Viaggi intergalattici: l’Osservatore e l’identità

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Abbandona la ricerca di Dio, della creazione e di altre cose simili. Cerca Dio prendendo te stesso come punto di partenza. Impara chi è che dentro di te fa proprie tutte le cose e dice: «Il mio Dio, la mia mente, il mio pensiero, il mio corpo». Impara la fonte del dolore, quella della gioia, dell’amore, dell’odio. Impara come è possibile che si osservi senza volere e si ami senza volere. Se studierai attentamente queste cose, troverai Dio in te stesso

Anonimo gnostico

 

Nella nostra vita frettolosa, assordante, sono maledettamente poche le ore in cui l’anima può diventare cosciente di se stessa, in cui tace la vita dei sensi e quella dello spirito e l’anima sta senza veli davanti allo specchio dei ricordi e della coscienza.

Hermann Hesse

 

 

Sintetizzate il nuovo codice numerico 675863233199983342278 e collegatevi alla corteccia cerebrale del maggiore Thomas “Tom” Hodgkinson. Un nuovo viaggio intergalattico è disponibile sul vostro canale vertebrale. Il simulatore vocale avvisa di un nuovo documento sonoro digitale pronto per l’iniezione. Chiudete gli occhi e avviate la connessione.

 

Non andavamo in missione solo per scoprire mondi che erano implosi, entrati in crisi o che addirittura erano scomparsi, ma visitavamo anche luoghi virtuosi, posti dove gli eventi e gli alieni che li abitavano avevano toccato vette particolari. Entrando nella grande nube di Magellano per alcuni anni luce, verso il cuore della galassia, si trovava un pianeta popolato da un insieme di esseri polimorfi, a tratti difficili da distinguere con la fitta vegetazione di quella terra. Siamo arrivati mentre i due soli che splendevano in quel sistema volgevano al tramonto. Il cielo era verde con sfumature di un azzurro cangiante e i nostri occhi erano rapiti da tanta bellezza.
Un suono vago e continuo riempiva l’atmosfera ed enormi alberi dalle grandi foglie viola riempivano lo spazio intorno alla nave. Al solito seguimmo le istruzioni e con il navigatore andammo verso l’appuntamento, dove apparentemente non c’era nessuno. Apparentemente.

In questo mondo avevano sconfitto il morbo dell’identità, non nel senso che avevano rimosso ogni identità, ma le avevano come addomesticate. Impugnavano coltelli, ma non se li piantavano in petto. Ogni essere polimorfo era se stesso, ogni tribù aveva “segni”, che qui erano l’equivalente dei nostri fiori e sancivano l’appartenenza ad un gruppo. Così ci stava raccontando Xenor, un vecchio abitante di quel pianeta, apparso in forma di sola voce, prontamente tradotta dal nostro interprete digitale. Malgrado ci fossero famiglie, tribù, regioni e qualcosa di assimilabile vagamente alle nazioni, da alcuni millenni vivevano sorprendentemente in pace. Il pianeta era in equilibrio, le risorse naturali sfruttate secondo un programma sostenibile, i conflitti ridotti ad episodi individuali ed estremamente rari. Come era possibile tutto questo? Cosa era mai successo qui?

Xenor ci spiegò come tutto era partito migliaia di anni prima, quando un saggio si era chiesto: ” Ma sono sicuro di essere questo?” e si era portato con sé questa domanda per decadi. Siamo questa nazione, siamo la tribù, siamo la famiglia, siamo il corpo, siamo questa pelle, siamo i pensieri? Il vociare della mente prendeva e prende coloriture diverse, come una festa a tratti allegra e a tratti triste, ma certamente incessante, finché la linfa scorre tra i tessuti dei polimorfi o il sangue nelle vene degli umani. Un continuo rimescolarsi, un party perenne a cui siamo avvinghiati in continui e cangianti travestimenti. Un urlo od un flebile sussurrare, un alternarsi di idee ed un rimescolarsi di storie, un fondersi di corpi e un perdersi di storie per inventarne di nuove. Perennemente.

Che risposte si diedero mai i polimorfi per strutturare la loro società in virtuoso equilibrio a queste domande sull’identità? Non si diedero una risposta particolare, ci spiegò Xenor, ma indagando in quella direzione fecero una scoperta importante che rovesciò il loro mondo. Chiedendosi se le  diverse identità fossero tasselli costitutivi del loro essere si accorsero di essere abitati da un Osservatore.
Un Osservatore interiore che assisteva agli eventi, un invisibile invitato alla festa della mente che ne scrutava i moti, le deliberazioni e le emozioni. Un Testimone. Alla ricerca di una risposta i polimorfi iniziarono a connettersi con costanza al Testimone e questo trasformò pian piano la loro visione del mondo: una trasformazione induttiva prese forma. Il fine non era più essere questo o quello, identificarsi con questo o quello, stabilire invariabili etiche, difendere possedimenti, desiderare legami, inseguire sensazioni, annegare nelle emozioni….O meglio continuava ad accadere tutto questo, ancora e ancora, ma tornando all’Osservatore tutti gli eventi risultavano essere parte di un film, coinvolgente, anzi a tratti sconvolgente, ma destinato a relativizzarsi, riassorbirsi e riproporsi. Siamo tutto questo? Sì e no, si erano risposti.
I polimorfi persero così l’abitudine al conflitto. Tutte le strade erano percorribili, tutte le luci della città cariche di profumi, tutte le foglie attraversate da piacevoli correnti, tutti i mali fonte di disperazione e le immense le gioie di felicità.

A ben indagare però c’era nella mente un Osservatore, un Testimone silenzioso e attento, immobile, costantemente presente su qualsiasi strada,  ad ogni incrocio, ogni sosta, ogni incidente, ogni gioia.

Se quel che appare all’Osservatore oscuro che è in noi non è originario, come posso identificarmi completamente in questo o quello? Dirmi bianco o nero, Islandese o Austriaco, Cristiano o Induista e credere completamente di esser solo quello? Attraverso questa domanda i polimorfi avevano dato vita ad una nuova civiltà, decisamente evoluta. Chiudemmo la registrazione ci inchinammo a Xenor, la via del ritorno ci aspettava.

L’attività del percepire (dell'”avere coscienza di”) si estende senza eccezione ad ogni realtà, poiché non può darsi esistenza di alcunché nell’universo che non sia oggetto di coscienza.

Kṣemarāja

 

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Enrico Marani

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