In viaggio con Gabo e Mario, i due giganti

Bayly giganti

Ci perdonerà Jaime Bayly, nato a Lima nel 1965, se abbiamo letto il suo libro soprattutto per merito dei due autori che campeggiano sulla copertina, due colossi della letteratura contemporanea a livello planetario: Gabriel Garcia Marquez (1927-2014) e Mario Vargas Llosa (1936).

I Giganti (Feltrinelli 2024, pagg. 278, Euro 19) parla di loro e quando abbiamo visto sulle colonne de La Lettura l’immagine di questi due giovani uomini raffigurati sulla stessa copertina non abbiamo resistito a leggere questo romanzo-inchiesta che parte da un fatto di cronaca: nel febbraio1976, infatti, presso un teatro di Città del Messico, alla proiezione per la stampa di un film di cui Vargas Llosa aveva scritto la sceneggiatura*, Mario rivede Gabo dopo circa un anno e mezzo e, avvicinandosi a lui che lo aspetta festante, gli sferra un pugno che lo mette al tappeto con un occhio nero e gli occhiali distrutti.

“Questo è per quello che hai fatto a Patricia!”

gli dice Mario. E se ne va, lasciandolo mezzo svenuto per terra.

In questa presentazione svoltasi a Lima nel luglio scorso, Bayly (si pronuncia “bailì”) ci racconta perchè questo avvenimento ha attirato  tanto la sua attenzione: avendo conosciuto entrambi “i giganti” ed avendo chiesto ad entrambi perché ciò fosse successo, Bayly riporta di due atteggiamenti diversi: Vargas Llosa rimane silenzioso, si incollerisce, non vuole dire nulla del mistero che coinvolge Patricia, la moglie (e cugina). Egli è cosciente, dice Bayly, di aver fatto un “errore etico, estetico, intellettuale e morale” nel colpire l’autore colombiano, suo amico di tanti anni, ma non parlerà mai più di questo avvenimento. Gabo, invece, è sempre Bayly che racconta, fa una “risata distesa” e dice che lui non ha nulla contro Mario, cioè in altre parole, sembra dirci: “chiedete a lui perché ha fatto questa cosa”.

Il “pugnetazo”, il colpo che mette al tappeto Gabo, apre il libro e poi, in quasi trecento pagine fitte di dialoghi, avvenimenti, storie personali, tanti personaggi, molti famosissimi, che contornano la vita due grandi, ricostruisce un’ipotesi del perché ciò sia avvenuto, anche se la risposta non è una verità acclarata, e rimane in parte avvolta nel mistero e nell’interpretazione di ognuno di noi lettori.

Il libro è un susseguirsi serrato di avvenimenti e opera subito un flash-back di alcuni anni da quel 1976, quando le famiglie Garcia Marquez e Vargas Llosa si ritrovano vicine di casa nel rione Sarrià a Barcellona, nella Spagna franchista: Gabo, già famoso sull’onda del successo travolgente di Cent’Anni di Solitudine, vive in maniera agiata, mentre Mario, anch’egli acclamato dopo alcuni successi come La Città e i Cani e Conversazioni nella Cattedrale, non è certo paragonabile al colombiano, nemmeno come guadagni e tenore di vita: ed è per questo che Patricia vuole tornare a Lima, dove avrebbe avuto l’aiuto dei genitori per accudire i tre figli Gonzalo, Alvaro e Morgana, appena nata.

I Vargas Llosa allora partono e, sul transatlantico che li porta in Perù, succede un primo fondamentale avvenimento: Mario si innamora di una giovane attrice presente sulla nave e lascia Patricia, lì per lì, sulla nave, poco prima di sbarcare, per mettersi con la bellissima Susana Diez Canseco.

Il libro racconta tutto quello che succede, con una ricostruzione minuziosa della vita di queste due famiglie: i Garcia Marquez (Gabo e la moglie Mercedes), che tentano di sostenere la povera Patricia, la invitano a tornare a Barcellona e Vargas Llosa, che ha un grande successo con Pantaleon e le Visitatrici e sta scrivendo La Zia Julia e lo Scribacchino (di quest’ultimo libro le #LettureInclinate hanno parlato qui), e prosegue nella sua relazione con Susana.

Jayme Bayly è molto bravo a narrare i tanti dialoghi di questo romanzo, che naturalmente sono gran parte frutto della sua fantasia narrativa, pur essendo basati, a mezzo di una ricostruzione giornalistica, su letture e conversazioni che li rendono certamente molto verosimili. La narrazione così ci consente di avere un’ampia panoramica di cosa sia stata l’America Latina negli anni Sessanta e Settanta: sia Mario che Gabo sono amici di Fidel Castro e appoggiano le rivoluzioni in atto in molti paesi, anche se il primo, a partire proprio dal 1971, inizia ad allontanarsi dal comunismo, sposando progressivamente ideali liberali (Gabo invece rimane sempre fedele alla linea rivoluzionaria).

Nella presentazione citata, l’autore ci spiega bene perché ha voluto ricostruire questa storia, e nel farlo fa il nome di un autore che abbiamo trattato qui, Truman Capote, proprio colui cui si deve la nascita del cosiddetto non-fiction novel, il racconto basato su fatti veri, su inchieste, testimoni, avvenimenti da ricostruire, e Bayly fa proprio questo: vuole capire “que se pasò?”, cosa è successo quella notte, cosa ha fatto Gabo a Patricia, e perché Mario lo ha malmenato in pubblico.

Non si pensi tuttavia che la scrittura di Bayly sia neutra, assente, notarile: egli riporta e ricostruisce fatti, ma lo fa da par suo, quasi a non voler far mancare al lettore il ricordo, l’evocazione, dei giganti di cui l’autore racconta le gesta e a darci quello stesso  gusto dell’affabulare, quella dimensione quasi magica e grottesca che proprio i due grandi scrittori latino-americani hanno creato con i loro romanzi.

Spassoso è ad esempio il racconto del “funerale della gamba” del dittatore rivoluzionario peruviano Velasco Alvarado, cui MVL è costretto ad assistere per non indispettire il despota; Velasco, amputato per salvargli la vita, aveva fatto conservare la sua gamba e aveva chiamato due cardinali a celebrarne le esequie; tutti i dialoghi sono fantastici, ecco ad esempio ciò che Bayly fa dire al dittatore al cospetto dei due prelati:

“Per i poveri della mia patria do una gamba, do tutte e due le gambe, do il cuore. L’unica cosa che ti chiedo, Signore bello, è che non mi taglino le palle”.

Mario è piuttosto basito, e pensa:

“Questo grottesco funerale di una gamba in cancrena non mi sarebbe venuto in mente nemmeno negli incubi più atroci”.

In un altro splendido capitolo, si racconta dei due giorni passati da Pablo Neruda (1904-73) a casa Garcia Marquez a Barcellona, in transito verso Valparaìso, sempre in nave, dove il grande poeta cileno appare come un signore bonario, un gigante buono e mellifluo;

“…Neruda aveva già compiuto sessantasei anni. Mentre dormiva come un bambino di dimensioni gigantesche, Mercedes lo guardava meravigliata, come se un angelo grasso e ghiottone fosse caduto nell’ombelico del letto”.

Questo libro è un viaggio arguto, divertente, irriverente, scritto con un gusto tutto latino-americano per il pettegolezzo che si fa narrazione, al cospetto di due geni della letteratura e delle loro debolezze umane: potevamo forse non consigliarlo caldamente?

 

* Si tratta di Las Odiseas de los Andes, di cui è stato recentemente fatto un remake, candidato all’Oscar; Vargas Llosa aveva sceneggiato la prima trasposizione cinematografica della famosa vicenda dell’aereo di rugbisti uruguagi precipitato sulle Ande.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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