Viaggi intergalattici: la minaccia aliena

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L’odio è una reazione automatica alla paura, perché la paura è umiliante.

Graham Greene

 

Ci ritroviamo su PianPiano dopo una lunga pausa per ascoltare ed esplorare musiche diverse seguendo un filo conduttore. Dove orientiamo il timone della nostra navicella spaziale nel nostro primo viaggio intergalattico?

Approfittiamo della mostra del cinema di Venezia per calarci in un argomento molto dibattuto: l’altro che ci viene incontro come straniero, sconosciuto, alieno e il pericolo che rappresenta ai nostri occhi, naturalmente utilizzando il cinema come pretesto.
La fantascienza ha esplorato a più riprese questo tema rappresentando a volte l’incontro con l’alieno come puro terrore e totale minaccia, penso ad “Alien” di Ridley Scott, tra i tanti possibili esempi. Il demone della paura e ben delineato anche dalla soundtrack di Jerry Goldsmith, una delle sue migliori,  per il bel film del regista americano.

La paura, quando sconfina nel terrore si trasforma facilmente, soprattutto in una dimensione sociale, in odio ed aggressività. Chiunque abbia un cane in casa sa bene che anche l’animale più tranquillo può diventare particolarmente pericoloso se spaventato. Noi sapiens abbiamo elaborato forme sociali complesse e condividiamo pulsioni di paura, rabbia e odio riverberandole con azioni di gruppo, anche molto violente. In Alien il terrore è totale perché l’intruso distrugge ogni forma di vita e annienta inesorabilmente qualsiasi homo sapiens. Inconsapevolmente c’è un po’ di cattiva coscienza in questa narrazione, visto che ormai sembra assodato che l’avvento della nostra specie, l’unica di umani rimasta sul pianeta, sia passato per l’annientamento di tutte le altre specie di homo originariamente presenti sulla terra. Siamo stati degli “Alien” ante litteram e solo millenni di paziente rieducazione hanno permesso di addomesticare temporaneamente il demone distruttivo che ci abita, demone che riemerge purtroppo di tanto in tanto spargendo sangue e macerie.  Nel film di Denis Villeneuve “Arrival”, presentato proprio a Venezia due anni fa fuori concorso, la struttura narrativa è più complessa e tra gli alieni e gli umani si instaura un difficile dialogo, fatto di incomprensioni, paura, violenza, fiducia, slancio e di una comunicazione che nel finale trascende il linguaggio stesso.

Il tema del “comprendersi” è al centro del film con le paure e l’aggressività umana che così spesso accompagna il nostro operato. Interessante l’esplorazione delle potenzialità e dei limiti  inesorabili del linguaggio, che sempre approssima i nostri stati d’animo, ma non li penetra integralmente. Resta sempre un non detto e quasi sempre spetta al corpo esprimere questa dimensione misteriosa del comunicare.

Esplorare “Arrival” è occasione per ricordare il musicista Islandese Jóhann Jóhannsson curatore della colonna sonora, scomparso prematuramente quest’anno e considerato una promessa della musica contemporanea mondiale. Sotto contratto con la prestigiosa etichetta di musica classica Deutsche Gramophon ha visto molte sue composizioni eseguite nei più prestigiosi teatri del mondo. Qui uno degli estratti più interessanti dalla soundtrack di “Arrival”.

L’alieno, il diverso, è uno dei personaggi più cari a David Bowie che ha cercato ispirazione in questa tematica per tutta la vita, interpretandola anche al cinema ne “L’uomo che cadde sulla terra”. La parabola del film di Nicolas Roeg si muove sulla falsariga di alcune delle riflessioni che abbiamo appena abbozzato: la paura dell’altro, per la sua identità indecifrabile, la mancata accettazione del diverso, la segregazione e infine la violenza. Si ripete la progressione negativa che caratterizza le reazioni degli umani di fronte ad una presenza sconosciuta. Il grande musicista Inglese scrisse la colonna sonora del film che però non convinse il regista orientato su altre scelte. Bowie ha ripreso negli anni 80 la tematica dello straniero in uno dei suoi brani migliori del periodo, con un testo ed un video ricchi di riferimenti a conflitti religiosi puntualmente esplosi nei decenni successivi.

Il nostro ha sempre amato anticipare i tempi…

Una citazione profonda di un amico musicista per chiudere la nostra disordinata esplorazione di mondi alieni e riportare la navicella di PianPiano alla base spaziale sul pianeta Piano Inclinato. Ci rivediamo al prossimo viaggio intergalattico e mi raccomando coltiviamo l’ascolto interiore e dell’altro: la nostra interpretazione della realtà si trasformerà.

La Regina è la Paura. Il suo servo più lesto e accorto il non ascolto, l’occultamento di sé a sé, l’offuscata identificazione con una rappresentazione.

Ivan Valentini

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Enrico Marani

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