Il fiore del male

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Gli era capitato così spesso di essere in ritardo. Del resto, il ritardo è scritto nel destino di uno sbirro: si arriva quasi sempre dopo, a fatti compiuti e si può solamente   tentare di scovare la verità, cercare una risposta alle domande, con il rischio di non trovarne alcuna che appaia convincente o accettabile.

(Per gli smemorati e per chi se lo fosse perso, qui l’antefatto)

Però si era ricordato per tempo dell’anniversario di matrimonio che ricorreva il 26 settembre e aveva regalato a sua moglie (colei che con pazienza ogni volta raccoglieva i cocci e li ridisponeva in un disegno armonioso) una borsa che gli era costata un patrimonio, ma sapeva che le piaceva tanto e l’aveva anche riempita di Baci Perugina dei quali era golosa. Era però saltata la cena, perché quella sera il Vice Commissario Alberto Patané era impegnato al Commissariato di via Satta e di rimando in rimando erano arrivati a novembre.

Alla cena nella trattoria toscana tra via Papi e Corso Lodi, locale che frequentavano volentieri per l’ambiente accogliente e per la cucina sopraffina, si erano aggregati anche il Giacometti Arturo, cronista di nera in pensione e zia Cecilia, sorella minore della mamma di Mariateresa. I due non si erano proposti separatamente ma come coppia ed era una novità, per quanto non sorprendente: si erano conosciuti proprio al loro matrimonio e la fulminea attrazione tra i due maturi cuori solitari era stata fin troppo evidente.

“Andate a cena dal toscano? Dai, veniamo anche noi”.

“Noi chi, Arturo?”

“Io e Cecilia! Ci troviamo direttamente là?”

L’ex cronista di nera aveva perso l’aspetto spiegazzato di uno che dorme vestito e finalmente indossava un abito moderno e ben stirato. Anche l’espressione mestamente incarognita che era solito inalberare era del tutto scomparsa e  pareva persino ingrassato di qualche chilo; i suoi gesti e il suo eloquio avevano acquisito una nuova pacatezza. La zia Cecilia, le forme sontuosamente curvilinee agghindate con la consueta sobria eleganza, sul bel volto tondo e roseo tanto simile a quello della nipote lasciava trasparire la soddisfatta sazietà del gatto che ha appena ingoiato il canarino, ma venato da un’innegabile dolcezza. I due di tanto in tanto si sorridevano appena, come in un linguaggio in codice solo a loro noto.

Era un insolito autunno e non solo a Milano, con temperature eccezionalmente miti, gli alberi ancora frondosi e persino qualche tenace e affamata zanzara. A mezzanotte passata i quattro si accingevano a lasciare il locale, quando il cellulare del Vice Commissario squillò.

“Scusi, dottore, è che ho chiamato il Commissario Saronni ma è a Verona e ha detto di avvisare lei, perché ci sarebbe un morto ammazzato, anche se è sabato sera…”

“Già, i milanesi ammazzano anche il sabato, Lombardi, non lo sai?”

Lasciò perdere la polemica sul reiterato uso improprio del condizionale, quella era appannaggio del Commissario Saronni.

 “…ma dottore, mica lo sappiamo se è stato un milanese, con tutti gli stranieri che girano a Quarto Oggiaro”.

Il Vice Commissario decise di sorvolare sia sull’ignoranza (si scusò mentalmente con Scerbanenco) che sul pregiudizio, sovente da essa derivante e decise di lasciare l’agente Lombardi al suo destino: era ora di rinunciare al presuntuoso progetto di salvare chiunque si ponesse sulla sua strada.

Avendo immaginato di chiudere diversamente la serata, scoccò un’occhiata significativa a Mariateresa e all’abitino leggero che lasciava intuire le sue molte morbidezze e quella, consapevole di aver sposato un poliziotto e dunque dotata di tutta l’indispensabile flessibilità, lo ricambiò con un piccolo sospiro di complice rammarico.

Via Traversi, un’ampia strada a doppio senso fiancheggiata da palazzoni recentemente ridipinti di ocra e di mattone, civico numero 6, a pochi isolati dal Commissariato di via Satta. Davanti all’Officina Guerrini l’Ispettore Lorusso, convocato strada facendo, parlava con un uomo visibilmente agitato il quale si aggrappava al guinzaglio di un imperturbabile cane biondo compostamente posato sui posteriori. Una piccola porta per l’accesso pedonale, ricavata nel portone di ingresso dell’officina, era spalancata e all’interno le luci erano accese.

Stava parcheggiando la 500 quando arrivò il magistrato con la BMW, un siluro nero e lucente che ben si addiceva al tratto ringhioso del proprietario, il quale tentò di sbattere la portiera sottolineando il disappunto per essere stato disturbato il sabato notte. Non vi riuscì perché certe vetture sono così artificialmente intelligenti da sapersi tutelare dalle umane intemperanze, cosicché lo sportello, come frenato da una mano misteriosa, si chiuse con un soffice ploff. Salentino che mal sopportava il clima di Milano, il dottor De Matteis esibiva costantemente una ruvidezza scoraggiante: eppure era più collaborativo di quanto si immaginasse e aveva il pregio di interferire appena il giusto nelle indagini.

L’uomo con il cane parlò guardando a turno i tre, non riuscendo a decidere a chi si dovesse rivolgere:

“Sono Guerrini Mario, il titolare dell’officina e abito in fondo alla via; porto fuori il cane dopo cena e stasera ho tardato un po’ perché avevamo ospiti. Arrivo sempre fin qui e do un’occhiata, ho visto subito che l’allarme era spento”,

riferì indicando una spia di segnalazione rossa sopra al portone,

“poi ho visto che la luce dell’ufficio era accesa e ho pensato che il Diego, finito un lavoro su un’auto che doveva essere pronta per lunedì mattina presto, doveva essere andato via di fretta dimenticando luce e allarme; non sarebbe nemmeno la prima volta. L’officina era chiusa a chiave, ho aperto con le mie”.

“Chi sarebbe il Diego?”,

interloquì Patanè.

“Sarebbe…era il mio unico dipendente, un meccanico, Diego Fusetti. Entrando in ufficio l’ho visto lì per terra, ho capito subito che era morto e vi ho chiamati”.

“Posso chiederle da cosa lo ha dedotto?”,

intervenne Lorusso.

“Non ho mai visto uno vivo con il cranio sfondato…scusi. Non fatemi rientrare lì dentro, per favore”.

Non aveva esagerato, il Guerrini Mario: Diego Fusetti, di anni cinquantadue, residente in via Espinasse al numero 3, aveva il capo deformato da profonde ferite e aveva perso molto sangue. Il magistrato diede l’ordine di effettuare il sopralluogo giudiziario facendo intervenire medico legale e polizia scientifica, quindi si eclissò con la fretta di una folata di vento sulla scia della frase di rito:

“Tenetemi informato”.

Buona parte di quel sabato notte trascorse effettuando gli opportuni rilievi. Il medico legale collocò l’ora della morte intorno alle 22 di quella sera, asserendo che il delitto era avvenuto in loco e che l’arma poteva essere qualcosa di simile a una mazza. La piccola officina era sorprendentemente pulita e ordinata, gli attrezzi scrupolosamente allineati in appositi spazi e il Guerrini si accorse che mancava un pesante martello da fabbro appartenuto a suo padre. Il medico sostenne che l’utensile poteva essere compatibile con le ferite e aggiunse che erano stati inferti almeno sei colpi di particolare violenza. L’attrezzo comunque non si trovò e, cosa piuttosto strana, erano scomparsi anche cellulare e chiavi di casa del defunto, assieme alle quali era solito tenere le chiavi dell’officina, mentre il portafogli con qualche decina di euro era nella tasca posteriore dei pantaloni. Nessun segno di scasso, né alla porta d’ingresso né all’unico armadietto chiuso a chiave, dove venivano conservati i documenti contabili.

Il Vice Commissario e l’Ispettore lasciarono gli uomini della scientifica intorno alle quattro del mattino e Patanè avvistò il Ponte della Ghisolfa che era ancora buio. Entrò  adagio in casa per non svegliare Mariateresa; del resto qualsiasi velleità amorosa si era dissolta nell’olezzo ferrigno del sangue che lordava il pavimento del piccolo ufficio e nella rabbia furibonda che si intuiva in quell’aggressione mortale. Respirò piano l’odore di sua moglie, un vago profumo di rose e di capelli puliti e si avvicinò alla sagoma immobile del suo corpo, raggomitolato su di un fianco, per assorbirne il consolante tepore.

Il lunedì mattina Patané fece rapporto al suo superiore e si recò presso l’appartamento del Fusetti in via Espinasse: due stanze arredate in maniera impersonale, nemmeno troppo pulite, penombra e odore di chiuso, nessuna foto in giro. Nel frigorifero qualche birra, mezzo salamino dall’aspetto poco invitante, un contenitore in plastica trasparente che il Vice Commissario preferì non aprire: appariva come la tana di un uomo solo che non doveva passare molto tempo tra quelle mura. Nella stanza da letto, sopra a un tavolinetto in compensato, i caricabatteria di un pc portatile e di un cellulare di marca Samsung stavano ancora attaccati alla presa di corrente. Dopo il delitto l’assassino aveva sottratto cellulare e chiavi di casa, si era recato in via Espinasse e aveva fatto sparire il pc, fatto che induceva a ritenere che sui due dispositivi vi fossero le evidenze di qualche rapporto tra i due.

La Scientifica riuscì a rilevare un paio di impronte che risultarono identiche nel bagno dell’appartamento di via Espinasse e sulla scrivania dell’ufficio, in officina, ma non si trovò riscontro in alcun database: il colpevole era dunque incensurato. Qualcosa di interessante emerse dai colloqui con un amico, il cui nome era stato fornito dal Guerrini, con il quale il Fusetti trascorreva il venerdì sera giocando a carte al bar in fondo alla via, un locale ampio e vecchiotto con i pavimenti che trasudavano umidità e foto autografate di vecchie glorie del calcio appese alle pareti, frequentato perlopiù da persone anziane che disputavano interminabili tornei di ramino nella sala del biliardo.

“Eh, povero Diego. Brav’uomo, e un meccanico della madonna, uno di quelli che ascoltano qualsiasi motore e lo capiscono al volo. Un tipo solitario, scapolo, figlio unico, i genitori sono morti da una decina d’anni. Purtroppo aveva un brutto vizio…”

Il signor Marchetti Bruno, metalmeccanico in pensione, aveva abbassato la voce, benché il bar a quell’ora del mattino fosse pressoché deserto e si era sporto sul tavolino lisciandosi gli spioventi baffi grigi.

”Gli piaceva giocare alle carte, ma non come facciamo noi che ci giochiamo il giro di amaro: lui amava il poker e le poste pesanti. Diceva che il rischio gli dava dei brividi che neanche una donna…però anche per quelle aveva un debole, soprattutto per le sposate perché non voleva impegnarsi. Comunque, almeno una volta alla settimana andava a giocare a casa di un tale in via Mambretti, vicino alla ex scuola elementare General Cantore che adesso è un rifugio per poveri cristi, così una volta che uno è completamente ripulito si ferma direttamente lì. Lo aveva detto una sera che era in vena di confidenze ridendo amaro, e mi sa che di soldi in quella casa deve averne lasciati parecchi”.

Non ci volle molto a individuare il luogo; avevano ricevuto una segnalazione anonima appena qualche settimana prima e stavano già cercando di raccogliere informazioni. Il proprietario della casa dove “si organizzavano di tanto in tanto partite di poker tra amici” era Jacopo Benci, un quarantenne fiorentino con qualche piccolo precedente penale che si avvaleva della collaborazione di due suoi pari, ex croupier al Casinò di Sanremo ed esperti spiumatori di polli. Niente a che vedere con il giro delle bische milanesi gestite dalla malavita organizzata, semmai tre battitori liberi che avevano trovato il sistema di campare sfruttando le altrui debolezze. Dagli interrogatori emerse che il Fusetti era in rosso di cinquemila euro, tant’è che lo avevano escluso dal tavolo da gioco fino a quando non avesse estinto il debito.

“Mi dava quattrocento euro al mese, di più non poteva: aveva anche chiesto un prestito a una finanziaria, continuava a dire che era questione di giorni. Noi non siamo gente che picchia per riscuotere, magari mettiamo appena un po’ di paura. Che motivo avrei di ammazzare uno che mi deve dei soldi? Ammesso di passarla liscia, significa non prenderli mai più”.

Per quanto non ci fosse da fidarsi del personaggio, il ragionamento non faceva una grinza; esisteva tuttavia la possibilità che uno dei suoi due collaboratori o magari un terzo ignoto, incaricato di  mettere ”appena un po’ di paura” al Fusetti, si fosse lasciato prendere la mano.

“No, Saronni, non mi convince. Comunque gli alibi per l’ora dell’omicidio dei tre spiumatori di polli sono confermati da testimoni; indagheremo sul possibile coinvolgimento di un terzo individuo ma mi pare improbabile: i tre erano prudenti e discreti, sono dei truffatori di basso cabotaggio, non dei criminali incalliti. C’è troppa rabbiosa passione nei colpi inferti al meccanico, il medico legale sostiene che vi sia stato dell’accanimento. Sto aspettando i tabulati del numero di cellulare e verificheremo anche le sue frequentazioni femminili”.

Il mercoledì era arrivata la pioggia: insistente, a tratti torrenziale, un’acqua da monsone tropicale che aveva divelto intere foreste nel nord dell’Italia, mentre a Milano il Seveso e il Lambro ribollivano minacciosi.

“Non può piovere per tutta la vita”, Gabriel Garcia Marquez aveva ragione. Il Vice Commissario Alberto Patané aveva concluso che i suoi cent’anni di solitudine fossero terminati in una notte d’inverno sul Ponte di San Cristoforo, dove si era imbattuto in Mariateresa.

Il diluvio era durato una settimana, poi aveva lasciato il posto a un nebbione che i più anziani (che talvolta esagerano) dicevano di non ricordare così fitto almeno da una trentina d’anni. C’era voluto più del previsto per ottenere i tabulati dell’utenza del Fusetti: pochi numeri ricorrenti; gli ispettori Rovelli e Lorusso stavano interrogando qualche signora con la quale il defunto aveva scambiato telefonate senza scoprire nulla di rilevante, a parte il fatto che l’uomo aveva una vita sentimentale piuttosto movimentata. Dovevano ancora contattare l’ultima, una certa Camilla Bestetti. Il cellulare era spento ma la donna risultava residente nei pressi del Commissariato, in via Capuana: Patané decise che ci sarebbe passato verso sera, prima di rincasare. Era martedì e la nebbia che occultava il bello e il brutto della città dallo scorso venerdì non accennava a diminuire. Stava uscendo con Rovelli per andare a pranzo quando Lorusso li bloccò nel corridoio:

“Camilla Bestetti, quella di via Capuana. C’è qui una collega che dice che manca dal lavoro da lunedì mattina, è cassiera al supermercato di via Trilussa. Non risponde al telefono né al campanello, vive sola ed è una che non sta a casa nemmeno se ha la febbre, figurarsi poi senza avvisare”.

Dieci minuti dopo erano davanti alla porta dell’abitazione della donna. Lo stridulo campanello trillava invano rimbalzando nel silenzio; una giovane donna si affacciò dall’altro uscio sul pianerottolo: aveva gli occhi stanchi di chi non dorme bene da tanto tempo, reggeva un neonato tra le braccia e una bimba di sei o sette anni le stava accanto.

“Camilla? Non la vedo da…boh, una settimana. Però sabato sera doveva avere qualcuno a cena: mio marito era di turno con la Croce Rossa, io cercavo di far dormire il bambino passeggiando per casa e mi è parso di sentire una voce maschile. No, non siamo amiche, solo buone vicine,  è una che sta molto sule sue ma se avesse avuto in mente di assentarsi per qualche giorno mi avrebbe avvisata. Comunque  ho le chiavi del suo appartamento, me le aveva lasciate qualche anno fa, dopo la morte dei genitori”.

Nel tinello la tavola era apparecchiata per due, nei piatti rimaneva qualche residuo di cIbo  ma il lieve tanfo marcescente che si percepiva nelle stanze non dipendeva da quello. Il corpo nudo e pallido di una donna sulla cinquantina dall’aspetto insignificante, le forme prive di particolari attrattive che stavano perdendo la levigatezza giovanile, era compostamente supino sul letto matrimoniale, le braccia levate ai lati della testa, le labbra stirate in una specie di sinistro sorriso. Presentava vistosi lividi sul collo, chiazze scure macchiavano le gambe: il rigor mortis si sarebbe presto arreso alla mollezza definitiva del disfacimento delle membra, segno che doveva essere morta da un paio di giorni. Sopra uno dei comodini, accanto a una piccola sveglia digitale, un vasetto bianco conteneva un’orchidea dai carnosi petali di un insolito colore nero e la lasciva bellezza di quel fiore pareva rimarcare l’impudicizia del corpo, che anche nella morte suggeriva il ricordo di un amplesso. Il Vice Commissario lesse l’etichetta che pendeva dal gambo del fiore: Fredclarkeara After Dark, e si chiese quale fosse il significato della sua presenza, perché era certo che ve ne fosse uno.

Il pomeriggio si era concluso con una riunione con il Commissario Saronni e il dottor De Matteis, presenti anche gli Ispettori Lorusso e Rovelli: partendo dalla conoscenza tra le  vittime, confermata dai tabulati del cellulare dell’uomo, si ragionava su un’eventuale connessione tra le due morti. La donna, il cui decesso per strangolamento era avvenuto tra le due e le quattro di domenica mattina, ovvero due settimane dopo l’uccisione del meccanico, non era cliente dell’officina e non frequentava la casa di via Mambretti. Diversamente dal Fusetti, il quale con un lavoro regolare e ben pagato aveva un conto in banca in rosso di qualche centinaio di euro, possedeva qualche risparmio nonostante un reddito modesto. La collega che aveva denunciato la sua scomparsa aveva raccontato che il sabato, durante l’intervallo, erano andate insieme da un parrucchiere in via Lessona (“sono cinesi e ti prendono senza appuntamento anche il sabato”, aveva ritenuto di spiegare) e Camilla le aveva confidato con un certo sussiego di avere un impegno per cena con un tizio conosciuto al supermercato. Aggiunse di averla vista allontanarsi con un uomo la sera prima,  dopo la chiusura: un tipo anonimo, lungo e secco, non giovane; non le pareva un cliente abituale ma non avrebbe potuto giurarlo.

Quarto Oggiaro rimaneva una periferia ostica, complicata dalla presenza di storiche famiglie malavitose e gruppi emergenti di extra comunitari, più qualche slavo pronto ad accapigliarsi con gli altri due, ma quelle  morti sembravano condurre in tutt’altra direzione, anzi in due direzioni differenti.

“Sì, ma quali, Patané? Trovate quell’uomo, interrogate ancora il Benci e i suoi compari. Tutti a lavorare su questi due morti, che più passano i giorni e più puzzano. Degli altri reati, me ne frego: aspetteranno”.

Il Commissario Saronni aveva tirato una manata a palmo aperto sulla scrivania facendo trasalire in uno scomposto tintinnio l’innocente portapenne. Il magistrato gli aveva rivolto un’occhiata infastidita, poi si era levato con la solita scattante malagrazia:

“Impiegate tutte le risorse che avete ma cerchiamo di venirne a capo in fretta, per piacere: manca solo che qualche poeta della carta stampata tiri in ballo le solite menate a tinte fosche su Quarto Oggiaro”.

Patané se ne stava appoggiato allo schienale della seggiola, a luci spente; il buio lattiginoso premeva fuori dalla finestra dell’ufficio. Ebbe a un tratto la sensazione che la densa bruma si infiltrasse nella stanza, forse anche nei meandri del suo cervello. Teneva le mani poggiate sullo stomaco che borbottava, perché alla fine aveva saltato il pranzo e prese a girare i pollici, prima in un senso e poi nell’altro, ripetendo il gesto che era solito fare suo padre ora che era anziano, quando si sedeva sugli scogli di fronte al mare a Torre Archirafi. Provò una fitta struggente di nostalgia, un’urgenza incrinata dal sospetto che sarebbe arrivato troppo tardi, e subito la scacciò.

Si concentrò sui due delitti, riflettendo sulle diverse modalità che tendevano a escludere che si potesse trattare della medesima mano: brutalmente rabbioso quello del meccanico, più freddamente rappresentativo quello della donna, strangolata dopo una notte di sesso (purtroppo il dna rinvenuto sul suo corpo apparteneva a un soggetto sconosciuto). Non vi erano impronte diverse dalle sue nell’appartamento; la posizione delle braccia e gli impercettibili segni sui polsi, affiorati post mortem, indicavano che era stata legata ma senza particolare costrizione, come se si trattasse di un gioco erotico. Presumendo che la donna si fosse a un certo punto dibattuta (aveva un paio di costole incrinate, l’assassino poteva averla immobilizzata premendole addosso un ginocchio), la spoglia sembrava essere stata ricomposta. E poi quel fiore nero sul comodino, una sorta di appunto indecifrabile.

Accadde allora che nella nebbia che gli ottenebrava  la mente si insinuò un pensiero:dall’esame del pc della Bestetti (la gente dovrebbe smetterla di usare la propria data di nascita come password, aveva sbuffato con evidente delusione l’agente Furlanetto) era emersa la sua iscrizione a una chat di incontri ed era in quel contesto che aveva conosciuto il Fusetti. Il cellulare era sotto carica e acceso, ma benché l’evidenza dei contatti telefonici fra i due risultasse dai tabulati delle rispettive utenze, sul dispositivo della donna non ve ne era traccia. Perché aveva cancellato le chiamate dal registro?

Il giorno successivo, mentre Rovelli e Lorusso interrogavano nuovamente i tre truffatori della casa di via Mambretti, Patanè all’ora di pranzo ricevette dal direttore del supermercato i filmati di venerdì delle telecamere poste sopra le casse e la collega della Bestetti, convocata in Commissariato, riconobbe l’uomo con il quale aveva visto allontanarsi Camilla la sera stessa: ora si trattava di scoprirne il nome.

Una porta sbatté nel corridoio, davanti alla finestra situata al primo piano un mucchio di foglie secche si levò leggero, sospinto da improvvise raffiche di aria fredda: fu da quel preciso istante che l’immobilità dei giorni precedenti cessò, sostituita da una febbrile successione di eventi.

Un’intuizione si affacciò alla mente del Vice Commissario: la Fredclarkeara After Dark era un fiore raro e costoso, non doveva essere di facile reperimento.

“Stampate un po’ di copie della foto dell’uomo ricavata dal filmato delle telecamere del supermercato. Furlanetto, prepara un elenco dei fiorai di tutta Milano, parti da Quarto e allargati e speriamo che quel maledetto fiore non sia stato comprato su internet”.

Ebbero fortuna, perché dopo appena una ventina di visite entrarono  in un negozio di fiori in via Paolo Sarpi e  la gentile e paciosa proprietaria riconobbe nella foto il signore che aveva tanto insistito per avere proprio quel fiore, pagato con una carta di credito. Il giorno dopo, grazie alla solerzia e alla determinazione del magistrato, il gestore della carta di credito fornì le generalità del proprietario: Riccardo Gandini, al quale era stato recentemente assegnato un alloggio popolare in uno dei condomini di via Lopez.

Il vento scompiglia e ricompone, sempre.

 Faceva un freddo cane ma il cielo era  terso, i punti di riferimento consueti nuovamente al loro posto. Dirigendosi verso quell’indirizzo insieme all’Ispettore Lorusso il Vice Commissario masticava da diversi quarti d’ora un’idea che non ne voleva sapere di manifestarsi e allora divagava, distratto da tutt’altro (ma che cosa avrà spinto l’uomo ad assaggiare un uovo, cioè una roba uscita dal sedere di una gallina? Alla base di qualsiasi scoperta c’è sempre una certa audace incoscienza, insomma), ma ecco che all’improvviso quel pensiero si definì:

“Cribbio, la cantina! All’ingresso del palazzo della Bestetti ricordo di aver notato la scala che scende verso le cantine. Sicuramente anche il suo appartamento ne avrà avuta una in dotazione e non l’abbiamo perquisita, che idioti!”

Chiamò Rovelli perché si recasse con un paio di agenti in via Lopez e pochi minuti dopo erano in via Capuana. La vicina di casa della Bestetti confermò che vi era una cantina ed era accanto alla sua. Porta n. 6, ma non ne possedeva la chiave. Scesero al piano seminterrato e Patané chiamò il magistrato:

“Se ritiene che potrebbe esserci qualcosa di interessante entri, Patanè, non la faccia tanto lunga. Grazie per avermi avvisato prima, a sistemare le carte ci penserò io dopo, come sempre. Cerchi solo di non fare troppi danni, sarebbe difficile sostenere la necessità di un’irruzione”.

La solita carta vetrata, ma stavolta smerigliata fine.

Il Vice Commissario Alberto Patané non aveva frequentato sempre e solo persone per bene e non fu quindi difficile forzare la serratura della leggera porta metallica. Il locale angusto e male illuminato non conteneva granché: un tavolino da salotto con una gamba rotta, una piccola credenza in formica verde, qualche scatolone di cartone chiuso con il nastro adesivo. Vecchie suppellettili e libri, ma in quello meno polveroso giacevano due pc, due cellulari, un mazzo di chiavi, un martello da fabbro, un pesante posacenere in vetro sfaccettato e un quaderno a quadretti con la copertina rossa. Stavano rientrando con il materiale sequestrato allorché chiamò Rovelli:

“Patané, abbiamo trovato il Gandini…”

“…bene, portatelo subito in Commissariato”.

“…aspetti: è morto. Si è sparato in bocca con una Glock 17, almeno così sembrerebbe; ho avvisato il magistrato che sta arrivando. E senta questa: in casa c’è una foto a colori che ritrae una ragazza giovane e bruna con dei fiori nei capelli, una hippy con un camicione indiano e una gonna cortissima. Su una coscia ha un tatuaggio che dovremmo cercare di ingrandire, ma mi sembra un’orchidea. Nera. Dietro la foto c’è una scritta: Woodstock, agosto 1969 ”.

Aveva chiesto a Saronni e a De Matteis di concedergli ancora qualche giorno.

“Lorusso, Rovelli, Furlanetto, nel mio ufficio: dobbiamo dare un senso a questo casino”.

Ci vollero quattro giorni e infine si presentarono alla riunione con Saronni e De Matteis  stropicciati dalla scarsità di sonno, da troppi caffè, dai panini indigesti portati dal bar e dalla scoperta di umane miserie che lasciano sempre addosso una sensazione di cupa pesantezza. Il Vice Commissario Alberto Patanè parlò con la voce arrochita dalla stanchezza, cercando di assumere il tono neutrale della voce fuori campo.

Incominciò dall’elenco degli oggetti sequestrati nella cantina di Camilla Bestetti. Lesse poi alcuni passaggi di una sorta di diario che la donna aveva trascritto nel quaderno dalla copertina rossa; si riferivano a Diego Fusetti ma anche a un certo Vladimiro Bertozzi di Rimini, proprietario del pc e del cellulare conservati in cantina  insieme a quelli del meccanico. L’uomo era stato ucciso presso la sua abitazione nella notte tra il 22 e il 23 settembre con diversi colpi sferrati alla nuca con un pesante oggetto di vetro e gli investigatori della Questura di Rimini erano ancora alla ricerca del colpevole. I  controlli incrociati avevano confermato che le impronte di Camilla Bestetti coincidevano con quelle rilevate accanto al meccanico e a casa sua, ma anche a casa del riminese. Inoltre, risultava la prenotazione a suo nome di un viaggio in treno per Rimini la mattina del 22 settembre con ritorno a Milano il giorno successivo. Il posacenere era l’arma del delitto: era stato lavato ma nelle sfaccettature erano rimaste tracce ematiche e il dna era quello di Vladimiro Bertozzi; stesso discorso per il martello con il quale era stato colpito il meccanico.

“Dunque abbiamo una donna sola e introversa, affetta forse da un’instabilità latente, la quale uccide due uomini dai quali è stata respinta, come si deduce dalle mail e dagli sms rintracciati sui pc e sui cellulari trafugati, ed ecco spiegata la rabbia e l’accanimento nei due omicidi. Potrebbe persino farla franca, ma ecco che il destino rimette a posto le cose facendole incontrare Riccardo Gandini (le analisi del dna confermano che è lui l’amante misterioso della notte della sua morte), un individuo che le somiglia più di quanto abbia avuto tempo di comprendere: e qui le possibili spiegazioni le dobbiamo al bravo Furlanetto”.

Le ricerche dell’agente esperto in informatica sulla foto trovata a casa del Gandini avevano condotto a Lorella Gandini, classe 1951, qualche precedente per possesso di droga. Figlia di contadini del magentino, era scappata di casa dopo gli esami di terza media e da allora aveva girato il mondo al seguito di vari gruppi di hippies. Il vagabondaggio era terminato nell’autunno del ’69, quando scoprì di essere incinta. Probabilmente tentò di abortire ma la gravidanza era forse troppo avanzata; fu ricoverata a Niguarda per un’emorragia e il nascituro si salvò. Non avendo buoni rapporti con i genitori né con la sorella maggiore si stabilì allora con la nonna materna in una frazione di Corbetta, nella  vecchia cascina che ereditò alla sua morte, una decina d’anni dopo. Fu lì che nacque il figlio Riccardo, paternità n.n. e probabilmente concepito proprio durante il concerto di Woodstock, il quale infatti porta il cognome materno. Secondo la sorella, la donna seguitò ad assentarsi anche per lunghi periodi, lasciando Riccardo con un’anziana che non era nemmeno più in grado di prendersi cura di se stessa. Scomparsa la nonna, madre e figlio vissero con gli aiuti dell’assistenza sociale e con ciò che Lorella guadagnava prostituendosi in casa; in paese la sua attività era nota e si vociferava su un probabile coinvolgimento del figlio, appena adolescente, nelle sue attività. Lorella Gandini scomparve nel 1988, nel senso che sparì e non se ne seppe più nulla. Il ragazzo, ormai diciottenne, fu assunto come netturbino dall’azienda municipalizzata per la nettezza urbana, presso la quale risultava tuttora dipendente come autista. Una persona poco comunicativa, non legava con nessuno ma era un lavoratore coscienzioso e affidabile.

“Rimase in cascina fino a poco tempo fa, ma essendo l’immobile ormai fatiscente aveva fatto richiesta da diversi anni per l’assegnazione di un alloggio nelle case popolari  e giunse così a Quarto Oggiaro. Ora, intuito il significato dell’orchidea nera e comprendendo come il rapporto malato con la madre possa avere influito sulle sue future interazioni con le donne, mi è parso strano che Camilla Bestetti potesse essere la prima e unica vittima. Da stamattina sono in corso degli scavi nel terreno attorno alla cascina di Corbetta e sono già stati estratti i resti di tre donne. Occorrerà del tempo per identificarli, ma sono certo che una spoglia appartenga alla madre”.

Erano appena le cinque del pomeriggio ma il sole stava già tramontando e dalla finestra dell’ufficio del Commissario Saronni una luce morbidamente polverosa allungava le ombre  di sei uomini, immoti e silenziosi, sulla parete bianca. In alto, nel cielo che si stava oscurando, sopra la palla dorata del sole calante dietro l’orizzonte era comparsa la luna, un puntino fulgido avvolto in un alone paglierino. Il magistrato osservava gli scuri capelli ricci del Patanè, più aggrovigliati del solito (secondo me questo esce dal mare, si da una scrollata  e ha la testa asciutta) e i larghi occhi verdi che talvolta assumevano la fissità ieratica di quelli di un gatto.

“Ricostruzione ineccepibile, Patanè. Abbiamo tutte le risposte e nemmeno un colpevole da processare, visto che è stato il caso a fare giustizia per tutti i delitti che si sono accavallati in questa strana storia”.

“Il caso, sì, dice bene. O il destino, chissà. In ogni caso, siamo arrivati ancora più tardi del solito”.

Fuori, a respirare aria fredda e pazienza se non è troppo pulita. Fuori, a guardare il cielo e levarsi di dosso questa pena greve; come avevi ragione, mamma, quando dicevi che è brutto invecchiare da soli. Ma la verità è che la solitudine incattivisce, a qualsiasi età.

 Aperto l’uscio di casa Patanè fu investito da un profumo antico e familiare di sugo al pomodoro che gli scaldò il cuore, ricordandogli anche che non faceva un pasto decente da diversi giorni. Assaporò con lentezza il cibo e il vino, ascoltò il discorrere rilassato di sua moglie osservandone le gote rosate e le pagliuzze dorate negli occhi castani,  apprese che erano invitati a un matrimonio, quello del Giacometti con la zia Cecilia. Diverse ore dopo, abbracciandola nel buio le mormorò all’orecchio

“Ho bisogno di scendere a Torre Archirafi, dai miei. Parto domani, starò via appena un paio di giorni”.

Lei capì tutto quello che c’era da capire, come sempre, e non ebbe bisogno di alcuna spiegazione. Anche per questo l’amava.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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