Viaggi intergalattici: la zona morta.

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Che ben fu il più crudele e il più di quanti | mai furo al mondo ingegni empi e maligni, | ch’imaginò sì abominosi ordigni.

Ludovico Ariosto

 

Oggi nessuna procedura di connessione: sintetizzate il codice numerico 186063277299982247777: attendete e si aprirà un collegamento audio e video con il maggiore Thomas “Tom” Hodgkinson. Buon ascolto.

Ci ritrovammo nella zona morta sprofondando in un pantano cosmico, c’erano pulviscolo e rottami, probabilmente di navi andate in mille pezzi o che avevano cozzato contro un asteroide perdendo brandelli. La visuale era scarsa e procedevamo lentamente con i fari accesi, malgrado il radar: ci affidavamo anche alla vista e al sonar. Non eravamo finiti lì deliberatamente, il calcolo della rotta doveva aver moltiplicato un errore o eravamo stati catturati da un campo magnetico. Qualsiasi capitano si augura di non finire mai nella zona morta, ma sa che prima o poi dovrà attraversarla. Il radar dicevamo….. Capita spesso che si confonda in questo caos buio e allora è un attimo andare a sbattere. Una bolla di buona visibilità si aprì improvvisamente e a prua non lontano, in direzione ovest notammo una luce blu piuttosto forte: c’era un’altra nave.

Era una struttura molto grande, ma le prime analisi ci restituirono una tecnologia non particolarmente avanzata. Improvvisamente spensero le luci blu ed in un baleno lasciarono al buio tutta la nave: o ci temevano o si preparavano ad attaccarci.
Molte storie giravano tra gli equipaggi sulla zona morta, non ultima quella dei Creon, una sorta di tribù intergalattica dedita alla pirateria. Erano alieni molto aggressivi, pronti a far razzia ed a distruggere tutto quello che gli si parava davanti. Si diceva avessero molte navi dentro alla zona morta da alcuni millenni, di cui alcune lasciate in stato di abbandono. Non era il caso dell’enorme ammasso di lamiere dalla luce blu sprofondato nelle tenebre. Qualcuno lì dentro c’era.

Ci chiedemmo cosa fare. Loro erano immobili e non rispondevano a nessun codice diplomatico. Il tutto non mi piaceva per niente. Feci girare lentamente la nostra nave ed aprire i boccaporti con i cannoni laser. Spegnemmo a nostra volte le luci e diedi l’ordine di virare  in direzione opposta abbassando anche la traiettoria. Fu allora che sentimmo. C’era qualcosa che batteva dei colpi all’esterno della nostra astronave. Non fermai la manovra continuando a virare lentamente e scendendo di quota, malgrado i colpi. Nel frattempo eravamo di nuovo avvolti da una fitta nube di pulviscolo e rifiuti spaziali. Feci riaccendere i fari e le telecamere sul perimetro esterno. Un alieno non antropomorfo era avvinghiato ad una delle antenne di trasmissione. Sembrava avere testa e sistema nervoso centrale al centro del corpo ed un certo numero di braccia intorno, che utilizzava come gambe, quasi fosse una specie di ragno. Non avevo mai visto niente del genere. Cosa fare? Lasciarlo lì regalandogli una morte certa o aprire una stanza di decompressione?

Aprimmo la stanza di decompressione e si rivelò la scelta giusta. L’alieno non era un Creon ma di una specie quasi estinta: gli Exameliti. Aveva trascorso alcuni secoli sulla nave che avevamo incrociato, praticamente in solitudine curando la manutenzione di 45 Alvensi ibernati in rotta verso un quasar per un carico minerario. Si era buttato fuori su una sonda rudimentale cercando di raggiungerci. Lo accogliemmo in una stanza speciale, respirava gas ricchi di anidride solforosa per noi letali. Il suo fu un lungo racconto sul male delle armi. Era stato alcuni millenni prima un maestro di scrittura, geografia e poesia e aveva assistito praticamente alla fine della sua specie per un utilizzo sconsiderato delle armi che venivano accolte in ogni casa, quasi fossero l’equivalente di una lavatrice o di un navigatore satellitare. Di lì a poco se ne iniziò a fare un uso improprio e la morte calò come un lento, ma subdolo sipario su tutti gli Exameliti. Ci raccontò appunto che era riuscito ad abbandonare il suo pianeta, ormai ridotto ad un cumulo di macerie imbarcandosi come assistente tecnico su una nave d’esplorazione con un equipaggio di Alvensi. Una scelta disperata, perché al loro risveglio dall’ibernazione gli Alvensi lo avrebbero quasi sicuramente divorato.

Le armi, promessa di sicurezza e protezione si erano rivelate un virus letale per gli Exameliti, divenuti sempre più aggressivi e spaventati, pronti ad uccidersi tra loro per qualsiasi inezia, divorati da una paura irrazionale. La chiamavano legittima difesa, ma era solo un’inutile e gratuita carneficina. Lo ascoltammo con pazienza. Ci chiese un circuito intracerebrale e se lo applicò in un attimo tra gli occhi di un verde intenso. Ci disse di scaricare i dati: erano le coordinate di navigazione per uscire dalla zona morta.
Lo ringraziammo e gli chiedemmo come conoscesse così bene quel labirinto caotico.

” Vede Capitano sono i poveri resti di quella che è stata la nostra costellazione ed il mio compito come maestro di geografia era anche di conoscere e tramandare ogni rotta memorizzandola nel mio sistema nervoso.”.

Avevo un aspetto stanco, si aggrappo ad una conduttura e ci chiese gentilmente di riposare: era l’ultimo rimasto della sua gente. Abbassammo le luci nella stanza speciale con il cuore pieno di malinconia e grazie alle sue indicazioni uscimmo in un baleno dalla zona morta.

 

La terra desolata (frammento)

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,
L’arida pietra nessun suono d’acque.
C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,
(Venite all’ombra di questa roccia rossa),
E io vi mostrerò qualcosa di diverso
Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

T.S. Eliot

 

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