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C’è Posta per Befera

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Il presidente della commissione cultura della Camera Giancarlo Galan ha individuato una copertura alternativa trovando “un’anomalia normativa del nostro ordinamento relativa all’esenzione IVA per i prodotti di “posta massiva”, come le bollette e gli estratti conti. E ha presentato un emendamento che intende “porre fine ad un’agevolazione fiscale unica in Europa”, liberalizzando il mercato. “Germania, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia e anche il Regno Unito – spiega Galan – considerano la cosiddetta posta business come negoziazione tra privati e quindi assoggettabile ad IVA”. La proposta emendativa “non comporta oneri aggiuntivi” a carico dei consumatori e delle aziende e non si applica alla pubblica amministrazione mentre “liberalizza un mercato in linea con le esperienze UE, adeguando il nostro ordinamento alle pronunce della giurisprudenza comunitaria”.
Ad applaudire Galan è stata subito la Fise-Are, l’associazione di categoria aderente a Confindustria che rappresenta il sistema delle aziende private di recapito e distribuzione postale. “La proposta – si legge in una nota – andrebbe nella direzione di porre fine a un’asimmetria normativa italiana nel mercato postale che è in palese violazione dello spirito comunitario e della stessa giurisprudenza della massima Corte. In tutti i mercati postali Europei, la posta business è considerata una negoziazione tra privati, quindi perfettamente gestibile dal mercato e pertanto assoggettabile ad Iva, non in Italia dove il gestore del Servizio Universale, cioè Poste Italiane, gode di esenzione”. Secondo il presidente dell’associazione, Luca Palermo, che è anche l’amministratore delegato di Tnt Post Italia, “in questo modo si avrebbero prezzi più bassi, maggiore qualità e varietà del servizio a tutto vantaggio delle aziende e del consumatore finale. Si tratterebbe di un reale passo per rendere maggiormente efficiente il mercato dei servizi postali”. Già da tempo la stessa Tnt Post denuncia non solo la disparità di trattamento ma anche l’autogol fiscale del legislatore che ha lasciato nell’ambito del cosiddetto «servizio universale» la consegna della posta massiva. Il cosiddetto «servizio universale» è l’obbligo, che grava sulle Poste, di consegnare qualunque tipo di corrispondenza ovunque in Italia: nel centro di Roma come nella baita sul Monte Rosa, purché dotata di un indirizzo postale regolare.
Diverso il discorso degli operatori privati che grazie alla liberalizzazione hanno il diritto di offrire ai cittadini tutti i servizi postali, compresi quelli che erano riservati alle sole Poste, ma senza l’onere di assicurare il servizio universale. Quando un loro cliente ha esigenze postali in aree che essi non raggiungono direttamente o rifiutano di coprire quella parte di servizio oppure negoziano con le stesse Poste un accordo commerciale per affidare a loro la copertura di quel servizio che non sarebbero in grado di assicurare direttamente.
Il problema è che lo Stato, nel ripartire onori e oneri del servizio universale della posta massima, anziché introdurre meccanismi di mercato che garantissero ai privati la possibilità di consegnare ovunque anche tramite le Poste ma anche a quest’ultime di esserne ben ripagate, ha ritenuto di muovere la leva fiscale, lasciando esenti da Iva i pagamenti per la posta massiva universale gestita da Poste in regime di servizio universale, e assoggettando a Iva lo stesso servizio quando erogato da privati.
Risultato: meno gettito per l’erario. E parliamo di cifre importanti; secondo una stima realistica, la revisione porterebbe ogni anno nelle casse del governo fra i 340 e i 400 milioni di euro in più.

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Pubblicato da Camilla Conti

Giornalista. Moglie di un giornalista. Mamma di una nana anarchica.

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