Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: sacrifici umani.

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Il volo radente della rabbia taglia l’erba verde, mozza i pensieri e schiaccia le sfumature. Nazioni fatte di confini e piccole patrie, filo spinato, montagne spezzate a metà, fiumi come linee d’acqua limacciosa. Occhi di telecamera e il senso di arretrare verso un medioevo mitico dove le teste dei malvagi rotolano al suolo puntualmente ed ogni ingiustizia è risolta da abili condottieri a cui tutto delegare, anche la propria salute mentale. Trono di spade,il condottiero chiama per la propria immaginaria fortuna, raduna carne altrui per il macello, prima dei pensieri, poi dei corpi. Il condottiero esige e concede, il condottiero evita ogni riflessione complessa, semplifica, sparge abile le parole, chiude i mari e ferma i malvagi con lo sguardo e discorsi fluidi a cristalli liquidi.

Il volo radente della paura naviga sulla pelle e si infiltra nel sangue fino alle ossa quando fuori il cielo rannuvola. La casa è allora invasa da serpi e insetti. I ragni peggiori nella dispensa e gli scorpioni dove alberga buio e umido. Quando cala la notte le bestie circolano e gli assassini incombono. Predoni provenienti da lontano si infilano tra scuri e finestre, ubriacati da una furia cieca e nomadi dal sorriso sbilenco e dal coltello facile strisciano verso le nostre case per recidere le nostre vite nel fiore degli anni. Veleno. La constatazione della morte altrui come unica valida conferma dell’assenza di ogni minaccia per sé: finché il nemico è vivo ogni tragedia è possibile. Perfida Albione.

Il volo radente del disprezzo per far svanire l’intollerabile profumo delle rose a maggio. Lo sporco delle loro mani, l’odore dei loro passi a cui non hanno diritto, perché nostra è la precedenza ed a noi spetta la meta. Siamo qui da prima, questa è la terra dei padri e sono i secoli a darci ragione. Finirla con quei capelli e quelle labbra, finirla con i colori, le parole incomprensibili, le spezie ed i sorrisi, finirla con il mescolarsi del sangue che è dei bastardi, finirla con gli dei che non erano qui con noi all’inizio, ma sono roba loro. Gli unici capaci di magia, i soli rispettati dai nostri condottieri sono i nostri dei, capaci di governare gli angeli a nostro favore e per l’altrui disgrazia.

Il volo radente dell’immaginazione per una partitura di arabeschi e foglie dalla pianta del tè, tamburi marocchini che piacevano a Brian Jones, profumo di cannella e luci basse. Il sogno per contenere rabbia, paura e disprezzo e vederli svanire alla luce dell’alba, appena si aprono gli occhi al risveglio. Scomparso l’ammasso lercio come cartaccia portata via dal vento o vapore uscito da una pentola dove bolliva acqua per il cibo. Niente di più se non apparenza di sguardi e gesti aggressivi disgregata nel nulla di un sogno vuoto. Primavera di resurrezione, Pasqua, erba verde scuro imbastardita dalle nuvole blu e temporali da cui farsi cullare. Sacrifici umani che non sono faccenda di questa terra, ma assurdità spazzate via da un abbraccio di due sconosciuti per strada. Lui le accarezza i capelli e le loro labbra si sfiorano appena: aprile.

 

 

Euridice

Tu senti che vado lontano
in zone pericolose.
Potrei non fare ritorno –
restare sbalzata su quel fuoco
con veste incendiata rovinare
o perdermi nei deserti del cielo
sbandare sui ghiacci stesi
spericolarmi nei boschi e nelle radure
minacciose. Si è molto soli là
tra le alture e le fosse, nelle fermentazioni
nel pullulare appena di voci.
Slacciata da ciò che mi è noto
un po’ squilibrata nel vuoto.
Ci debbo ogni tanto tornare –
che qui c’è la parte migliore.
Di quella mi vesto ogni tanto
di rado. Ma tu non girarti a guardare.
Lasciami sola. Non farmi di sale.

 

Mariangela Gualtieri

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Precedente La caduta dei giganti Successivo Il commercio globale, l'arto fantasma dell'economia

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.