Il tempo ritrovato

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“Oh Capitano, mio Capitano!”

Che splendido, commovente istrione, quel Robin Willliams. Che finale toccante, un gesto poetico, eroico, contro le convenzioni, la  lungimirante ribellione dei sognatori con l’animo che ha imparato a volare ed i piedi provvisoriamente posati sulla terra.

Milano si lasciava avvolgere dall’abbraccio di una mite notte di ottobre, una di quelle nelle quali le nebbie autunnali paiono ancora tanto improbabili e persiste la voglia di stare fuori casa a respirare la città.

Marilena Cattaneo uscì dal Cinema Manzoni, dove aveva assistito alla proiezione del film “L’attimo fuggente”, con l’animo in subbuglio ed il sangue che circolava un po’ troppo velocemente: perché aveva preso una decisione ed ora si sentiva sospinta da un’irragionevole impazienza.

Erano passati dieci anni da quell’estate del ‘79 in cui, aggirandosi nella metropoli  accaldata e momentaneamente solitaria, aveva incontrato l’uomo che l’aveva cambiata per sempre. Allora era stata spaventata da un’intensità emotiva e da un’irrequietezza che le erano sconosciute e che credeva non le appartenessero, in seguito si era resa conto di non poterne più fare a meno.

Trascorsa una settimana da quando aveva piantato Etienne a Ventimiglia nel cuore della notte, si era scrollata di dosso il magone e aveva cercato di riannodare il filo spezzato della sua vita. Era stata costretta a togliere tutte le sue foto dal tabellone in camera da letto perché non sopportava più di vedere l’essenza di Etienne, che aveva saputo afferrare in maniera così esatta e che ora vibrava in quelle immagini a rammentarle che l’aveva perduta – no, non l’aveva proprio “perduta”: piuttosto, aveva preferito rinunciare.

Non le fu possibile riprendere da dove si era interrotta, semplicemente perché lei non era più la stessa.  Decise di iscriversi ad una scuola serale di fotografia per migliorare la tecnica e cercò di dare corpo alla sua inquietudine attraverso la ricerca di inquadrature che le consentissero di esprimerla. Con l’aiuto di un docente del corso partecipò ad alcune esposizioni di un certo livello ed incominciò a farsi notare. Nell’81, poco prima di Natale, lo stesso docente le offrì il suo aiuto (forse non del tutto disinteressato, ma Marilena non ci fece caso e lui, che era un uomo intelligente, seppe  stare al suo posto) per proporsi sul mercato come fotografa free-lance. La introdusse negli ambienti giusti e Marilena incominciò a ricevere varie proposte di incarico che la costrinsero a rivedere i suoi programmi.

Si risolse allora ad ignorare i timori  legati all’abbandono di un reddito modesto ma sicuro, per una professione appassionante però di esito incerto e diede le dimissioni dalla ditta dove disegnava bigiotteria da quando aveva vent’anni. Presa dall’ansia di non arrivare alla fine del mese, all’inizio accettò qualunque  lavoro. Continuò a percorrere Milano per conto suo fotografando la gente: le piaceva osservare le persone affaccendate nel loro quotidiano, incuriosita da ciò che può rivelare il linguaggio del corpo e cercava di cogliere e fissare luci e ombre che scorrono dietro gli sguardi. Ne uscivano dei ritratti insoliti, dinamici ed espressivi.

La sua grande occasione si presentò nell’82, quando Danilo Gardella (un reporter indipendente genovese matto come un cavallo, che conosceva gente ovunque) le propose di accompagnarlo in Afghanistan dove avrebbe realizzato un servizio per conto di una prestigiosa pubblicazione mensile. Rimasero un mese intero a Kabul e stabilirono la loro base nell’albergo che ospitava la maggior parte degli inviati della stampa di tutto il mondo occidentale. Trascorsero giorni caratterizzati da momenti di assoluta frenesia non esente da pericoli concreti, alternati a lunghe ore di attesa condivise con altri colleghi, con i quali si stabilivano quei rapporti di completa intimità resi possibili solo da una forzata promiscuità e da circostanze talmente eccezionali da suggerire che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo – è sempre così, in fondo, ma ce ne rendiamo conto solo in situazioni anomale. Per Marilena fu un’esperienza fondamentale e pose le basi per un rapporto di collaborazione con Gardella che la condusse successivamente in giro per il mondo, in luoghi remoti e turbolenti.

Nell’86 lasciò il piccolo appartamento in via Canonica e si trasferì all’Isola, in via Pastrengo, in un appartamento in una bella casa con la facciata in stile liberty proprio di fronte al Teatro Verdi. Di quel quartiere aveva amato subito l’atmosfera placida e un poco appartata, le vie strette con le case di ringhiera ed i piccoli bar che erano ancora posti dove la gente andava per incontrarsi e trascorrere del tempo insieme. In quella che avrebbe dovuto essere la camera per gli ospiti Marilena aveva allestito un’efficiente ed attrezzata camera oscura, perché intendeva continuare a sviluppare da sé i suoi lavori; nella stanza dove dormiva c’era sempre il vecchio tabellone dove esponeva le foto che trovava più intriganti.

I ritratti di Etienne erano riposti in una scatola da scarpe chiusa con lo spago, che aveva funzionato da ingenuo deterrente per molti anni ma quella sera, rientrando dal cinema, si sedette sul parquet del salotto, recise lo spago, sparpagliò le istantanee sul pavimento e lasciò che il ricordo di Etienne la circondasse.

Marilena rifletté sul fatto che infine aveva imboccato la strada che lui le aveva indicato: aveva imparato a viaggiare leggera; vincendo la sua timidezza  e le sue paure aveva lasciato emergere i colori vividi che lentamente si erano sostituiti alle mezze tinte. A quell’epoca non aveva voluto condizionare la scelta di un cambiamento tanto radicale alla storia con Etienne, ma aveva elaborato a poco a poco e a modo suo quello che lui le aveva più volte ripetuto:

“Tu possiedi un talento, Marilena. Non sprecarlo, assecondalo, lascia che ti porti da qualche parte, anche se sarà lontano da qui”.

Ed ora che ce l’aveva fatta e quando si guardava allo specchio scorgeva nel suo sguardo la costante curiosità e la febbrile impazienza che avevano cancellato per sempre dal suo volto l’antica aria un poco scialba da brava ragazza, le sarebbe piaciuto farglielo sapere. C’era tuttavia un altro pensiero al quale non permetteva di emergere e manifestarsi compiutamente: voleva vederlo perché ora era pronta, e doveva verificare se esisteva una seconda possibilità.  Dopo di lui non aveva mai più cercato una relazione stabile, aveva dedicato tutte le sue energie ad un mestiere che amava e che le consentiva di vivere le situazioni stimolanti di cui sentiva l’esigenza. Con la vita che faceva, le era anche capitato di condividere dei momenti gradevoli con alcune persone, senza tuttavia nessuna intenzione di approfondirne la conoscenza.

Il giorno successivo chiamò Gardella e gli chiese se poteva fare qualche telefonata per scoprire se Etienne Malreux abitasse ancora nel Luberon.

“…fammi capire: vuoi andare a cercare un tizio con il quale hai avuto una storia dieci anni fa?? Uno che hai mollato in un albergo di notte con un “je regrette” scritto col rossetto sullo specchio del bagno?”

“…”

(ma perché gli ho raccontato ‘sta storia?)

“…tu sei matta. Comunque, ti farò sapere”.

Un paio di giorni dopo il reporter le confermò che Etienne viveva ancora nel villaggio del Luberon del quale lei aveva l’indirizzo ed aggiunse l‘ulteriore e preziosa informazione che in quel momento non era fuori sede per lavoro.

Un sole lattiginoso traspariva attraverso una foschia molle quando Marilena lasciò Milano e si diresse verso la Liguria. Volendo sottolineare il valore simbolico di quel viaggio, decise che avrebbe dormito a Ventimiglia, possibilmente nello stesso piccolo albergo di allora, vicino alla stazione. Arrivò nel primo pomeriggio e trovò un sole tiepido e compiacente; l’albergo che ricordava tanto bene c’era ancora e a parte la facciata ridipinta di recente le pareva immutato, aveva solo cambiato gestione. Chiese espressamente la camera di allora, la n. 18: una volta entrata, andò nel bagno e guardò lo specchio sopra il lavandino, come se si aspettasse di trovare traccia di quella scritta con il rossetto.  Quando si coricò si sentì assalire dall’ansia ed ebbe la percezione netta dell’avventatezza del suo gesto e insieme dell’ineludibile necessità di portarlo a compimento. Alla fine, piombò in un sonno pesante e privo di sogni.

Il mattino dopo, contemplando il cielo azzurro dove il vento strapazzava innocue nuvolette bianche, puntò verso la Costa Azzurra e proseguì verso l’interno, in Provenza. Con l’animo alleggerito dalla visione della ruvida armonia del paesaggio, poco prima di mezzogiorno raggiunse il borgo di Bonnieux.  Etienne abitava appena fuori dal paese: un breve viale alberato conduceva sull’aia di un vecchio casale in pietra color ocra pallida con le persiane azzurre, circondato su tre lati da vigneti che in quel periodo dell’anno esibivano una stupefacente gamma di gialli e  di rossi. Marilena fermò l’auto alla fine del viale, mosse qualche passo verso la casa e respirò a fondo. Ebbe un momento di panico, fu tentata di girare l’auto per tornarsene da dove era venuta, provò di nuovo la nota sensazione di sopraffazione

(“questa bellezza, queste tinte violente, questo silenzio, forse tutto questo è di nuovo troppo per me”)

e si girò di scatto, giusto in tempo per vedere l’uomo con il cane che stava imboccando il viale.

Fu il cane ad accorgersi per primo della sua presenza: era un bestione nero e muscoloso con una piccola macchia bianca sul petto possente, la testa piatta innestata su un collo taurino e sormontata da piccole orecchie a punta, occhi marrone chiaro attenti e sospettosi. Si avvicinava emettendo un brontolio profondo.

“Tais-toi, Benjamin!”

e quella specie di demonio si zittì all’istante.

Etienne legò il cane ad un corto guinzaglio e puntò dritto nella sua direzione, l’andatura sciolta e leggermente scoordinata che ricordava tanto bene.  Le fu di fronte e lei percepì una certa tensione nel suo corpo mentre si scostava dalla fronte il ciuffo con il gesto aggraziato che dieci anni prima l’aveva subito catturata. Notò qualche filo bianco nella folta capigliatura bruna e le piccole rughe sottili intorno agli occhi e ai lati della bocca che conferivano intensità alla bellezza delicata del suo viso. Sentì una leggera vertigine e una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco.

“E così, Marilena. Che ti ha portato fin qui?”

(“…ero in vacanza in Provenza e ad un tratto mi sono ricordata che abitavi qui”

– ridicolo –

“ho pensato che fosse il momento di darti una spiegazione…”

– penoso –

“Tu.”

Lui restò in silenzio, aspettando un seguito che non venne. Nell’immaginazione di Marilena si compose la scena di loro due che si fronteggiavano fermi sull’aia, le braccia lungo i fianchi e gli sguardi incerti, un grosso cane nero che li osservava vigile ed interrogativo, e ne intese l’assurdità.

Etienne la prese delicatamente per un braccio e la sospinse verso casa,

“Sei rimasta una donna di poche parole. Vieni, entriamo”.

La fece accomodare in un’ampia cucina arredata in stile rustico e dominata da un imponente camino, dove la luce entrava a fiotti da una finestra priva di tende. Non le chiese se aveva fame: mise in tavola pane, salame, formaggio e vino e mangiarono e bevvero in silenzio, scrutandosi di sottecchi. Il cane dormiva vicino al camino. Fu davanti ad una tazza di pessimo caffè annacquato che incominciarono a parlare: Marilena gli raccontò del suo nuovo appartamento milanese e della sua carriera di fotografa, di ciò che aveva visto dentro l’obiettivo e che l’aveva profondamente cambiata e di come fosse stato lui l’artefice di quel mutamento.  Lui le parlò dei vigneti che aveva acquistato e del progetto di produrre vini di qualità, che condivideva con un gruppo di giovani viticoltori. Scriveva ancora per la rivista di viaggi e turismo parigina ma stava riducendo quell’impegno in favore di questo programma, che rappresentava il suo futuro.

Dalla finestra entrava una luce radente e dorata e la stanza cominciava ad essere avvolta da una penombra ovattata, e certe parole poterono finalmente affiorare più agevolmente.

“Vivi qui da solo, Etienne?”

“Sì. Sono solo, a parte Benjamin. Non ho più incontrato nessuna che mi facesse desiderare di condividere qualcosa di più di un letto e di qualche occasionale momento. Tu?…”

“Ho investito tutto sulla mia personale e non condivisibile rivoluzione, non ho avuto spazio né tempo per altro. E forse aveva ragione mia nonna, che sosteneva che la persona giusta si incontra una sola volta nella vita. Solo che non basta incontrarla, occorre anche che sia il momento giusto e per me non lo era, ma non ho dubbi che quella persona fossi tu”.

Si guardarono di nuovo in silenzio, Etienne ora si era sciolto e non vi era traccia dell’iniziale ritrosia. Si alzarono contemporaneamente dalle sedie come ubbidendo ad un comando.

Capita che il corpo possieda una sorta di memoria storica che riesce ad orientarsi anche dopo molti anni e dopo molte metamorfosi, facendo ritrovare gesti e familiarità e annullando all’istante qualsiasi distanza.

Seguirono giorni di lunghe camminate e di pacate riflessioni, di urgenze voraci e di interrogativi espressi e risolti. Marilena fece amicizia con il corso Benjamin, che infine la accettò; dopo una settimana dovette decidersi a rientrare a Milano, dove la attendevano degli impegni di lavoro.

Partì di primo mattino e si abbracciarono sull’aia, infreddoliti da un’umidità densa che faceva risplendere sotto i raggi di un pallido sole le ultime foglie rossastre sulle viti.

Tornò qualche settimana dopo e fu per restare.

Negli anni che seguirono Marilena ed Etienne non rimpiansero mai il tempo perduto, sapevano di essere due persone diverse da allora, i cui destini si erano dapprima sfiorati e poi ricongiunti e vissero con la consapevolezza di avere avuto una seconda possibilità.

Perché capita – raramente, ma capita – che l’audacia di un gesto da sognatore sconsiderato conduca dritti ad un lieto fine.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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