Viaggi intergalattici: memoria e martellate.

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Poiché l’abitudine affievolisce tutto, quel che meglio ci ricorda una persona è proprio ciò che avevamo dimenticato (perché era insignificante, e così gli avevamo lasciato tutta la sua forza).

Marcel Proust

La memoria si blocca. Ma è ancora lì tutta intera. Anche le cose più dimenticate si ripresentano, ma quando vogliono loro.

Elias Canetti

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In viaggio verso la galassia UGC 4879 ci siamo fermati su Hyperion, il pianeta senza memoria, per fare rifornimento alla nave e proseguire oltre. In quell’angolo di universo senza memoria il bene ed il male si erano imbastarditi in una lurida melassa, sia su un piano politico che psicologico.
Anche quel viaggio riservò però una piacevole sorpresa.
Su Hyperion (ovviamente un pianeta in netta fase regressiva) valeva tutto ed il contrario di tutto, si discuteva da mane a sera di ogni cosa, versando fiumi di parole. Persino semplici atti che generavano conseguenze negative o positive, che ne so la riparazione di una condotta di azoto liquido per preparazioni alimentari, diventavano oggetto di disputa, anche se la condotta era stata riparata correttamente e tutto stava ora funzionando al meglio. Una generale atmosfera di scontro impestava l’aria. Scesi dalla nave per mangiare qualcosa a terra e proprio dentro al primo locale li incontrai. Erano silenziosi e lui aveva appoggiato sul tavolo un martello.

La televisione vomitava il solito cascame che ammorbava Hyperion, dispute politiche a colpi di insulti, rielaborazioni storiche fantasiose, negazioni cocciute dell’evidenza, incapacità cronica di fare squadre di lavoro che non naufragassero in polemiche idiote e naturalmente devastazione cronica di tutto quello di buono che aveva fatto un presunto avversario. Sola eccezione a questa paralisi era il cibo particolarmente buono. Ordinai e mi sedetti vicino a quei due. Mi attirò il loro silenzio, mentre i tavoli intorno scoppiavano di chiacchiere o peggio. Il silenzio su Hyperion era un lusso.
Ero solo, il resto della ciurma era andata altrove. Iniziai a mangiare dimenticando il mondo intorno, come se fossi in una bolla: io e il sapore dei cibi, delle bevande e nient’altro. Tornai alla realtà brutalmente e la bolla se ne andò in frantumi.

Il mio silenzioso vicino, al tavolo con la ragazzina, si era alzato in piedi e aveva preso a martellate il televisore di quella bettola. Schegge di vetro erano schizzate ovunque. Taceva con in mano il martello ed era chiaro che chiunque avesse avuto la pessima idea di avvicinarsi avrebbe fatto la stessa fine della TV.

A quel punto la ragazzina si spostò improvvisamente al mio tavolo e lui le fece un cenno di assenso. Sentii pigiarmi su un fianco qualcosa di rigido. Era una pistola a raggi gamma.
“Adesso alzati e usciamo”.
Feci quel che diceva, ma non so perché presi il panino che stavo mangiando. Uscimmo prima noi due e poi lui dando le spalle alla porta. Aveva spalle enormi, forse era un replicante, forse no. La ragazzina con un cenno mi indicò l’astronave. Volevano scappare da lì. A breve sarebbero arrivate le squadre d’ordine. Quando si girò verso di noi l’uomo aveva cambiato volto con una lunga barba e occhi verdi. Non era un replicante, ma un alieno della galassia di Andromeda. Salimmo sull’astronave e ovviamente all’arrivo delle forze dell’ordine i miei sequestratori erano completamente irriconoscibili. Di mio mi limitai ad annuire con i poliziotti che stavo bene: un lancio da una pistola gamma lo evitavo volentieri. Quando le truppe se ne andarono ascoltai la loro storia mentre finivo il panino. Erano prigionieri venduti all’asta intergalattica come soggetti utili per la guerra e la prostituzione. Si erano conosciuti qui su Hyperion dove erano finiti dopo averne passate di tutti i colori. Non seppi tutto questo da parole pronunciate direttamente, ma da ondate telepatiche che mi mandavano con ordine. Erano singolarmente affiatati. Il dolore è un eccezionale disinfettante e riordina ogni cosa.

L’atmosfera idiota di Hyperion, la caciara inconsistente che ammorbava il pianeta, l’incompetenza al potere, la direzione suicida intrapresa in più di un settore, li aveva esasperati. Gli alieni della galassia di Andromeda si adattano malamente ai compromessi, ai sotterfugi, alle corruttele ed ai giochetti bassi e puzzolenti tipici di questo luogo. Chiedevano di tornare verso la loro terra o di essere lasciati in una capsula, ibernati e sparati verso la loro galassia. Non era il mio forte il linguaggio telepatico, ma mi sforzai di fare del mio meglio, anche perché mentire in quella dimensione era impossibile: difficile mentire alle sorgenti del pensiero. L’uomo ad un certo punto prese in pugno la conversazione e mi raccontò di come fosse impossibile sfuggire al tormento della memoria e di come anche chi la negava, come qui su Hyperion o come aveva fatto lui ingurgitando farmaci e droghe di ogni genere, potesse approdare solo alla dannazione di ripetere gli stessi errori in nuova veste. Disse che era stanco e voleva tornare senza sapere bene dove. Lei lo ascoltava con un sorriso leggero.

Quando gli uomini tornarono alla nave il rifornimento era concluso da ormai un’oretta. Feci una riunione di bordo prima di abbandonare quello sfortunato pianeta: avevamo altri due membri dell’equipaggio e fu una decisione presa all’unanimità.

 

Figlia indiscreta della noia

memoria, memoria incessante,

le nuvole della tua polvere,

non c’è vento che se le porti via?

 

Gli occhi mi tornerebbero innocenti,

vedrei la primavera eterna

 

E, finalmente nuova,

o memoria, saresti onesta.

 

Giuseppe Ungaretti

 

 

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Samora

king for a day, fool for a lifetime
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