Vite sospese

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[Il racconto di oggi è scritto a quattro mani con @fansonia, che da oggi entra a far parte del gruppo e curerà insieme a Daniela la rubrica “Primo Piano, racconti fotografici“] (nd Andrea Boda)

Ho conosciuto le fiamme dell’inferno ed ora che ho raggiunto il paradiso lo posso raccontare.

La mia famiglia era composta da mamma, me e Stella, mia sorella minore oltre ad uno stuolo di zie e prozie che andavano e venivano dal nostro nucleo famigliare come api laboriose intorno alla regina dell’alveare, mia madre. Lei dolcissima e carismatica, dalla chioma corvina e la bocca color cremisi, sapeva sedurre tutti compreso quelle vecchie cariatidi che l’adoravano.

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© Henri Cartier-Bresson, Athens 1953

Rimasta presto vedova, ci aveva allevati con amore ed una forza ciclopica; ciò destava rispetto ed ammirazione in tutti gli uomini liberi del paese, che la corteggiavano a turno sempre con una scusa pur di vederla e parlarle un momento.

© Ernst Haas, Greece 1952

Il vecchio mulino a ridosso della scogliera era il nostro parco giochi: nei giorni del meltemi, il vento secco e fresco, io e Stella correvamo a guardarlo girare vorticosamente come in una giostra infinita; negli occhi e nel cuore il mare blu ed il bianco accecante delle case del villaggio: i colori della bandiera della nostra amata terra, la Grecia!

Qui abbiamo trascorso i momenti più belli della nostra vita fino all’arrivo dei tedeschi e la fuga dall’isola.

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© Voula Papaioannou, Ios (1950)

I tedeschi entrarono in Grecia nel mese di aprile, quando l’aria la sera cominciava a profumare di tiglio e noi bambini volevamo correre al mare, e toccare con le dita la schiuma fresca delle onde. C’era qualcosa di osceno, di profanatorio nel loro marciare sui nostri selciati, nel loro frugare prima con gli sguardi e poi con i fucili nelle nostre case. Urlavano un idioma aspro e gutturale, e non erano interessati a farsi capire.

La mamma e le zie parlarono a lungo tra di loro dietro una porta chiusa, quando ne uscirono le zie piangevano, la mamma aveva gli occhi lucidi e ci disse con voce bassa e ferma che era venuto il momento di fuggire. Fuggire, perché? questa è la nostra casa, la nostra terra…la mamma ci spiegò che a volte il coraggio consiste nel saper scegliere l’abbandono, perché è il solo modo di salvarsi la vita. Quella sera la nostra infanzia finì.

The deportation of the Jews of Ioannina to Larissa, March 1944. From Larissa the Jews were deported to Auschwitz

La mamma ci svegliò che era ancora buio, ci fece vestire in fretta, ci mise in mano un pezzo di pane e ci spinse fuori dalla porta. Sulle spalle portava un grosso involto, a me e a Stella ne consegnò due più piccoli, e ci disse “Cercate di non perderli”.
Arrivammo fino al porto in un silenzio denso di domande sospese. Prima di salire su un piccolo battello dove altre persone cariche degli stessi fagotti e della stessa indicibile angoscia avevano già preso posto, la mamma ci prese per le spalle, ponendosi di fronte a noi e ci disse: “non dite mai a nessuno che siamo ebrei. Ne va della nostra vita” Il battello mollò gli ormeggi e si allontanò lentamente dal porto, mentre un sole indifferente tingeva di oro e di rosa l’orizzonte che aveva sinora delimitato i nostri giorni.
Sbarcammo a Rafina che il sole era già alto, ma non ci sembrava lo stesso sole di casa. Stella piagnucolava, ma la mamma le disse bruscamente di mettersi il cuore in pace, perché ci aspettava un lungo viaggio: la nostra meta era l’Albania. Avremmo viaggiato fino a Ioannina con un autobus, lì un vecchio amico di papà ci avrebbe condotti in auto verso il confine.

Era di nuovo notte quando giungemmo a Ioannina. Io e Stella eravamo esausti nonostante il torpore nel quale eravamo precipitati, accoccolati sugli scomodi sedili dell’autobus, e non avevamo voluto mangiare la pagnotta con il cacio che la mamma aveva ad un certo punto tratto dal suo voluminoso fagotto.
Scesi dall’autobus, la mamma si era subito allontanata dagli altri viaggiatori, e si guardava intorno ansiosa.
All’improvviso, la quiete della notte in quella città sconosciuta fu squarciata dallo stridio delle gomme di molte camionette che ben presto circondarono il gruppo dei viaggiatori, noi compresi. Ne scesero molti uomini in divisa che gridavano parole incomprensibili, ed in malo modo ci caricarono sulle camionette.La maggior parte del gruppo era costituita da vecchi, donne e bambini, alcuni dei quali molto piccoli. La mamma ci strinse a sé, ma il suo volto era di pietra, e le sue braccia fredde.

The deportation of the Jews of Ioannina to Larissa, March 1944. From Larissa the Jews were deported to Auschwitz

Dopo un poco arrivammo ad una stazione ferroviaria, ci fecero scendere dalle camionette ed incominciò per noi una lunga attesa sotto il sole. Di tanto in tanto, inspiegabilmente, qualche soldato si avvicinava e ci spintonava con la canna del fucile. Poi, arrivò un’altra camionetta e ne scesero altri soldati di grado più alto (lo si intuiva dalle divise), uno di questi strillò degli ordini ai suoi sottoposti e fummo infine scaraventati su un treno che altro non era che un carro bestiame.
Incominciò un viaggio che credetti fosse l’inferno, ma avrei scoperto che l’inferno era altrove. Ci arrivammo una grigia mattina di un giorno qualunque, poiché la misura del tempo era ormai sfuggita alla nostra percezione. Scesi dal treno, fummo caricati su altre camionette , e presto comparve ai nostri occhi l’ingesso di un complesso di edifici e di baracche. Su un’insegna campeggiava la scritta “Arbeit macht frei”: eravamo arrivati ad Auschwitz.
Fummo di nuovo fatti scendere a spintoni dalle camionette e alcuni soldati incominciarono a dividere il gruppo: maschi da una parte, femmine dall’altra. Fui strappato dalle sottane della mamma, alle quali mi ero tenacemente e vanamente aggrappato, da un soldato con occhi azzurri talmente chiari che parevano rivelare un vuoto assoluto. Fu l’ultima volta che vidi mia madre e mia sorella.

© Robert McCabe, Trip to Greece (1950)
© Robert McCabe, Trip to Greece (1950)

Di quegli anni non ho ricordi, li ho rimossi tutti. Ogni notte però tornano a trovarmi in sonno, mi stringono la gola facendomi urlare e saltare dal letto, madido di sudore. Quando aprirono i cancelli del lager, non riuscivo a stare in piedi dalla magrezza. Mi portarono in un ospedale da campo americano e da lì rientrai nel mio Paese molti mesi dopo, con mezzi di fortuna, solo e senza un posto dove andare . Mi ricordai di un compagno di scuola, Aleikos, che aveva lo zio monaco nel Monastero di Meteora, un eremo sospeso tra terra e cielo. Ecco dove volevo stare: sospeso, tra passato e presente, per ricostruire la mia identità offesa, distrutta, violata. Un luogo mistico e puro, inaccessibile, lontano dal quel mondo feroce e bestiale che aveva cancellato la mia famiglia e che aveva rovinato per sempre la mia esistenza.

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© Constantine Manos, Monk tending his vineyard, Greece (1964)

Scalai piano la montagna e raggiunsi, aggrappato ad una carrucola, il monastero; albeggiava, vidi un religioso intento a curare la vigna: era il segno divino che aspettavo. Quella vite, simbolo del popolo d’Israele, mi annunciava che ero ormai al sicuro.

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Daniela Pepe

Anima migrante, laureata in economia. Lasciò tutto per l'America viaggiando in Transiberiana. Vive a Roma ma il suo cuore è a Tel Aviv

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