Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: la presentazione del gioco.

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L’uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca.

Friedrich Schiller

Arrivai al castello che era già tarda notte, come da accordi era meglio non incrociarsi fino al mattino. Ognuno aveva la sua camera, ci fu il tempo di una doccia per togliersi di dosso la stanchezza del viaggio, lo sbattimento dell’aereo e buttarsi nel letto per qualche ora di meritato riposo. Il mattino si presentò con una luce abbagliante che detesto fin da quando ero bambino: svegliarsi come esser strappati dal ventre materno. Mi alzai per pisciare e questa impellenza pose fine al mio sonno. Mi sistemai decentemente e scesi per la colazione e per incrociare qualche altre faccia oltre alla mia, che iniziava ad invecchiare.

Tutto era apparecchiato in un salone dove grandi tende azzurre attutivano opportunamente la luce e c’era più gente di quanta ne avessi immaginato. Donald era pieno di amicizie e con la sua galoppante pazzia affabulatoria non aveva abbindolato solo me in questa impresa. Prese la parola, al solito era elegante, gentile e indagatore con lo sguardo: mentre parlava sentivi i suoi occhi addosso, come a tastarti il battito cardiaco e l’attenzione.

Partì ringraziandoci per esser suoi ospiti e spiegò che il gioco era complesso, articolato per diversi livelli e ad ogni livello corrispondeva un luogo e una missione in Europa. Si accedeva ad un livello successivo dopo aver completato un’operazione per cui eravamo stati sorteggiati, disse sorridendo, come se il sorteggio fosse virtuale e non reale. La situazione di partenza ci era chiara e il compito consisteva nel portare un’infezione in quel campo di rovi che era la nostra contemporaneità, dove dilagavano i nemici della libertà e della tolleranza.

Un’operazione difficile voler disseminare idee e pericolosa, iniziò a spiegare Donald, sapendo benissimo che eravamo una congrega di sfaccendati e sfaccendate pronti a farci ammazzare pur di far passare il tempo e sopportare la noia dell’esistenza. La contemporaneità era ai nostri giorni il male assoluto di credere a false promesse e farsi ombra dietro a saltimbanchi dediti al furto, al culto della razza e al cannibalismo delle vite altrui pur di trarne proprio vantaggio. A noi stava inceppare quel meccanismo. Soli soletti eravamo solo poveri anatroccoli, ma avevamo in noi la possibilità di unirci e darci manforte.
Eravamo lì, suoi graditi ospiti per una settimana, proprio per questo: conoscerci ed il gioco iniziava ora con uno step comune a tutti: far squadra!

Il primo livello poteva essere anche l’ultimo, perché se non si fosse creata l’agognata sinergia tutto sarebbe andato in vacca. Vidi a quel punto una mia lontana conoscenza  una certa Diana, Diana Lowental, figlia di ricchissimi proprietari terrieri Tedeschi, nota per il suo socialismo estremo. Donald ora iniziava ad essere prolisso e io ad annoiarmi un po’ e così guardandomi intorno vidi un’altra faccia nota e pure lui mi riconobbe salutandomi con un cenno del capo, mentre si arricciava un baffo: l’ingegner Attilio Benassi, un imprenditore liberale Italiano a capo di un’azienda specializzata in conservanti per prodotti alimentari. Chiusi gli occhi per evitare di individuare anche un comunista ed un anarchico…..Non ci saremmo mai messi d’accordo! Come gli era saltato in mente di invitarci visto che eravamo cani e gatti ideologicamente parlando?
Certo la Lowenthal era ancora molto carina. Ah, discorso finito finalmente, piccolo applauso discreto e ora colazione, sorrisi e croissant.

Siamo una congrega di pessimi radical chic.

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