Il compagno di viaggio

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Sarà il primo Natale senza di te, e io sarei già pronta per andare a dormire stasera  e dileguarmi in un lungo sonno popolato di bei sogni, in attesa di un’immaginaria sveglia che mi richiami alla vita soltanto dopo l’Epifania, quando tutti gli abeti fasulli insieme alle palline colorate ed ai presepi di varie fogge e materiali saranno stati riposti nelle loro scatole, pronti per un altro anno di polvere e di oblio.

Che poi, in realtà io e Doriano non siamo mai stati particolarmente affezionati a queste festività: figli unici tutti e due e senza figli, con il passare degli anni i vecchi ci avevano progressivamente abbandonati (chi con il corpo, chi solo con lo spirito e dunque con identico risultato) ma noi ci bastavamo e vivevamo il periodo tra Natale e l’Epifania con tiepida condiscendenza, distribuendo auguri di cortesia a destra e a sinistra e stringendoci accanto gli affetti superstiti.

Ragionavamo sovente di quanto la solitudine, in questi giorni più che in altri, possa divenire gravosa e castrante, facendo sentire diversi e dolorosamente esclusi da un rito collettivo che risulta comunque condizionante, almeno nei Paesi occidentali. Eppure, spesso la solitudine è l’ultima tappa della vita di ognuno, e dunque ci si dovrebbe attrezzare, occorrerebbe accumulare risorse negli anni di gioventù, conservarsi qualche carta da giocare. Sì, certo, come no: tutti ragionamenti tanto presuntuosi quanto vani nei quali ci si crogiola come gatti al sole  quando si è fermamente convinti di avere ancora un mucchio di tempo a disposizione.

In questa gelida domenica pomeriggio di dicembre, due settimane prima di Natale, il cielo sopra Milano presenta due o tre differenti sfumature di grigio, ma bisogna osservare con attenzione, altrimenti l’impressione è quella di una cappa incombente ed uniforme. Sono uscita poco prima delle tre da casa e da via Bertani  ho camminato su viale Elvezia, verso l’Arena, poi ho proseguito fino in via Della Moscova dove ho preso la metro per Porta Garibaldi. Sono salita in Piazza Gae Aulenti: mi piace questa moderna agorà, anche perché ricordo bene quanto era disadorna e squallida la zona tra Via Melchiorre Gioia, l’Isola e le Varesine negli anni ’80 e ’90.

Vicino ai giochi d’acqua delle tre fontane a sfioro un imponente albero di Natale azzurro e oro si protende verso il cielo plumbeo, ma appare piccolo e ingenuo vicino alla Torre dell’Unicredit e al Diamantone, e la pista di pattinaggio sul ghiaccio montata in questi giorni è piena di ragazzi colorati che sfrecciano agili e allegri. Questa piazza è viva: la gente viene qui per passeggiare e per incontrarsi, e in uno spazio laterale sul quale si affacciamo moderni edifici dal tetto piatto, con le pareti dipinte a disegni geometrici nelle diverse tonalità dell’ocra, dei ragazzi giocano al pallone esibendosi in fantasiosi virtuosismi.

Ci venivamo spesso insieme, e Doriano un giorno disse una cosa che ascoltai con un certo scetticismo e che ho capito e condiviso  solo tornando qui da sola: che tutto questo acciaio e questo vetro producono un’impressione di morbidezza e di flessibilità.

Ho bevuto un caffè fragrante e bollente al bar Illy, poi ho preso di nuovo la metro per la Stazione Centrale, dove salirò sul solito Frecciarossa delle 18,00 che in due ore e cinquantacinque minuti (con incredibile puntualità, salvo rare eccezioni) mi accompagnerà fino a Roma Termini.

E’ così ormai da un mese, per via di un pesantissimo corso di aggiornamento destinato ai funzionari di banca: tre giorni alla settimana, lunedì martedì mercoledì, nella sede centrale a Roma. Io sono stata “selezionata”, unica della nostra filiale milanese, lasciando sottintendere con tale termine che un criterio di merito o di opportunità debba avere guidato questa scelta, che non abbiano usato un bimbo bendato al quale hanno fatto pescare dei bigliettini da una boccia di vetro.

Ho sempre prenotato il medesimo treno all’andata, quello delle sei del pomeriggio, ed il medesimo al ritorno, quello delle otto di sera. Tariffa standard, ci mancherebbe, dato che paga la banca, ma questi treni sono belli, così affusolati, con la testa che mi ricorda quella di un cobra, e anche comodi. Un poco troppo veloci, per i miei gusti, scivolano con un fruscio sibilante, corposo e potente che diviene meno fastidioso a mano a mano che aumenta la velocità, e allora il paesaggio fuori dal finestrino scorre troppo rapidamente, come in dissolvenza. Nulla a che vedere con il ritmico sferragliare dei vecchi convogli, che pure possedeva una certa monotona musicalità, e con la lentezza che ti permetteva di cogliere le sfumature del panorama. Rimane tuttavia l’indiscutibile vantaggio di spostarsi celermente e confortevolmente da una città all’altra.

Comunque, questa settimana il corso giungerà a termine e ne sono sollevata, sono stufa di questo avanti e indietro. Anche se mi spiacerà un po’ non vedere più Andrea.

La prima domenica in cui viaggiai verso Roma la poltrona di fronte alla mia era occupata da un distinto signore alto e magro dai capelli argentei, ordinatamente pettinati con la riga da una parte. Sotto i capelli incanutiti e lisci il viso appariva però appena segnato intorno ai vivaci occhi grigi, che mi avevano osservata con aperta curiosità dietro gli occhiali dalla montatura nera. Avevo risposto al suo saluto con un accenno di imbarazzo, poi mentre il treno si era lasciato alle spalle Milano e filava dentro una giornata di pioggia fine e tignosa, ci eravamo presentati ed avevamo incominciato a conversare del più e del meno, cogliendo il pretesto della rumorosa maleducazione dei due bambini che sedevano qualche poltrona più avanti con la madre.

Per una singolare coincidenza (ammesso che ne esistano, e che non siano invece tessere di un mosaico che si compone lentamente e spesso in maniera arcana durante tutta l’esistenza), da un paio di mesi lui compiva il tragitto inverso al mio con identiche cadenze: romano, lasciava l’ufficio all’EUR il mercoledì sera diretto a Milano, dove i giorni successivi era impegnato nella sede meneghina della società per la quale lavorava, e dove si tratteneva anche per il fine settimana ritornando nella capitale la sera della domenica:

“…giro per le strade con una guida in mano e faccio il turista, del resto a Roma il sabato e la domenica mi impigrirei da solo su una poltrona”.

In virtù di un’altra curiosa corrispondenza, anche lui aveva l’abitudine di prenotare sempre lo stesso posto sulla carrozza n. 8. All’arrivo a Roma ci eravamo salutati come due vecchi amici:

“…allora Sofia, ci si vede mercoledì sera”,

e un attimo dopo Andrea era scomparso nella confusione vociante della Stazione di Roma Termini.

Avevamo viaggiato insieme due volte alla settimana per tutto il mese, chiacchierando di molte cose, io con le mie “e” belle aperte e sempre vagamente supponenti da autentica milanese, lui con la sua inflessione romanesca dolcemente indolente, con i verbi che sovente per pigrizia si troncano sulla penultima sillaba,  ma condividendo anche lunghi momenti di lettura silenziosa. Mi pareva di aver capito che facesse il consulente finanziario, ma non avevo approfondito l’argomento perché i nostri discorsi erano divenuti presto molto più confidenziali: era come se, piazzati l’uno di fronte all’altra sulle comode poltrone di quel siluro che si infilava nel buio della sera senza dissiparlo, ma semmai ad esso amalgamandosi, ci sentissimo per qualche misteriosa ragione in una sorta di bozzolo appartato e sospeso nel quale divenisse naturale e facile mettersi a nudo.

Avevo così scoperto che sua moglie era morta l’anno precedente dopo una breve e fulminea malattia ed era solo, e gli avevo raccontato della mia perfetta storia d’amore con Doriano, e di come perdendolo e ritrovandomi sola a poco più di cinquant’anni mi fossi sentita all’improvviso smarrita, di come avessi continuato a fare le solite cose con diligenza indifferente, sentendomi sempre e comunque fuori posto.

Mi era capitato di pensare a quanto Andrea fosse lontano dalla rassicurante solidità di Doriano: mi sembrava piuttosto un uomo sensibile e complicato, alla costante ricerca di qualcosa che gli sfuggiva.

Oggi, dirigendomi verso la stazione Centrale, rifletto sul fatto che nessuno di noi due abbia mai in alcun modo tentato di stabilire un contatto al di fuori di questo treno e di queste tre ore di viaggio condiviso: solo compagni di viaggio, e niente di più. E questo pomeriggio gli dirò che mercoledì prossimo la mia trasferta romana si concluderà, e dunque tutto sarà finito. E un po’ mi dispiace.

Gliel’ho annunciato che eravamo quasi a Roma, e subito dopo  ognuno di noi si è impercettibilmente ritratto rifugiandosi nella lettura.

Negli ultimi tre giorni trascorsi a Roma mi sono sentita stanca e distratta, e anche infastidita dall’atmosfera natalizia che pervade le strade della città: non vedo l’ora di tornare a Milano e a casa. Ed è finalmente mercoledì sera, e quando vedo che Andrea ha già preso posto sul Frecciarossa mi sento sollevata, senza capirne la ragione.

Non so neanche perché non ho aspettato stasera, per dirgli che il mio corso a Roma è terminato, e mi viene il sospetto di avere inconsapevolmente deciso di lasciargli il tempo di fare una mossa, che non so nemmeno se poi sarebbe davvero quello che voglio.

Stasera è stranamente taciturno e gli occhi grigi sono stanchi ed assorti in qualche cruccio che non affiora, mentre io penso semplicemente che mi ha fatto piacere incontrarlo e godere della sua compagnia, ma adesso tornerò alla mia solitudine e alla malinconia feroce che a volte mi aggredisce all’improvviso, lasciandomi senza fiato e con le lacrime che pizzicano gli occhi. Non saprò rifuggire dalla sollecitudine affettuosa di mamma e papà che insisteranno per avermi con loro il giorno di Natale, e io non potrò fare a meno di ripiegarmi silenziosamente su quel posto vuoto accanto al mio.

Quando Andrea rompe il silenzio, più delle parole mi colpisce il tono, tra il supplichevole e l’imperioso:

“…Sofia, scappiamo via dal Natale. Troviamoci la vigilia a Milano, dove vuoi tu, andiamo in aeroporto e prendiamo un aereo per un posto qualsiasi, purché lontano”.

Non considero nemmeno per un attimo quanto sia strampalata una simile proposta, e accetto con lo stesso animo incosciente e ardito di quando da ragazzina toglievo le mani dal manubrio della bicicletta e pedalavo sempre più forte.

Quando arriviamo a Milano ci scambiamo i numeri di cellulari e ci diamo appuntamento per mezzogiorno di sabato, ventiquattro dicembre, davanti alle fontane di piazza Gae Aulenti. Nei giorni successivi, non ci penso nemmeno: la sera prima, non sono per niente certa che andrò all’appuntamento.

Invece, sono le dodici meno venti della vigilia di Natale e sono qui sotto il tetto a piccole tessere in vetro colorato delle eteree pensiline fotovoltaiche. Osservo gli zampilli d’acqua che sfidano il cielo, il quale promette neve ma chissà se manterrà, con un trolley vicino ai piedi nel quale ho stipato cose a caso, dato che non so dove andremo e in fondo dubito che andremo da qualsiasi parte.

Penso che me ne sto inutilmente qui a prendere freddo, sul pavimento in nobile ardesia di questa bella piazza lucente e palpitante, in mezzo alla gente carica di pacchetti e pacchettini e sorrisi intirizziti. Sono certa che non verrà perché giù da quel treno non siamo niente e anzi forse ci siamo scoperti troppo, proprio perché pensavamo che le nostre reciproche nudità sarebbero rimaste su quella carrozza, una sorta di confessionale dove mancava il prete ma c’erano certamente due che si confessavano, senza chiedere nessun perdono ma solamente un momentaneo sollievo.

Forse è meglio che me ne vada, mancano dieci minuti a mezzogiorno ma tanto non verrà, e rivedo i suoi ridenti occhi grigi dietro le lenti degli occhiali, e le mani sottili e nervose con le vene in evidenza sul dorso, e quei capelli spudoratamente argentei che traggono in inganno perché non credo che abbia molti più anni dei miei cinquantuno. Provo ad un tratto imbarazzo per la cura con la quale mi sono vestita ed ho tentato di domare i miei lunghi capelli mossi, e mi sono anche truccata leggermente, osservando con un certo compiacimento il risultato nello specchio del bagno.

Era proprio vero ciò che dicevamo, Doriano, a Natale la solitudine è cattiva, assume un taglio avvilito e inconsolabile: ma occorrerà rassegnarsi.

Osservo il bosco verticale, ma a parte la suggestione del nome e l’interessante struttura del palazzo a torre trovo che in questa stagione abbia un’aria piuttosto spelacchiata, e sullo sfondo immagino l’Isola che non c’è, perché non è più l’Isola che ricordavo. Non è detto che non ne abbia guadagnato, soprattutto per chi ci abita.

E così è arrivato mezzogiorno e Andrea non c’è, e io sono delusa e sollevata al tempo stesso, e mi sento libera di rinunciare. Mi dirigo verso Corso Como e verso i tubi ottonati di Alberto Garutti, e trovo curioso che queste poderose e luccicanti trombe comunichino con il cavedio del parcheggio sotterraneo, come a dire che se anche io gridassi lì dentro (ma cosa, poi?) la mia voce si infrangerebbe su una Fiat 500 qualsiasi o su un corridoio malamente illuminato, ma questa in fondo è la Città, l’artista  potrebbe aver ragione e un’automobile saprebbe persino rispondermi qualcosa di sensato.

Lo vedo arrivare trafelato da quella direzione, veleggia con una strana andatura da airone sgraziato che non è fatto per camminare ma non sa più volare, l’espressione incerta e ansiosa si distende in un sorriso fanciullesco quando mi scorge, e allora rallenta un poco la sua goffa camminata.

Tu gli stai accanto, i capelli un poco arruffati e le mani in tasca, e lo osservi con benevola curiosità per qualche istante, poi il tuo sguardo color nocciola si fissa nel mio.

Quest’uomo è così diverso da te, Doriano. E’ fragile, non ha la tua tranquilla saldezza, e mi toccherà prendermene cura. Credo che lo farò, almeno per qualche tempo. Ma tu, Doriano, resterai sempre con me. Per sempre.

Timidi fiocchi di neve stanno incominciando a danzare leggeri nell’aria, e la gente è contenta, dimentica dell’inconfutabile fatto che questo innocente candore diverrà presto una viscida poltiglia marroncina. Andrea è ormai a pochi metri di distanza, e mi accorgo ora che in una mano regge una borsa da viaggio, ma nell’altra ha un panettone: Le Tre Marie, la Roll’s Royce del panettone milanese per uno che viene da fuori.

“…e se provassimo a festeggiarlo, ‘sto Natale, invece di continuare a scappare, Sofia?”

Rimaniamo fermi uno di fronte all’altra, nel centro di un luogo che è il simbolo di una città che vuole guardare avanti cercando e salvaguardando la bellezza e l’armonia.

Forse dovremmo prendere il Frecciarossa ancora una volta e dividerci quel panettone sul treno, dove tutto ha avuto inizio, per andare magari a Firenze, e passeggiare tenendoci per mano in una zona neutra, né casa mia né casa sua.

Oppure, ora che siamo scesi dal treno, potremmo più semplicemente provare a vivere, continuando ad essere compagni di viaggio.

…considerate questo racconto il mio regalo e soprattutto il mio sincero e cocciuto augurio per l’anno nuovo: che i  sogni vi tengano sempre compagnia e vi spingano ad elaborare progetti, a porvi delle mete e a guardare avanti, senza mai scordare chi eravate ieri. Vi abbraccio uno per uno con affetto e con gratitudine, compagni di viaggio sempre disposti a salire sul treno che transita ogni sabato su Piano Inclinato, senza nemmeno sapere dove vi condurrà. Racconti Inclinati nelle prossime settimane farà una sosta, ma riprenderà sabato 14 gennaio 2017: Milano e le sue storie vi aspettano, stessa ora (più o meno), stesso posto.

Buone cose.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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