Dei se e dei ma

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Si dice che chi abbia in sorte una morte violenta e improvvisa nei brevi attimi che precedono la dipartita, avendone piena e irrefutabile coscienza, riveda scorrere la propria vita in una sorta di “avanti veloce” e che in un mirabile quanto tardivo esercizio di sintesi riesca a risolvere molti dubbi relativi all’adeguatezza di altrettante decisioni.

Esistono tuttavia altre circostanze, esito di un’apparentemente casuale concatenazione di eventi, che producono un simile lampo di assoluta lucidità di pensiero: e con certe conclusioni allora occorrerà trovare il sistema di convivere.

Alle otto in punto della mattina (non prima unicamente per rigoroso rispetto dell’inflessibile regolamento condominiale, che imponeva di astenersi dal provocare rumori molesti dalle ore 22,00 alle ore 08,00, senza con ciò intendere che in altre fasce orarie non si dovesse mantenere il rispetto dell’altrui quiete) la signora Ines aveva schiacciato l’interruttore dell’aspirapolvere. Infagottata in una mollemente informe tuta da ginnastica grigia, i capelli corti e biondi freschi di permanente e tinta protetti da un’impalpabile retina, si aggirava per l’appartamento brandendo con piglio determinato il rumoroso aggeggio, mentre dalle finestre spalancate entrava l’aria pungente e incattivita di un 31 dicembre milanese.

Su via Canova non passava anima viva, e d’altronde la città dal giorno di Natale si era adagiata in un ritmo più lento, si sarebbe detto più accondiscendente. L’ultimo giorno dell’anno poi portava sempre con sé un’atmosfera sospesa, perché coloro che erano rimasti in città si dedicavano in un modo o nell’altro ai preparativi per i festeggiamenti serali.

Il signor Attilio si rese conto che non avrebbe potuto continuare ancora a lungo a rimanere asserragliato nella sua angusta stanza da bagno in fondo al corridoio, perché sentiva che l’aspirapolvere della moglie era in minaccioso avvicinamento. Osservò ancora per qualche istante la propria immagine riflessa nel grande specchio posto appena sopra al lavabo e che occupava tutta la parete (“conferirà profondità al locale”, aveva sentenziato la signora Ines qualche anno prima, reduce da un breve ma sostanziale corso di arredamento frequentato insieme alle sue amiche).

Rivolse un accenno di sorriso solidale al settantenne dal volto leggermente paffuto che gli stava di fronte, strizzando gli occhi per mettere a fuoco l’immagine e accentuando così le fitte rughe che attorniavano gli occhi castani. Considerò che il viso tondeggiante sovrastato da una chioma candida e folta lo faceva sembrare un adolescente invecchiato anzitempo e oltretutto mal si armonizzava con la figura gracile dal torace chiuso e dalle gambette magre. Del resto, quando era giovane vi era qualcosa nel suo aspetto e nel suo modo di fare pacatamente riflessivo, sovente sconfinante in una ingiustificata lentezza, che lo faceva apparire già vecchio, cosicché la sua vita era sempre stata dominata da una latente discrasia. Il signor Attilio finì di vestirsi, inforcò gli occhiali e uscendo dal bagno si risolse ad  affrontare anche quell’ultimo dell’anno.

La moglie spense l’aspirapolvere e lo guardò, o per meglio dire lo fronteggiò. Lui scrutò a sua volta quel volto austero dalle guance un poco svuotate, lo sguardo indurito in un’espressione di implacabile riprovazione, la figura anche quella rinsecchita in una postura studiatamente rigida e si chiese dove fossero finite le rassicuranti morbidezze  che lo avevano attratto e consolato in gioventù, insieme alla gentile determinazione della Ines. La determinazione era rimasta, anzi si era consolidata e appuntita, smarrendo via via qualsiasi gentilezza.

“…se qui non hai bisogno di me, mi levo dai piedi per non esserti d’intralcio. Per questa sera abbiamo tutto?”

“Certo che abbiamo tutto, ci ho pensato io ieri. Tra poco incomincerò a cucinare, ché con dieci persone a tavola ho il mio bel daffare. Vai pure, tanto qui non saresti di nessuna utilità”.

Il signor Attilio ebbe l’impressione che quel “qui” sottintendesse “né altrove, e quando mai”, ma fu un pensiero dal quale si ritrasse con prontezza. Non vi è nulla di più inutilmente deprimente che arrivare a settant’anni e lasciarsi intrappolare in certe considerazioni amare proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

D’altronde, era già sufficientemente fastidioso il pensiero della tavolata serale: la medesima da circa un ventennio, la medesima fino a quando l’uno dopo l’altro i commensali non avrebbero incominciato a estinguersi lasciando vacante il posto a tavola, e quell’assenza sarebbe stata l’unica traccia del loro passaggio nella sua vita, meditò tra sé l’uomo aprendo il portone di casa e uscendo sulla via. Erano infatti tutti amici e parenti della signora Ines, essendo egli figlio unico e, citando le sarcastiche parole della moglie, “poco incline alla coltivazione delle relazioni sociali, diciamo”, e diciamolo pure, mia cara, ti ho ceduto il passo e mi sono appoggiato alle tue solide certezze perché ne avevo bisogno, e mi ci sono ritrovato intrappolato.

 Passò davanti al portone del suo vecchio studio, pochi numeri civici più in là e pensò con una certa nostalgia al camice bianco e alle giornate dapprima scandite dagli impegni alla Clinica Dermatologica di via Pace e successivamente dagli appuntamenti nello studio a due passi da casa: perché il signor Attilio Rosmini era medico dermatologo, oramai in pensione da quasi un anno.

A parte l’età, aveva deciso di ritirarsi anche a causa della difficile convivenza con il giovane collega con il quale negli ultimi anni condivideva l’attività, il quale era figlio della sorella di sua moglie e aveva optato per la medicina estetica: altri metodi, altro approccio, altra clientela, naturalmente, e anche ben altri guadagni. Poco compatibili anche caratterialmente, così un bel giorno gli aveva consegnato le chiavi e aveva cercato una collocazione il più possibile defilata in quello spazio domestico forgiato e padroneggiato dalla signora Ines, la quale dopo il matrimonio aveva lavorato fuori casa solo per un breve periodo di tempo. La sua carriera di insegnante di scuola superiore era finita il giorno in cui era nata la loro unica figlia Vittoria, la quale era sopravvissuta giusto lo spazio della radiosa mattina di maggio in cui era venuta alla luce.

Il signor Attilio si ritrovò a passeggiare sotto le chiome spoglie ma comunque maestose dei platani e dei tigli in viale Alemagna, si diresse verso il Teatro dell’Arte e osservò l’insegna dell’Old Fashion – discoteca-club-ristorante-privé –  frutto dell’ultima mutazione di una storica sala da ballo assai popolare dalla quale sin dal 1933 molti milanesi erano transitati, lui compreso. Nel ricordare fuggevolmente certe serate cariche di ribollente testosterone e di iperboliche aspettative gli scappò un sorriso velato di nostalgia per un’età meravigliosamente velleitaria che era solo un ricordo. Non solo per quella, per la verità.

Era la ragazza più bella che avessi mai visto: alta, una figura slanciata e sinuosa, un viso da madonna rinascimentale con una chioma rossa e ricciuta che pareva un’aureola fiammeggiante, la pelle diafana punteggiata di lentiggini, gli occhi del colore dell’uva bianca, come quelli di certi gatti dal mantello fulvo. La avvicinai al bar e in qualche modo riuscii ad avviare una goffa conversazione, e scoprii che studiava anche lei medicina alla Statale. Irene era originaria di un paesetto nella bassa padana, tra Parma e Reggio, e abitava alla Casa dello Studente in viale Romagna. Di quella caotica stanzetta non ricordo null’altro che i ritratti di Bakunin e di Proudhon che dominavano un’intera parete e il suo lungo corpo nudo avvinghiato al mio con un furore selvatico, in certi pomeriggi sempre troppo brevi. Frequentava gente un po’ strana, diversi anarchici del Circolo di via Scaldasole, alcuni intellettuali barbuti e qualche artista squattrinato. Mi trascinò spesso a delle interminabili e fumose riunioni il cui contenuto mi sfugge ancora oggi, perché io ci andavo unicamente per assaporare la vicinanza fisica con una donna che non comprendevo ma che amavo con tutta la mia ingenua pochezza. Trascorrevamo le serate al Capolinea Jazz Club, al numero 119 di via Ludovico il Moro, proprio al capolinea del tram 19, dove mi saturavo le orecchie di un jazz per me ostico e sconquassante e l’unica volta in cui venne a casa mia mi precipitai a nascondere i dischi dei Ramones e dei Beach Boys.

In quegli anni a Milano giravano delle belle idee ma anche delle pallottole, e nessuno mi toglie dalla mente che quando poco dopo la laurea mi annunciò di punto in bianco che sarebbe partita per gli Stati Uniti con un gruppo di musicisti  stesse in realtà fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Rammento bene il suo volto pallido sotto il chiarore della luna di una notte di primavera, e le mani fredde che stringevano le mie:

“Vieni via con me, questo è un Paese senza speranza, qui non cambierà mai nulla, si potrà solamente diventare vecchi. Vieni via con me, partiamo tra un paio di giorni”.

Fu quello il nostro ultimo incontro, senza nemmeno un vero addio.

Io appartenevo a una famiglia borghese, e la sola ribellione della quale fui capace si realizzò nel rifiuto di un futuro già pianificato nello studio dentistico di mio padre per scegliere dermatologia. Che, per inciso, nemmeno mi piaceva.

Dopo la partenza di Irene piombai in una depressione profonda: senza di lei mi mancava il respiro e mi sentivo il corpo dolorante, tanto grande era lo struggimento che mi tormentava. Mi dibattei per qualche mese sentendomi come un pesce scaraventato sull’arenile, privato dell’unico elemento nel quale possa sopravvivere. Poi incontrai Ines, figlia di amici di famiglia: era graziosa e apparentemente senza spigoli, e mi affidai alla sua saldezza un poco ottusa come un naufrago che si aggrappa a un pezzo di legno. Però, non ho mai smesso di chiedermi come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto il coraggio di osare, di lasciare davvero una strada già tracciata per inventarmene una completamente nuova.

Camminando soprappensiero il signor Attilio era entrato nel Parco Sempione, poco frequentato in quella fredda e grigia mattinata dell’ultimo giorno dell’anno. Respirando l’aria umida, giunse dinanzi al ponte in ghisa sorretto dalle leggiadre figure delle Sirenette, una volta passerella sul Naviglio di San Damiano, spostato nel Parco quando il Naviglio interno venne coperto nel 1930. Osservò le quattro anatre annoiate che fendevano pigramente l’acqua torbida della pozza sottostante, e quando levò nuovamente lo sguardo al Ponte ristette impietrito, fermo anche il respiro per qualche attimo, la mente e il cuore in totale subbuglio.

Poi, prese a camminare verso la donna che stava sul Ponte, un libretto – forse una guida turistica – tra le mani bianche e sottili, i lunghi capelli fulvi e ricci appena mossi dal vento tagliente che si era  d’improvviso levato.

Nell’avvicinarla, ebbe la straniante sensazione di camminare a ritroso nel tempo, verso una Irene non più ragazza fresca di laurea, ma donna matura.

La sconosciuta si volse nella sua direzione con aria interrogativa, come se si fosse accorta dell’insistenza del suo sguardo, e questo gli  fornì il pretesto per rivolgerle la parola, fiducioso che la sua evidente vecchiezza e l’aria assolutamente rispettabile avrebbero fugato qualsiasi fraintendimento.

“…la prego di perdonare la mia impertinenza, ma lei assomiglia in modo impressionante a un’amica che tanti anni fa lasciò Milano per andare negli Stati Uniti e della quale non ho saputo più niente da allora. Eravamo compagni di corso all’Università e avevamo amici in comune”,

disse il signor Attilio perdendo il filo del discorso per via di quegli occhi del colore dell’uva bianca così identici a quelli di Irene, ma più quieti, senza quell’ardore irrequieto che tutto bruciava in pochi febbrili istanti.

La donna tacque per un interminabile momento, scrutandolo pensosa, poi parlò con la medesima voce ferma e limpida che non aveva mai dimenticato, in un italiano corretto, con una con forte inflessione anglofona in luogo della musicale cantilena di Irene.

“…lo sa che è strano? Sono nata a New Orleans e mia madre era emiliana ma si è trasferita a Milano quando si è iscritta all’Università. Non ho mai saputo chi fosse mio padre e ho trascorso i primi vent’anni della mia vita in giro per il mondo, perché mia madre era uno spirito irrequieto e tormentato, anche se non ho mai capito da cosa. Sono stati anni divertenti, in un certo senso, ma quando ho incontrato un uomo solido come una roccia l’ho afferrato, per non essere travolta dalla costante turbolenza nella quale mia madre pareva trovarsi perfettamente a suo agio. Lei ha allora seguito del tutto la sua inclinazione e ha incominciato a girare i luoghi più pericolosi e instabili del mondo insieme a un gruppo di Emergency. Sembrava che fosse animata e spinta da una sorta di volontà di espiazione, e non ho mai capito il perché”.

“Irene Santini, sua madre si chiama Irene Santini? E dov’è adesso?”

Avevano preso a camminare come per un tacito accordo, e il Parco avvolto in una leggera foschia pareva accogliere e racchiudere le loro parole, come cogliendone l’assurda intimità.

“Sì, Irene Santini. E’ morta lo scorso gennaio nello Yemen: il villaggio nel quale si trovava insieme ad altri medici è stato bombardato, non è nemmeno chiaro da chi. Allora mi è venuta la curiosità di vedere la città dove la sua storia è incominciata, in un certo senso: ma i muri e le strade non parlano, e lei ha custodito i suoi segreti fino alla fine”.

Milano, febbraio 1972. Il corteo, organizzato da Lotta Continua e al quale si sono aggregati diversi gruppi anarchici, oltre ai soliti cani sciolti, si snoda lentamente lungo via Dante diretto verso Piazza del Duomo, sotto l’occhio vigile del servizio d’ordine e delle forze di Polizia.

All’altezza di Piazza Cordusio appare all’improvviso un drappello di fascisti a braccio teso, ed è subito casino. Mentre dagli eskimo sbucano come per incanto spranghe e catene incominciano le cariche della Polizia. La ragazza dai lunghi capelli rossi corre veloce lungo via Orefici, mentre volano i primi fumogeni e le serrande degli esercizi commerciali si abbassano l’una dopo l’altra. Imbocca il Passaggio degli Osii e si trova di fronte un celerino con la pistola spianata. Rimangono immobili, come paralizzati. La ragazza stringe una robusta catena nella mano destra e fissa gli occhi chiari e cattivi sul volto del celerino. E’ poco più di un ragazzo, gli occhi neri sono pieni di paura e un filo sottile e lucente di muco gli cola dal naso  camuso scivolando sulle labbra serrate e sul mento impercettibilmente tremante,  ma pare non accorgersene nemmeno. E allora la ragazza sente scricchiolare le fondamenta della sua rabbiosa rivoluzione e pensa “non sei tu il mio nemico, non puoi essere tu, c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo” e comprende contemporaneamente che potrebbe ucciderlo, lì, in quel momento.

Una frustata repentina della catena sul braccio teso ma tutt’altro che saldo del celerino, un calcio potente alla pistola che scivola lontano, e un ultimo sguardo di definitivo perdono, poi via di corsa, via da quell’orribile, illuminante momento.

I due sconosciuti parlarono ancora per un poco, consapevoli della singolarità della situazione e degli ingovernabili disegni del destino. Si salutarono con un rapido e non calcolato abbraccio, e allora il signor Attilio si accorse della macchia color caffelatte, tonda e rilevata, che la donna aveva appena sopra il lato esterno del sopracciglio sinistro, e istintivamente si portò la mano alla fronte, dove ne aveva una identica, nella medesima posizione. Allora tutto fu vanamente, ineludibilmente chiaro.

 Il signor Attilio seguitò a lasciarsi trasportare dalle gambe per molte ore, lambiccandosi il cervello con una serie di calcoli e di pericolosi “se”.

Si risolse a tornare a casa che ormai imbruniva, il cielo grigio che s’incupiva senza discostarsi da una opprimente monocromia. Rientrò di malavoglia, sopraffatto da una stanchezza ormai insopportabile e dalla banale verità dell’antico adagio popolare che recita “dei se e dei ma son piene le fosse”.

Aprì l’uscio e si ritrovò dinanzi la signora Ines – ebbe l’impressione che fosse da un po’ dietro la porta ad aspettarlo  – e pensò all’improvviso che avrebbe potuto dirle con implacabile crudeltà

“sai cara, ho scoperto che ho una figlia e nemmeno conosco il suo nome”,

ma comprese all’istante l’inanità di una sortita così meschina e gli apparve definitivamente chiaro che certi sottili e fragilissimi equilibri reggono il peso di una vita  intera, ed è bene non spezzarli.

“…finalmente, credevo che non tornassi più”,

e vi era una nota di apprensione ad incrinare la voce di sua moglie e a dare a quella frase un significato recondito e al tempo stesso palese. Il signor Attilio lesse sul suo volto l’incertezza, la repentina paura di perdere qualcosa di irrinunciabile: e a quello si abbrancò, ripigliandosi la vita che aveva scelto e lasciando scivolare via tutti i se e i ma.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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