, poco più di un bambino terrestre, perdeva sangue dalla bocca e aveva il petto squarciato. Appoggiato alla parete dell’igloo si è seduto per terra con un rantolo. Lo abbiamo fissato increduli mentre smetteva di respirare. Nei giorni che seguirono abbiamo ucciso e siamo stati uccisi, raso al suolo interi villaggi, incendiato con il fosforo scuole e case. Ricordo bene le sensazioni dentro alla mia bocca: la saliva impastata, il sapore amaro, l’incapacità di pensare, l’odore chimico che impestava le astronavi, gli occhi vuoti dei compagni, le ferite e le urla.

Le armi sono questo veleno, un brutto male che si infiltra nelle carni portato dal virus della paura e tu credi di curarti dormendo la notte con una pistola sul comodino. Ci dicono sia legittima difesa, ci dicono siano gli interessi della nazione, ci dicono sia una necessità planetaria. Non dicono che siamo carne da macello con un’arma da fuoco tra le mani, se lo dimenticano sempre. Il videogioco dove sei un killer te lo presentano come desiderabile e opportuno. Tieni il tuo cannone sempre carico e senza sicura, lascialo ai bambini per gioco, lascialo ai bambini per gioco. Killer.

Ora è tutto finito, non navigo più con astronavi da guerra da anni luce e sbarco su pianeti ben più pericolosi di Caronte, con forme aliene a volte pericolose a volte gentili, ma sempre disarmato. Non ne voglio più sapere. Quando ci incrociamo loro sanno cosa faccio lì e perché. Sentono e capiscono, vedono che non porto armi, ho con me solo fiducia e abbandono e proprio per questo sono sbarcato con la nostra astronave tra specie aliene di rara ferocia uscendone vivo e stabilendo nuovi accordi intergalattici.

Di notte l’incubo con gli occhi del piccolo alieno morente a volte ritorna. Mi sveglio di soprassalto e mi sento sporco. Maledico la paura ed il subdolo conforto delle armi. Sparate al ladro, sparate all’intruso, sparate alla minaccia, sparate al carnefice: sparate a voi stessi.
Quel bambino ritorna con i suoi occhi sbarrati a dirmi ogni volta quale sia puntualmente l’approdo ultimo nel lurido mestiere delle armi: far cadaveri.


Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,

Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

Primo Levi

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