Forever (per sempre)

Eppure, c’era stato un momento nella sua vita in cui, finalmente, il mosaico si era completato e ricomposto fino a formare un disegno perfettamente armonioso. Aveva cercato di vivere quel periodo con avidità, con amorevole attenzione ai particolari, nella consapevolezza che non sarebbe durato per sempre: perché nella vita non si arriva mai da nessuna parte, si transita semplicemente, allontanandosi da tutto ma portandosi dietro un bagaglio che diventa sempre più ricco.

Sofia aprì la finestra del soggiorno, appoggiò i gomiti al davanzale ed osservò le auto parcheggiate a spina di pesce sui due lati di via Bertani, il breve tratto di strada che dall’angolo tra viale Melzi e viale Byron conduce in Piazza Sempione. In quel sabato pomeriggio di maggio una coltre spessa di nubi incombenti aveva inghiottito le statue che si ergono sull’Arco della Pace. Forse la furia imminente del primo temporale della stagione le avrebbe portate via, e i milanesi che avessero rivolto lo sguardo verso quel cielo tumultuoso avrebbero potuto scorgere Minerva, la lunga veste ed i capelli svolazzanti, rapita dal vento insieme al suo cocchio trainato dai sei possenti destrieri. Un bagliore crepitante squarciò per un istante quell’oscurità greve e un tuono profondo rotolò minaccioso sopra la città.

“E’ il diavolo che gioca alle bocce”,

le diceva il nonno quando era piccola

Tra poco arriverà l’acqua e forse laverà via questo dolore che mi stritola, mi accorcia il fiato e mi inchioda in un pomeriggio di due settimane fa, e allora lascerò che affiorino i ricordi, come una marea gentile che lambisce la sabbia, cancellando pian piano le immagini di quel giorno.

Le prime grosse gocce di pioggia le bagnarono il viso. Chiuse gli occhi e si immaginò la superficie placida dell’acqua del laghetto del vicino Parco Sempione, increspata e scombussolata, acqua che si mescolava all’acqua. Per sempre. Una potente scarica elettrica si propagò sfrigolando sulla città e per qualche istante fu solo luce bianca, gelida e accecante. Da qualche parte, lì vicino, doveva essere caduto un fulmine…

Era una livida giornata di gennaio del 1996, il grigiore del cielo basso si confondeva con la sfumatura opaca del manto ghiacciato che lastricava molti marciapiedi cittadini, perché a Milano la neve incomincia a sporcarsi appena tocca terra. Aveva nevicato fino a una cert’ora della notte e poi la temperatura era scesa di colpo parecchi gradi sotto lo zero, rendendo pericolosamente scivolose molte strade.

Sofia uscì dal portone dell’immobile in via Procaccini dove abitava con i genitori e si diresse a passi lenti e cauti verso via Paolo Sarpi, dove c’era la filiale della banca presso la quale lavorava. Normalmente era una breve passeggiata che faceva volentieri e quasi di corsa, a causa della sua sistematica capacità di essere in leggero ritardo su una qualsiasi ipotetica tabella di marcia, peraltro dettata più dalla consuetudine che da una reale volontà organizzativa. Quella mattina le cose erano un po’ più complicate: Sofia camminava rasente al muro e con le gambe rigide, a passettini brevi e indecisi nonostante i doposci che calzava, nel tentativo di non perdere il contatto con il suolo. Quando sentì il piede destro partire verso l’alto mollò la borsa ed allargò le braccia, immaginandosi come un goffo airone che cerca di spiccare il volo. Macché airone, semmai un pollo. Dopo qualche secondo di inutili acrobazie toccò terra gravando con il suo fortunatamente modesto peso sull’osso sacro, e comprese perché si diceva “vedere le stelle” riferendosi ad un dolore lancinante: si vedevano veramente le stelle.

“…si è fatta male?”

“Ma che domanda idiota, certo che mi sono fatta male”,

pensò intanto che boccheggiava ad occhi chiusi, aspirando sorsate di aria gelida. Aprì gli occhi e vide la faccia simpatica di un uomo imponente, con molti fili bianchi tra i voluminosi capelli scuri, che la fissava con lo sguardo color nocciola combattuto tra la preoccupazione e l’ilarità suscitata dalla sua comica caduta. Si aggrappò alla mano che lui le porgeva, calda e leggermene ruvida, e si lascio sollevare da terra, ma in realtà si levò molto più in alto, fin da quella prima volta.

Benché di corporatura decisamente massiccia, l’uomo si muoveva con aggraziata scioltezza anche su quel fondo insidioso e la sorresse fino ad un bar lì vicino, dove la posò delicatamente su una sedia ed ordinò il caffè per entrambi. Stettero lì per una decina di minuti, lei impacciata e dolorante e lui tranquillo e premuroso, come se quella mattina fosse uscito per essere lì in quel momento e in quel luogo, e forse dopotutto era davvero così. La accompagnò fino alla banca, la salutò con una stretta di mano che le stritolò quattro dita e le augurò una buona giornata. Non si erano nemmeno presentati.

Uscendo dalla filiale nel pomeriggio se lo trovò davanti, sorridente e solido, senza guanti e con il cappotto slacciato nonostante la temperatura glaciale:

“ho pensato che un appoggio avrebbe potuto farle comodo, per tornare a casa”.

Non si lasciarono più.

Quando incontrò Doriano aveva appena smaltito i residui tossici di una disastrosa convivenza ed aveva maturato il convincimento che in fondo stava bene anche da sola. Nell’attesa di trovarsi una nuova casa era tornata a vivere con i suoi, che come sempre l’avevano accolta e si erano presi cura di lei, ben sapendo che prima o poi l’avrebbero perduta di nuovo. Lui era figlio adottivo di una coppia di coniugi benestanti della provincia di Pesaro, e alla loro morte si era improvvisamente sentito sradicato da quei luoghi. Aveva venduto la casa di famiglia e si era trasferito a Milano, dove faceva il programmatore per una ditta che forniva pacchetti informatici per la gestione della contabilità.

Sei mesi dopo il loro primo incontro, in una radiosa domenica di aprile, erano al Parco Sempione seduti su una panchina all’ombra di un’imponente quercia rossa, in un punto defilato e tranquillo. Lui l’aveva guardata pensoso e le aveva detto:

“Io non sopporto più di salutarti la sera e andare a dormire da solo. Ti voglio con me per sempre”

e lei aveva risposto semplicemente

“sì”

e si era accomodata con naturalezza nell’abbraccio avvolgente di quel corpo vigoroso.

Trovarono casa in via Bertani, l’appartamento era piccolo ma era situato all’ultimo piano di un bell’edificio d’epoca, e dalle finestre si scorgeva l’Arco della Pace. Il Parco Sempione, che era a due passi, divenne meta abituale delle loro passeggiate. Quando annunciò la notizia ai suoi, che si erano innamorati di Doriano non appena lo avevano conosciuto, sua madre le disse:

“Con lui ti sento al sicuro, ma tieni presente che con ogni probabilità invecchierai sola”.

Sofia, che all’epoca aveva 31 anni contro i 47 di lui, era stata appena sfiorata da questo pensiero al quale non aveva voluto dare corpo, cacciandolo in una soffitta polverosa della mente.

Doriano aveva un carattere estroverso ed una vitalità irruente. Sofia pensava che era come se lui avesse un metabolismo emotivo accelerato in virtù del quale poteva rimuovere velocemente il ricordo delle esperienze negative, assimilandone solo gli insegnamenti. Non si sposarono mai perché non ce n’era bisogno: sapevano entrambi con assoluta certezza che sarebbe stato per sempre. Avevano vissuto anni di amore assoluto e senza complicazioni, in cui si erano sostenuti e si erano fatti compagnia e Sofia non aveva mai avuto paura, nemmeno quando si era resa conto che la sua interezza dipendeva ormai dalla presenza di lui nella sua vita.

Erano le 17,20 di giovedì 28 aprile 2016,  e non avrei avuto alcun motivo di ricordare con tanta precisione data e ora: ti aspettavo seduta sulla nostra panchina al Parco, sotto la grande quercia. Lì ci eravamo scambiati una promessa vent’anni fa, lì nella bella stagione a volte ci incontravamo  all’uscita dal lavoro, per fare due passi prima di rientrare a casa. Ti ho visto arrivare sul viale inghiaiato, ti ho osservato pensando che eri ancora un bell’uomo, con un passo elastico e giovanile. Sorridevi venendomi incontro, come sempre, hai agitato una mano in un allegro saluto. Poi ti sei fermato e hai portato la mano al petto, piegandoti all’improvviso sulle gambe. Ti ho raggiunto in un istante, in tempo per vedere la paura nei tuoi occhi. Ho gridato il tuo nome, ti sei accasciato come un bambolotto di pezza, afferrando la mia mano. Te ne sei andato prima che avessi il tempo di pensare di prendere il telefono dalla borsa per chiamare il 118.

Sofia era rimasta a guardare il suo grande corpo a terra, quel corpo robusto e atletico nel quale si era abituata a trovare rifugio, calore, passione, aveva accarezzato i capelli un po’ più bianchi ma sempre folti e aveva pensato

“Non c’è più. Non c’è più, e niente sarà mai più come prima”.

Nei giorni successivi aveva vissuto in una sorta di straniamento, nel quale si era osservata con relativo distacco occuparsi delle formalità: i contatti con le pompe funebri, l’organizzazione del funerale laico, il discorso commemorativo nella sala del commiato che fece suo padre con voce tremante, mentre lei si teneva a distanza rigirandosi nella mente l’inopportuno pensiero che era morto nello stesso anno in cui erano scomparsi David Bowie, Umberto Eco e Glenn Frey, non un anno qualsiasi, insomma, e poi la cremazione della salma, tutto come Doriano aveva sempre detto di volere, e la piccola urna con le sue ceneri alla fine fu tutto ciò che rimaneva, e non aveva neanche uno straccio di divinità da invocare o con la quale prendersela.

Non aveva aperto nemmeno uno dei numerosi telegrammi di condoglianze, che aveva minuziosamente stracciato annotando solo i nomi dei mittenti per poterli ringraziare, cosa della quale si occupò sua madre. Era seguita una fase di febbrile attività durante la quale si era liberata di tutti gli abiti di Doriano, consegnandoli ad un amico che prestava volontariato con i City Angels. Di tanto in tanto lo rivedeva quando rientrava trafelato dalla corsa mattutina e lei che stava facendo colazione osservava con tenerezza i contorni della sua persona e del suo volto ammorbiditi dagli anni, e veniva subito assalita da quell’unica certezza,

“non c’è più, non c’è più”

e allora sentiva il pianto premere da qualche parte dietro agli occhi, si guardava le mani vuote e si sentiva smarrita e spezzata.

Non riusciva ad entrare nei luoghi che era solita frequentare con lui e la solidarietà degli amici la confortava ma era insostenibile: prese a camminare per la città per ore, da sola, ma lui era in ogni angolo di Milano perché era sempre stato nei suoi pensieri. Non riusciva a mangiare e la notte piombava spossata in un sonno oscuro ma non ristoratore, una sorta di intorpidimento dal quale si risvegliava di soprassalto, con la coscienza che l’incubo continuava e quindi era la realtà: quella alla quale avrebbe dovuto abituarsi. Osservava con incredulo stupore il sole che seguitava a sorgere e a tramontare e le rose sui terrazzi che incominciavano ad aprirsi al tepore di maggio, mentre lei si stava rendendo conto che tutti i suoi punti di riferimento erano legati a Doriano, e lui non c’era più.

…il temporale si allontanava verso ovest e Sofia vide un arcobaleno eccezionalmente vivido che risplendeva sopra l’Arco della Pace, e Minerva ed il suo cocchio con i sei destrieri erano ancora lì, come sempre.

Cadevano le ultime gocce di pioggia, ma già il sole sbucava dalle nubi e illuminava una città tersa e vivificata dall’acquazzone primaverile. Sofia si riscosse, presa da un’urgenza improvvisa ed uscì di corsa sulla via, stringendo al petto la borsa nella quale aveva infilato l’urna con le ceneri di Doriano. Il Parco Sempione era profumato e praticamente deserto e si avviò decisa verso la loro panchina.

“Ce la faccio, ci sto andando e anche se piango non mi vede nessuno, lì è finito tutto e in qualche modo lì deve ricominciare”.

L’enorme, antica quercia rossa aveva il tronco squarciato dal fulmine in tutta la sua lunghezza, ed una metà si era schiantata sulla panchina, spezzandola. L’interno tenero e chiaro della pianta era una ferita aperta, ma l’altra metà  si ergeva ancora dritta verso il cielo, con orgogliosa aria di sfida.

Sofia entrò nel prato, aggirò la quercia, estrasse l’urna e si guardò attorno: non si poteva fare, ma lo avrebbe fatto comunque. Apri l’urna e liberò le ceneri tutto intorno all’albero, e la pioggia che cadeva ancora fine e leggera nell’ultimo sole le accompagnò a terra.

Pensò che così  non lo avrebbe perduto del tutto, perché Doriano sarebbe rinato  in ogni filo d’erba e in ogni piccolo fiore, e fu allora che lo vide: la figura massiccia eppure elegante, il sorriso irresistibile, i capelli indisciplinati, l’aria da eterno ragazzo. Si guardarono negli occhi per un lungo istante e si dissero molte cose. L’immagine si dissolse a poco a poco e il sorriso scomparve per ultimo, come accadeva al gatto del Chesire, lo stregatto svanito di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Dopo un poco si avviò verso casa. Si sarebbe cambiata per andare a fare la spesa, e avrebbe cucinato qualcosa per cena. L’indomani sarebbe andata dai suoi e le parole non sarebbero state necessarie; lunedì avrebbe ripreso il lavoro e riorganizzato le sue giornate. Più avanti, quando si sarebbe sentita pronta, avrebbe affrontato il cassetto delle foto.

Aveva avuto la fortuna di vivere una perfetta storia d’amore durata vent’anni, una storia che l’aveva resa una persona diversa e migliore: poteva bastare per tutta la vita. Sarebbe andata avanti e non era sola, perché lui viveva accanto a lei nei suoi ricordi. Per sempre.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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