Il ladro di biciclette

 Il lunedì mattina si ridesta in preda a un’ansia vaga e confusa che nemmeno la placida presenza di sua moglie, ancora addormentata al suo fianco, ha il potere di dissipare.

Un presentimento, l’istintivo allarme per una sciagura imminente. Il Vice Commissario Alberto Patané tende a non sottovalutare certi sussulti interiori: per quanto imprecisi, il più delle volte trovano presto qualche riscontro nella realtà.

Se non fosse per i colori e per la caducità delle foglie quest’anno l’autunno milanese, giunto con indolente riottosità dopo una stagione estiva tenacemente calda, parrebbe più simile a una primavera. Giornate assolate e fin troppo miti, seppure vistosamente più brevi,  si alternano a periodi di piogge scroscianti, con il cielo percorso da nuvoloni lividi e rumoreggianti come in pieno agosto.

Stamattina invece il Ponte della Ghisolfa fluttua in una foschia bagnata. Visto dalla finestra del soggiorno, sospeso in aria e mormorante del fruscio delle auto che lo percorrono, ha il medesimo fascino inquietante di un racconto di Poe o di Lovecraft e forse non conduce in nessun luogo.

Una strada che non va da nessuna parte, perché non vi è più nessun posto ove si possa andare. Presentimento.

 Sta portando il caffè a Mariateresa, la quale è sveglia ma finge di dormire e lui lo sa, ma va bene così ed è esattamente così che deve iniziare la giornata, con un ultimo aggrovigliarsi nel bozzolo tiepido di una dimensione esclusiva. Squilla il cellulare, un rumore tanto dirompente quanto inopportuno e non è il Commissariato di via Satta: sullo schermo compare il mare di Archirafi, Mamma & Papà, chiamata in arrivo. Presentimento.

“Ma no, Alberto, non è successo niente, è solo che…insomma, sono preoccupata per tuo padre. Non è più lo stesso uomo di prima”.

“Ma che vuol dire, mamma? Certo che non è lo stesso uomo di prima, ha ottant’anni”.

“Ho capito, ma non è solo vecchio. È spesso perso dietro chissà quali pensieri, mi accorgo che mi scruta in silenzio per dei quarti d’ora come se cercasse di capire o di ricordare qualcosa che gli sfugge. Insomma, mi pare un po’ svanito e…non potresti venire qui qualche giorno? Mi piacerebbe riabbracciare anche Mariateresa: non me la ricordo nemmeno più bene, da tant’è che non la vedo. Che poi, alla nostra età, non si può mai sapere”.

“Le giornate si accorciano, figlio mio, e abbiamo voglia di rimanere laggiù dove siamo nati e dove sarà meno difficile morire, vicino al mare”.

Era d’estate quando suo padre, qualche anno prima, per annunciare la decisione di lasciare Milano e tornare al suo paese natale se ne era uscito con queste parole poeticamente allusive e così singolari, per l’uomo schiettamente ruvido che era.  Allora si era accorto, d’improvviso e con ingenua meraviglia, di quanto i suoi genitori fossero diventati vecchi, piccini nel corpo, fragili nell’animo e abbarbicati l’uno all’altra. Aveva compreso la loro esigenza di racchiudersi in un mondo un poco appartato che mantenesse dei riferimenti antichi e certi, e aveva patito la consapevolezza di una perdita sempre più imminente.  Ora non è più un presentimento, ma una tenaglia che stritola il cuore.

“Dai, Alberto, adesso non stare lì ad almanaccare: si parte e si va a vedere, subito. Sono appena le sette del mattino; tu sistema le cose in Commissariato, io disdico i miei appuntamenti della settimana, preparo la valigia e prenoto un volo per il pomeriggio”.

Sua moglie, sempre istintivamente alla ricerca della soluzione più semplice e poco incline alle divagazioni. La guarda con gratitudine sapendo che non ha bisogno di esprimerla, poiché tra le tante cose che gli ha insegnato vi è la sottintesa rassicurazione di un’incondizionata solidarietà.

Nel pomeriggio, durante il breve volo verso Catania (deve essere sempre per solidarietà o addirittura per compassione che Mariateresa ha scelto un volo della moritura Alitalia), concertano un grossolano piano: nei giorni seguenti lui cercherà di passare del tempo da solo con suo padre mentre lei terrà compagnia alla mamma, poiché dal tono della telefonata deve averne davvero bisogno.

Fuori dall’aeroporto di Catania li accoglie un pomeriggio dai toni estivi, ma la calura è smorzata da un venticello fresco che soffia pigramente dal mare. In questo mondo dai colori vividi, dove il contrasto tra luce e ombra è crudo, privo com’è di sfumature, le emozioni possono essere frastornanti e, per quanto effimere, capaci di imprimere nell’animo segni indelebili come profonde scalfitture.

Il Vice Commissario Alberto Patané è nato e cresciuto a Milano, ne ha respirato la disinvolta vivacità insieme ai più grevi miasmi ma in Sicilia, terra meravigliosa e complicata, insistono le sue origini. Il mare è un richiamo atavico, incomprensibile eppure ammaliante come il canto delle sirene (e ci sarà pure un motivo se queste fantastiche creature e l’ingegnosa resilienza di Ulisse gli tornano spesso alla mente). In lui convivono due anime che non si sono mai amalgamate, ognuna caparbiamente gelosa delle proprie peculiarità. Sarà questa sotterranea dicotomia a determinare la sua ricorrente irrequietezza, un nomadismo emozionale in conseguenza del quale nessun luogo è mai stato davvero casa; anche ora solo la presenza di sua moglie può ancorarlo saldamente in un posto, uno qualsiasi.

Ha bisogno di avvicinarsi per gradi, prendendo a poco a poco confidenza con il paesaggio e con gli odori. Decide dunque  di evitare il percorso più veloce in autostrada e con l’auto a noleggio prende dapprima per Giarre. L’Etna gli appare maestosamente minaccioso, proprio come quando lo ammirava da bambino. Tra campi di patate e agrumeti, dentro un sole calante che tinge l’orizzonte di giallo e di arancio, si dirige verso la costa: Riposto e, infine (perché non ha senso tirarla ancora per le lunghe), l’antico borgo marinaro di Torre Archirafi.

Una morbida luce dorata allunga le ombre delle palme, degli ibiscus ancora fioriti e dello spinoso fico d’india che dimorano nel giardino inghiaiato dietro la recinzione bianca fin dai tempi in cui vi abitavano i nonni paterni. Bianca è pure la grande casa, una costruzione squadrata appena ingentilita dai pilastrini a torciglione in cemento  della balaustra, posta sui quattro lati del tetto a terrazza. Il mare è appena al di là della strada, oltre gli scogli: se ne può udire la voce, da sommesso sciacquio a ringhioso boato, a seconda del suo umore e del complicato rapporto con l’astro lunare. Se ne percepisce anche l’aspro profumo, mescolato al sentore balsamico delle erbe aromatiche e delle piante di limone che montano la guardia  nei due vasi panciuti, ai lati della porta d’ingresso.  Lena e Saverio Patané si affacciano simultaneamente alla soglia, le teste egualmente canute, il passo prudente di chi è consapevole di dover prestare attenzione a come posa i piedi: sono due figure minute e sorridenti nell’ultima luce sfavillante di un giorno di ottobre. Una sottile falce di luna brilla alta nel cielo, reclamando il suo momento.

La signora Lena ha apparecchiato la tavola con la tovaglia bianca dei giorni di festa e ha allestito una cena da re: caponata di melanzane, peperoni con mollica, polpette di ricotta, olive fritte, dentice all’acqua pazza e dolcetti alla pasta di mandorle.

“Non ho fatto il primo, alla sera è meglio star leggeri”,

afferma seraficamente seria. Il Vice Commissario si accorge che i due anziani genitori si limitano ad assaggiare tutto, ma ciò che più lo colpisce è la guardinga cortesia con la quale interloquiscono tra di loro. Sembrano tenersi d’occhio reciprocamente e con discrezione; dei fieri battibecchi e  delle rilassate conversazioni che abitualmente animavano il pranzo e la cena non vi è traccia alcuna. Oltre a questa evidente stranezza gli tocca ammettere che rispetto alla sua ultima visita, avvenuta prima dell’estate, si nota un ulteriore decadimento fisico, anche se modesto: più che altro una sorta di rallentamento dei movimenti e delle reazioni.

Ne parla con Mariateresa quando si ritirano in una stanza al piano di sopra, mentre si rigirano sul bitorzoluto materasso di lana a cui non sono abituati.

“È normale, Alberto: io vedo mia madre tre volte alla settimana, eppure mi capita di percepire un piccolo cambiamento da un giorno all’altro. Se le facessi vista ogni tre mesi, i segni dell’inevitabile invecchiamento mi colpirebbero con più forza. A me sembravano…trattenuti, ecco, come se fossero a disagio. Magari la mia presenza, per quanto gradita, li mette anche in imbarazzo: non ci incontravamo dall’anno scorso, dopotutto”.

Non è convinto, ma lascia perdere.

Il giorno dopo, nella luce sontuosa del mattino che accende di bagliori cristallini le minuscole gocce di rugiada, suo padre gli mostra l’orto allestito sul retro del giardino. Gli spiega che chi nasce contadino, come lui, non dimentica mai gesti e regole appresi dai vecchi. Decidono di uscire per una passeggiata in riva al mare; nel frattempo le due donne andranno in paese a fare la spesa.

Camminano per un poco in silenzio, a piedi nudi, l’orlo dei calzoni rimboccato sui polpacci. Respirano l’aria salmastra e ascoltano il bisbigliare gentile delle onde che lambiscono lente l’arenile, mentre stormi di gabbiani stridono sopra le loro teste.

Il padre accenna un muto saluto a un uomo anziano che li incrocia; è affiancato da un bambino, il quale s’affanna a spingere a mano una biciclettina rossa sulla sabbia umida.

“Alberto, ma te lo ricordi ancora il fatto del furto della bicicletta? Stavi al Commissariato di Viale Monza e la bici rubata era del nipotino del Commissario, quello con quel nome strano, si chiamava…Tuttoattaccato, una cosa così”.

“Eccome se me lo ricordo. Successe nel ’99, ero ancora Ispettore e il Commissario si chiamava Davinci. Quando si presentava teneva a precisare “Davinci, tutto attaccato”, così nei corridoi del Commissariato gli avevano affibbiato quel soprannome che ricordi. Brava persona, ormai è in pensione e ogni tanto ci sentiamo”.

In quel Commissariato era uno degli Ispettori più giovani; un giorno il Commissario lo aveva convocato nel suo ufficio:

“Senti, Patané, ho bisogno di un favore; lo chiedo a te perché mi sembri discreto e forse anche sveglio. Hanno rubato la bicicletta a mio nipote che ha dodici anni. Suo padre ha voluto a tutti i costi sporgere denuncia; è un avvocato ed è un emerito rompicoglioni, cittadino onesto che paga le tasse e quindi, hai capito il genere. Perciò ti prego di non fare commenti e di farti un giro per il quartiere. Questa è la foto della bicicletta, mio nipote l’aveva lasciata fuori dal Coin in Piazzale Loreto incatenata a un palo della luce insieme a quelle di due amichetti. Hanno rubato solo la sua: era la più bella e gliel’avevano comprata appena il giorno prima. Ti ho già detto di non fare commenti; trovala e avrai la mia eterna gratitudine. Ah, senza fare troppa pubblicità alla cosa”.

Se ne sarebbe ben guardato, d’altronde: correva il rischio di essere preso in giro fino al giorno della pensione.

Aveva perlustrato il quartiere per qualche giorno; i colleghi lo sogguardavano con un misto di sospetto e di invidia per l’incarico che lo stava impegnando e che, a quanto pareva e chissà per quali ragioni, il Commissario aveva deciso di affidare solo a lui. Piazzale Loreto e strade limitrofe, viale Monza e traverse, via Padova e traverse: fortuna che era primavera, il tempo clemente e il clima ideale, ma come si faceva a ritrovare a Milano una bicicletta da ragazzo di marca Atala, telaio rosso e sellino bianco e blu?

Poteva sperare solo in un colpo di fortuna: come quello in cui si imbatté una mattina, sbirciando svogliato nella corte di una casa di ringhiera in via Padova, di fronte al Parco Trotter. La bicicletta rossa poggiava su di un rudimentale supporto; un uomo, seduto sopra una cassetta  capovolta, si apprestava a riverniciarla. L’allora Ispettore Alberto Patané aveva avuto un attimo di esitazione (che faccio, gli intimo “fermo, Polizia!” e gli sequestro il pennello, sventolandogli il tesserino sotto il naso?), poi aveva optato per un approccio morbido.

“Buongiorno, sono l’Ispettore Alberto Patané del Commissariato di viale Monza e avrei da porle qualche domanda su questa bicicletta. Potrebbe mostrarmi lo scontrino fiscale dell’acquisto, dato che è chiaramente nuova?”

L’uomo si era alzato di scatto, con la prontezza impaurita di un animale abituato a essere braccato. Quando aveva visto il tesserino si era incurvato coprendosi il volto con le mani grandi dal dorso screpolato, le spalle strette, quasi si aspettasse delle percosse. Si era presto acquietato e gli aveva rivolto uno sguardo affranto del quale lo aveva colpito la cupa rassegnazione.

“Mio figlio domani compie undici anni. Voleva tanto una bicicletta, è bravo a scuola e gliel’avevo promessa, ma noi non abbiamo soldi nemmeno per mangiare. Mia moglie fa le pulizie a casa di qualche vecchia signora, io sono muratore ma non sempre trovo lavoro”.

Net era arrivato cinque anni prima dall’Albania con la famiglia; abitavano in un angusto abbaino di quel caseggiato. L’Ispettore Alberto Patané aveva pensato all’avvocato che sosteneva di pagare le tasse e abitava in una bella casa a due passi da Piazzale Loreto e a suo figlio, al quale avrebbe potuto tranquillamente comprare un’altra bicicletta. Poi aveva preso una decisione.

“Senta, facciamo così”.

Lo aveva accompagnato da Rossignoli, in Corso Garibaldi, dove aveva scelto una bella bici che  aveva pagato di tasca sua; poi aveva telefonato a un amico di famiglia che possedeva un’impresa edile e gli aveva presentato Net. Non avrebbe saputo spiegare perché, ma era sicuro che non se ne sarebbe pentito.

Era rientrato in Commissariato portandosi appresso l’espressione di incredula contentezza di uno sconosciuto e la bici rossa che aveva tenuto nel baule dell’auto.

“Non ho idea di chi l’abbia rubata. L’ho trovata e basta”.

Fu quella la prima volta in cui un suo illuminato superiore comprese che era meglio lasciarlo fare a modo suo, senza fare troppe domande.

Si sono seduti su di uno scoglio piatto. Ora l’acqua è una tavola liscia e luccicante; una piccola imbarcazione è ferma al largo: qualcuno sta pescando.

“Ancora oggi, Net non manca di mandarmi gli auguri a Natale. Da qualche anno gestisce una panetteria in via Padova, in società con l’impresario edile al quale lo avevo presentato; nel frattempo suo figlio si è diplomato all’ITIS, fa l’idraulico in proprio e ha un sacco di lavoro. Mi scrive sempre gli auguri sul retro di una foto della bici, un po’ scassata ma conservata come una reliquia in una stanza dell’appartamento dove si trasferirono quando abbandonarono il misero abbaino”.

“È una bella storia, Alberto. Hai continuato così?”

“Così come, papà?”

“A cercare la giustizia, come ti abbiamo sempre insegnato”.

“Ho sempre fatto in questo modo. Almeno, tutte le volte che ho potuto”.

“Tu dovresti prima di tutto far rispettare la legge, però”,

precisa il signor Saverio, l’espressione apertamente maliziosa.

“Quale legge?”

Suo padre annuisce, sembra soddisfatto. Poi riprende a parlare in tono più sommesso, il volto rivolto al mare, quasi si vergognasse delle sue stesse parole, o ne avesse timore:

“Sono preoccupato per la mamma, Alberto. È diventata lenta a fare tutto, si dimentica le cose, a volte tiro in ballo persone e fatti del nostro passato e mi guarda stranita, come se non sapesse di cosa sto parlando”.

“Non è più lo stesso uomo di prima”. Non la morte, una certezza alla quale chi resta sa di poter sopravvivere; nemmeno la malattia, un’eventualità contemplata e che si è disposti ad affrontare: ciò che atterrisce è l’impietosa evanescenza della mente quando smarrisce i ricordi di una vita comune. Non essere riconosciuti da chi si è amato e si ama deve essere la più inconsolabile delle solitudini. Forse un giorno succederà, ma certamente non ora.

La barchetta sta tornando verso riva, il motore ronfa soddisfatto come un vecchio gatto catarroso che fa le fusa vicino alla stufa. La marea notturna ha depositato sulla rena attorno allo scoglio piccole conchiglie e sassolini colorati che ora brillano a sole e il Vice Commissario Alberto Patané ascolta il fruscio allegro dei nodi che si sciolgono, uno dopo l’altro, nel centro dello stomaco.

“Papà, state invecchiando tutti e due. Vi capita di essere stanchi già dal mattino, di essere meno efficienti e dimenticare le cose. Tutto nella norma, nessuno dei due sta svanendo. Tornate a parlarvi e punzecchiarvi come avete sempre fatto, a confrontarvi sulle cose che succedono: è così che non vi perderete”.

È una giornata talmente bella che Mariateresa e la signora Lena hanno deciso che si pranzerà in giardino, sul vecchio tavolo di ferro ombreggiato dalle palme. Scorgono i rispettivi mariti attraversare la strada e dirigersi verso casa: uno alto, la camminata disarticolata, la massa compatta dei capelli ricci che la brezza smuove appena senza scompigliare, un braccio attorno alle spalle dell’altro, più piccolo di qualche spanna e impegnato a darsi un contegno in quell’abbraccio confortante che un poco lo imbarazza. Sorridono, il medesimo sorriso cauto intriso della complicità di un segreto condiviso.

“E pensare che una volta era un uomo grande e forte come Alberto”,

mormora la signora Lena.

“Ma guardali, sembrano due fidanzati!”

esclama Mariateresa. Leggendo negli obliqui occhi verdi del marito  un’inusuale pace, comprende al volo che qualunque cosa si siano detti padre e figlio è servita a fugare i timori che li hanno condotti in tutta fretta ad Archirafi.

“Ci stiamo facendo vecchi, Lena mia, ma tu resti una gran cuoca. Anche se non hai ancora imparato a fare il caffè”,

afferma scherzoso il signor Saverio alla fine del pranzo e la moglie gli rifila una pacca affettuosa sulla testa.

Tutto si ricompone spontaneamente secondo un disegno familiare e caro; chi non essendo divenuto genitore è rimasto pervicacemente figlio, deve saggiamente scegliere di confinare in un recesso dell’animo la dolorosa consapevolezza della provvisorietà di quella trama.

Per ora va tutto bene; eterei cirri riccioluti si spostano placidi nel cielo azzurro frammentandosi e riaggregandosi con noncurante grazia, il sole riesce ancora a scaldare le membra. Il Ponte della Ghisolfa può aspettare, appeso fuori dalla finestra del soggiorno negli sbuffi di vapore generati dal frusciante passaggio delle auto, mentre la pioggia continua a scrosciare su Milano. Si trattengono per altri due giorni respirando a pieni polmoni un’armonia perfetta e irripetibile: tra pochi o molti anni saranno grati al ricordo di quei momenti.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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