Pian Piano: l’eccentrico Andy ed i suoi compari.

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Di ritorno dall’Islanda facciamo scalo a Londra. Prendiamo di corsa il primo volo in direzione del nostro salotto e sull’ aereo chi incontriamo mai?

Facciamo una parentesi storica per aumentare l’attesa. Correva l’epoca della new wave, fine anni 70, sangue fresco sgorgava sulla musica popolare terrestre nelle regioni occidentali capitaliste. Il punk aveva rimosso bolsitudini e assoli superflui con opportuna ceretta e parevano schiudersi nuovi orizzonti artistici. Quelli che ai giorni nostri appaiono blindati e sigillati in un orribile e perpetuo postmoderno, tanto per intenderci.

Andy Partridge è il nostro compagno di viaggio, quello che  con  il  socio Colin Moulding ha creato nientepopodimeno che gli XTC. Il percorso dei nostri prodi è assai eccentrico e racconta un modo di far musica sghembo, inatteso, lunare, poppettaro ma per palati raffinati. Qui nel salottino non potevamo non invitare chi ha influenzato schiere e schiere di stelle e stelline, così eccolo fra noi ad allietarci la domenica.
Partiamo dalla canzone più famosa degli XTC recentemente interpretata anche dai Nouvelle Vague.

Pareva si aprisse con questa canzone lo spazio per far decollare i nostri direttamente in hit parade e invece… Son anni di fedele culto, più che di bagni di folla. Generali e graduati vari e altre canzoni succulente, lucide e vagamente psichedeliche, riempiono le orecchie di chi ha timpani attenti e degli amanti di ricercatezze e stramberie. Non a caso i nostri si dedicherano anche alla psichedelia pazzariella con il nome bizzarro di Duchi della Stratosfera.

Il nostro eccentrico Andy si siede solitario sotto al portico nella seggiolina in metallo verniciata candidamente e scruta il laghetto di fronte al nostro salottino. Esiste un esilio dalle cose, dall’incombenza di dimostrare e appartenere, un raccontare ironico e beffardo che guarda negli occhi l’interlocutore, chiunque sia, Dio compreso. Direi che la descrizioe si confà al nostro uomo.

Gli XTC sanguinano belle canzoni e classe a chilogrammi fino alle soglie del XXI secolo. Andy collabora con Harold Budd  e Peter Blegvad costruendo sentieri sempre più solitari ed eccentrici ed esplorando spazi sonori inconsueti.
Ma il vecchio leone in completo bianco, foulard e sorriso sardonico continua a stregare con melodie intense e mai banali.

Come Gran Bretagna comanda è il momento di una cup of tea. La beviamo insieme alle muse, silenziosi, finchè Andy non scoppia in una risata e subito a ruota lo seguiamo anche noi. Mi porge un libro di Dylan Thomas ed è proprio il poeta inglese a chiudere il nostro racconto di oggi.

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.

In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

Dylan Thomas

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