Bitcoin: la terza fase della decentralizzazione

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Il denaro è stato per secoli anonimo e fungibile: non si tracciava chi corrispondeva a una data moneta e che la transazione era avvenuta tra le parti. Almeno fino a quando è diventato digitale; da allora, sia con le carte di credito sia su Internet, è diventato tracciabile. Questa volta si segna il passaggio di una data quantità tra un soggetto e l’altro, si scambia nello spazio (fisico e digitale) e nel tempo (con gli interessi di debito-credito).

Tranne la parte ancora contante, il denaro non è più anonimo. Il legame con il supporto fisico l’ha perso da tempo.

Dopo la smaterializzazione, bitcoin è un passo verso la progressiva decentralizzazione. Quest’ultima innovazione, la crittografia sul denaro digitale, ha reso una moneta differente dall’altra: la tracciatura permane in ogni caso, ma è resa più pseudo-anonima. Con una geniale intuizione matematica, l’informazione è ubiqua e accessibile a tutti i nodi del sistema eppure molto ben protetta. Queste tecnologie fanno in modo che il consenso condiviso guadagni potere sulla gerarchia.

Bitcoin è la terza ondata della decentralizzazione. La prima è stata Internet, che ha abilitato la democratizzazione delle informazioni; la seconda la produzione di beni (si pensi alla stampante 3D). Ora sperimentiamo la frammentazione della moneta e della finanza.

Il concetto di decentralizzazione non è da intendersi in senso tecnologico, ma come uno spostamento di potere dalle istituzioni ai cittadini/consumatori. Questi ultimi hanno un risentimento crescente per le commissioni bancarie perché, estremizzando il concetto, vedono muovere bit da una banca all’altra con costi troppo alti. Però occorre sottolineare che le banche provvedono alla reversibilità della transazione, anche in caso di frode, e ciò non è possibile con i bitcoin.

Bitcoin non è una nuova moneta con più funzioni, altrimenti sarebbe stato un prevedibile passo del progresso. Invece è un cambio di paradigma imprevisto, come tutti quelli che passano nello stesso momento da prodotto a servizio, da controllato a condiviso, da locale a globale.

Esemplifichiamo con un’analogia: la moneta bitcoin è il web; la tecnologia sottostante, la Blockchain, è Internet. Bitcoin quindi è tante cose (un protocollo, un linguaggio programmabile, una rete di computer, un registro delle transazioni globali). Essa è anche un bene immateriale che segue le logiche digitali (e quindi ha dinamiche non lineari come invece siamo abituati a pensare per la moneta e per le leggi).

A tal proposito, gli aspetti monetari di bitcoin non devono essere intesi contro lo Stato né contro le banche. Bitcoin è dentro il capitalismo, e il capitalismo ha bisogno dello Stato perché, quando si esplicita nel mercato, le regole proteggono chi usa la moneta, il capitale, il lavoro e in generale tutti coloro che possiedono risorse.

Senza lo Stato, Bitcoin scompare. Esattamente lo stesso rischio che corrono le banche se si difendono con i regolamenti (che hanno aspetti locali) invece di investire nell’innovazione (che è un fenomeno globale).

Twitter: @massimochi

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massimochi

Massimo Chiriatti è un tecnologo con Master nella gestione dell’ICT, descrive l’economia digitale e osserva le conseguenze sulle persone, in particolare sull’occupazione.
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