La cattiva strada

Le ragioni per le quali a un certo punto della vita capiti di imboccare una cattiva strada non sono mai così chiare.

E se non vi fossero ragioni, se fosse lei, la cattiva strada, a venire a cercarci e prenderci per mano? In fondo, questo ci sgraverebbe del peso di molte responsabilità.

Il mio Aldo non è mica cattivo, è solo un po’ così”,

soleva ripetere la signora Teresa. A beneficio di chi manifestava perplessità, anche solo mediante una silente alzata di sopracciglio, su cosa significasse “un po’ così” chiosava:

“È solo che non ha ancora trovato la sua strada, ecco”.

Per essere precisi, sin dalla più tenera età l’Aldo aveva palesato una singolare destrezza nello scansare decisamente qualsiasi fatica, privilegiando lo spensierato girovagare per il quartiere alla ricerca di sfide e di regole da infrangere con imprudente sfacciataggine, trovando non di rado dei guai.

“È intelligente ma non si applica. È svagato e risponde con insolenza ai rimproveri, pretendendo di dimostrare l’inutilità di ciò che dovrebbe studiare”,

dicevano gli insegnanti delle scuole medie, tant’è che dopo la licenza, conseguita con un anno di ritardo, suo padre lo prese per un orecchio e lo mandò a bottega da un amico che aveva una piccola autofficina.

La famiglia Perotti abitava a San Siro, non nella zona nobile delle villette celate da piccoli giardini e dei palazzi signorili, ma in quella più antica e popolare dei bassi casamenti anonimi con gli angusti cortili in cemento, interrotti da qualche asfittica aiuola. Civico n. 15 di via Osoppo, strada certamente destinata all’oblio dei più se nel 1958 non fosse stata teatro della rapina al furgone portavalori della Banca Popolare di Milano. Era frattanto trascorso un lustro, ma il fatto era ancora oggetto di commenti e di una certa ammirazione per la spettacolarità dell’assalto e per l’abilità dei ladri. Coloro che più esplicitamente manifestavano una sorta di riconoscimento della grande professionalità dei malviventi, i quali si appropriarono del bottino senza sparare un solo colpo, trascuravano tuttavia  il rilevante dettaglio della loro rapida cattura.

La decisione, peraltro non sua, di imparare il mestiere di meccanico segnò in qualche modo il destino del giovane Aldo: l’officina si trovava nelle vicinanze dello stadio di San Siro e tale circostanza lo condusse al Baretto. Dalle vetrine del caffè si vedeva la sagoma circolare del Meazza ed era il ritrovo prediletto delle due opposte tifoserie milanesi, con leggera prevalenza di quella nerazzurra. In virtù di qualche arcana magia la commistione delle due fazioni non produceva veri e propri scontri: come per un tacito accordo ci si fermava al feroce sberleffo, quasi quel luogo rappresentasse una zona di decantazione.

Seguitò a passare sovente dal Baretto anche negli anni successivi, dopo avere mollato l’autofficina dell’amico paterno per alternare lunghi periodi di inattività a brevi intervalli operosi: sempre in qualche officina, poiché sapeva fare solo il meccanico.  L’Aldo non era particolarmente interessato alle vicende calcistiche, ma era incuriosito dalle previsioni sui risultati e dalle relative scommesse, limitate tuttavia a pochi spiccioli.

Al ragazzo piacevano molto le auto ma avrebbe voluto guidarle, anziché imbrattarsi per ripararle: amava la guida veloce e spericolata e pensava che avrebbe potuto diventare collaudatore di auto sportive, altro che fare il meccanico e girare con le unghie orlate di una mezzaluna nera che nemmeno lo spazzolino di ferro riusciva a grattare via. In sostanza era ancora alla ricerca di un modo per guadagnarsi il pane, meglio se con una bella fetta di companatico, faticando poco e magari divertendosi. Siccome da cosa nasce cosa, quando il Tonino, uno dei conoscenti del Baretto, un quarantenne che nessuno sapeva bene cosa facesse per campare, gli propose delle scommesse un poco più serie ne fu subito incuriosito.

Scoprì che avrebbe potuto guadagnare dall’azzardo senza nemmeno impegnare dei soldi: l’oggetto della scommessa sarebbe stato lui, alla guida di un’auto truccata che gli avrebbero piazzato sotto il sedere per il breve tempo di una corsa su un tratto della Paullese, nei pressi di San Donato. Naturalmente nottetempo, per evitare traffico e polizia. Non ebbe neppure un tempo canonico di esitazione e accettò senza indugio quella che gli parve la sua grande occasione.

Nelle orecchie il rombo smarmittato del motore spinto oltre il massimo dei giri, la strada inghiottita dall’improbabile bolide artefatto, le lontane luci di San Donato che filavano ai lati con un’unica coda baluginante da stella cometa. Le tempie pulsavano, strette nell’imbottitura del casco, il cuore rotolava rimbombando all’altezza dell’esofago. Intuiva la sagoma oscura della Morte appollaiata su ogni metro di asfalto, un’immagine moltiplicata: allora pensava “non mi prenderai, maledetta, non stanotte, non qui”.

 Appena qualche mese dopo, una sera il Tonino gli disse brusco che il gioco era finito: troppo  rischioso, una soffiata lo aveva messo in guardia. Se ne era però uscito con una proposta:

“Andrò a Roma  per sbrigare alcuni affari. Vieni con me, posso presentarti una persona che ha parecchie conoscenze  a Cinecittà: al volante sei bravo, sei giovane e fisicamente ben messo: potresti fare la controfigura nelle scene d’azione”.

L’Aldo aveva da poco compiuto ventun anni e sentì che quella era, finalmente, la strada giusta.

Era una bella mattina di primavera e la Lancia Fulvia 1600 bianca scivolava morbidamente sull’asfalto dell’Autosole. Una berlina da commendatore, ma allorché il Tonino gli aveva chiesto di fargli da autista l’Aldo aveva accettato volentieri. Ancora non aveva capito dove avrebbe soggiornato; quando aveva fatto un timido accenno alla questione quello aveva sogghignato e gli aveva scodellato una risposta sibillina:

“Dipende da te, Aldo”.

Benché fosse abituato al traffico di Milano, la baraonda delle vie di Roma lo frastornò e si sentì contemporaneamente intimidito dalla decadente grandiosità della capitale, tanto che cedette volentieri il posto di guida al Tonino. L’amico si districò abilmente da quel casino e puntò verso i Parioli: quelli alti, quelli delle sontuose strade alberate, degli incomprensibili sensi unici e delle ville novecentesche parzialmente celate alla vista dalla curata vegetazione dei parchi.  Si fermò dinanzi a un’alta cancellata in ferro che terminava con una serie di punte acuminate di altezze sfalsate. Suonò un campanello posto su uno dei pilastri di pietra e dopo pochi istanti i battenti si aprirono con un lieve cigolio. Percorsero il lungo viale d’accesso e pareva di attraversare un bosco che aveva perduto qualsiasi impronta selvatica per disporsi ordinatamente, piante ad alto fusto alternate a bassi alberi in piena fioritura. Il viale terminava sbucando su di un vasto giardino, delimitato da aiuole fiorite e con una piccola fontana esagonale al centro, sul quale si affacciava la villa. Era una costruzione squadrata che si sviluppava su tre piani, i muri tinteggiati in color ocra con inserti in travertino. L’austerità dell’edificio era alleggerita dagli infissi bianchi, dai decori in gesso a motivi floreali sopra le finestre e dalle ringhiere in ferro dei balconi, sulle quali si attorcigliavano gracili tralci di vite dalle foglie in rame lucente.

Li accolse un maggiordomo irrigidito nell’impeccabile livrea nera con i guanti bianchi, il quale li introdusse cerimoniosamente in un ampio salone quasi spoglio: solo quadri alle pareti, un paio di piccole scrivanie a rullo in noce chiaro e poltroncine in pelle color nocciola disposte attorno a un basso tavolino tondo. La sobrietà dell’arredamento sembrava voler lasciare visibilità al monumentale scalone in marmo che conduceva ai piani superiori descrivendo una larga curva, con la ringhiera in ferro battuto e il corrimano nello stesso noce chiaro degli scrittoi. Da quella scala fece il suo regale ingresso una signora alta e magrissima: scendeva con lenta determinazione, come per lasciare agli ospiti il tempo di godersi la scena. I capelli scuri e lisci pettinati all’indietro sfioravano le spalle e scoprivano il volto triangolare, dominato dagli alti zigomi che parevano tendere la pelle rosata e dagli occhi dalle iridi del colore dell’ebano, nelle quali affogavano indistinguibili le pupille, il che rendeva il suo sguardo penetrante e vuoto al tempo stesso. Fasciata in un completo Chanel bianco e nero con la gonna al ginocchio, ai piedi le décolleté in vernice nera dal tacco alto e sottile, un filo di perle a girocollo e un unico anello all’anulare destro, uno smeraldo ottagonale da un paio di carati incorniciato da una fila di brillanti, quella donna parve all’Aldo come la quintessenza dell’eleganza e dello stile.

La signora Zoe li raggiunse e si concesse all’abbraccio rispettoso del Tonino, con il quale doveva avere una certa confidenza. Girò lo sguardo enigmaticamente nero sul giovane che gli stava accanto, visibilmente impacciato: alto e muscoloso, con una figura aitante destinata a diventare con gli anni corpulenta. Il viso maschio era di una bellezza grossolana, con quella bocca larga dalle labbra carnose e la fossetta pronunciata sul mento squadrato; il naso un poco largo e camuso, gli occhi di un marrone chiaro e cangiante, i capelli biondo scuro lunghi sul collo e il ciuffo che cadeva disordinato sulla fronte alta. L’Aldo notò che l’affascinante signora era più matura di quanto gli fosse sembrata poco prima, probabilmente era più vicina ai cinquant’anni che ai quaranta. Se fosse stato un osservatore un poco più attento, si sarebbe pure accorto della crosta inequivocabilmente plebea che affiorava sulla sua artificiosa rigidità come fanno le macchie di umidità sui muri, capaci di trapelare da qualsiasi intonaco.

Si sentì dapprima osservato, poi soppesato e infine valutato al pari di una qualsiasi mercanzia. Poiché era un poco grezzo e di certo indolente ma tutt’altro che stupido, comprese al volo il significato delle parole del Tonino: “Dipende da te, Aldo”, dunque prese all’istante una decisione.

L’Aldo si stabilì alla villa, frequentata quotidianamente da diversi ragazzi e ragazze più o meno della sua età e accomunati da ciò che si usa definire “bella presenza”. Si conoscevano tutti, ma non sembravano particolarmente affiatati né interessati a divenire più intimi: condividevano semplicemente dei momenti di relax. Durante l’estate prendevano il sole sulle sdraio attorno alla piscina a forma di fagiolo, posta sul retro della villa o giocavano a tennis nel campo che occupava una porzione del parco. La signora Zoe non si mischiava a quella gioventù, limitandosi a dei brevi conciliaboli che avvenivano sempre nel suo studio al secondo piano. Per la sua algida riservatezza era oggetto di curiosità e chiacchiere da parte dei giovani ospiti: si diceva che fosse nata in un villaggio della costa greca e che fosse di origini assai umili, un tempo sposata con un armatore miliardario dal quale aveva poi divorziato e che la villa romana fosse stata il regalo di nozze dell’uomo. Si mormorava anche che avesse tenuto in pugno l’ex marito con la minaccia di rendere note le prove di certi suoi traffici opachi e che seguitasse a vendere caro il suo silenzio.

Non appena fu ammesso in quel singolare mondo esclusivo, nonché nella camera da letto della sua benefattrice, l’Aldo fu innanzitutto rivestito da capo a piedi e la signora gli consigliò di imparare a comportarsi e a parlare dagli altri ragazzi. Grazie alle sue numerose conoscenze gli procurò delle piccole parti come controfigura a Cinecittà, ma non era poi così divertente ripetere all’infinito una scena dove lui era quello che cadeva da un balcone o si buttava da una moto in corsa e la paga non era nemmeno un granché. Gli venne allora l’ambizione di fare l’attore e pensò che ne avrebbe parlato alla signora Zoe, senza mai decidersi a farlo.

Sebbene si ritenesse sveglio, gli ci volle tutta l’estate e gran parte dell’autunno per comprendere infine il ruolo di tutta quella bella gioventù in villa. Avvenne che nel pomeriggio di un mite inizio di dicembre, tornando da Cinecittà, trovò la donna che beveva in compagnia di una signora nella veranda al primo piano che affacciava sulla piscina: era una donnetta di una certa età, grassoccia e troppo profumata, vestita con eleganza e abbondantemente ingioiellata ma irrimediabilmente bruttina, con un’aria da vecchia zia un poco noiosa. La signora Zoe la presentò e poi lo prese da parte con una scusa:

“Tra poco la accompagnerai a casa con la Mercedes e resterai a sua disposizione per la serata e, se lo vorrà, per la notte. Mi sono spiegata?”

“O cribbio”, pensò l’Aldo o forse non era proprio “cribbio” ma il senso era più o meno quello. Si era spiegata fin troppo bene ed egli protestò con rabbiosa veemenza. Allora la donna lo inchiodò con quello sguardo di pece ribollente e sibilò:

“Cerco di spiegarmi meglio: da oggi la porta della mia camera per te è chiusa; domani ti trasferirai in una stanza all’indirizzo che ti indicherò. È ora che incominci a guadagnarti da vivere e il lavoro te lo procurerò io, visto che fare la controfigura non ti diverte. Verrai qui per rilassarti, mantenerti in forma nella palestra del seminterrato e per prendere le consegne, come fanno tutti gli altri”.

Con queste parole, sottolineate da uno spazientito gesto della mano, lo liquidò e tutto fu chiaro, e irrimediabilmente disgustoso.

L’Aldo si rese conto che nemmeno quella era la sua strada: la mattina dopo, abbandonata la villa ai Parioli e la signora Zoe senza una parola di commiato, prese un treno per Milano portando con sé solo quello che indossava e i magri guadagni della sua esperienza cinematografica. Lasciò il sogno infranto della recitazione, quella vera, a impolverarsi sulla pensilina della stazione Termini: non era tipo da rimpianti.

I coniugi Perotti, ormai rassegnati ai repentini cambi di direzione che il figlio imprimeva con pericolosa noncuranza alla propria vita, lo accolsero nel modesto appartamento in via Osoppo con scarso entusiasmo e già preparati a una sua prossima partenza. L’Aldo trascorse l’inverno in letargo, senza alcuna voglia di lavorare (il che non rappresentava certo una novità) e senza alcun progetto, per quanto strampalato e velleitario potesse essere. Poi tornò la primavera, l’aria da fredda e puzzolente di smog si fece tiepida e persino timidamente profumata, le ragazze uscirono dai cappotti come farfalle dal bozzolo e il ticchettio allegro dei tacchi sui marciapiedi invogliava a seguirle, ovunque stessero andando.

Il ragazzo si trovò a ripensare con nostalgia al lusso assaporato nella villa ai Parioli. Nel periodo della sua permanenza si era convinto che fosse quella la vita che voleva: begli abiti, feste, bella gente, innocue trasgressioni. Se almeno avesse potuto scegliersi le “clienti”, probabilmente sarebbe rimasto. Forse avrebbe dovuto insistere con il cinema, andare tutti i giorni a Cinecittà e cercare di introdursi nell’ambiente, magari facendosi amica qualche attricetta. Sarebbe però stata una faccenda faticosa, noiosa e con probabilità di successo aleatorie: L’Aldo era decisamente più bravo a tergiversare, nell’attesa dell’occasione giusta.

Come quella che si presentò quando il Tonino lo venne a cercare al Baretto. Era da un pezzo che l’uomo non si vedeva in giro, ma d’altronde il ragazzo non era così ansioso di incontrarlo. Dapprima quello non gli nascose il disappunto per il modo in cui aveva mollato la signora Zoe, ma tra le righe del suo sproloquio si capiva che in fondo se lo aspettava e che non gliene importava granché.

“Senti, certi amici di Marsiglia stanno preparando un colpo a Milano, una cosa grossa. Servono un paio di ragazzi svelti al volante per la fuga e uno potresti essere tu. Se tutto va come deve andare, la torta avrà fette belle grosse per tutti. Ci stai?”

A volte è la cattiva strada che viene a stanarti, ti prende per mano e ti porta via. Quello che non si capisce abbastanza in fretta è che potrebbe trattarsi di una strada senza ritorno.

Nelle riunioni che seguirono in un appartamento in via Dolci si definirono i dettagli del piano, audace e basato sulla sorpresa e sulla rapidità: una spaccata a una nota gioielleria in via Montenapoleone, in pieno giorno. Quattro auto avrebbero bloccato il traffico, ne sarebbero scesi cinque uomini; due avrebbero fracassato le vetrine a colpi di mitra arraffando poi tutto quel che c’era e gli atri tre sarebbero entrati nel negozio per svuotarlo velocemente. Due vetture sarebbero state utilizzate per fuggire, due sarebbero state abbandonate in strada per rallentare l’arrivo della polizia. Tutto era calcolato al minuto, non erano ammessi rallentamenti, per nessuna ragione.

Era il 15 aprile del 1964, a Milano aveva aperto i battenti l’annuale Fiera Campionaria e quel pomeriggio via Montenapoleone era animata dal consueto passeggio aristocraticamente flemmatico di milanesi, pacificamente mescolati ai numerosi forestieri. “Una stradina di razza che vien su trasandata come una principessa. Bisogna saperla lunga, per capire questa strada”, ebbe modo di raccontare una magnifica Franca Valeri esprimendone mirabilmente lo spirito.

Alle quattro e mezza di quel tiepido pomeriggio primaverile, davanti alla storica gioielleria due Alfa Romeo Giulia si posizionarono per traverso con una repentina sterzata, bloccando la circolazione nei due sensi di marcia, mentre le altre due impedivano l’accesso da via Verri e da via Sant’Andrea. Nello sconcerto e nella confusione dei presenti, cinque uomini armati di mitra balzarono dalle auto come da programma.

Le mani spasmodicamente strette al volante, la gola secca. Il cuore bussava nel petto come se volesse cercare una via d’uscita, paura ed eccitazione si mescolavano e si confondevano. La Morte quel giorno non scorreva veloce a lato, era lì, ferma. Aspettava.

Lo sguardo dell’Aldo perlustrava affannosamente ogni angolo della sua visuale. I passanti, dopo un primo attimo di attonita immobilità, sciamarono dentro le botteghe o si allontanarono correndo.

Scorse allora la ragazza uscire da un portone poco prima della gioielleria. Alta e flessuosa, i lunghi capelli biondi vaporosi, freschi di parrucchiere; sotto una corta giacchetta azzurra indossava un abitino in tessuto leggero che scopriva buona parte delle gambe snelle. Camminava con una compostezza aggraziata, a testa alta, lo sguardo fermo e distante, ma più che altezzosa appariva trasognata e incantevole,  come pervasa di un’intima felicità. L’Aldo fissava sbigottito quell’incongrua presenza che sembrava irreale. Poi vide il Tonino puntare il mitra verso la vetrina.

Tutto si svolse con un ritmo frenetico: egli si lanciò fuori dalla Giulia, corse e si scaraventò addosso alla ragazza che passava in quel momento davanti alle vetrine della gioielleria, proprio mentre partiva la prima sventagliata di mitra. L’operazione proseguì secondo il programma e uno dei banditi dovette improvvisarsi autista, quando fuggirono con due Giulia lasciando le altre due in mezzo alla strada.

Quando tutto fu finito e la gente pian piano ricomparve su quel tratto di via Montenapoleone, la ragazza si liberò del peso soffocante del corpo del giovane che le aveva salvato la vita, prendendosi la raffica di proiettili al posto suo. Nella confusione e nel panico di quei momenti, nessuno si era accorto che Aldo Perotti si trovava al volante di una delle vetture dei banditi. Tutti pensarono che si trattasse di un coraggioso passante: così per uno strano scherzo del destino, sulla cattiva strada egli trovò una morte da eroe.

“Io l’ho sempre detto che il mio Aldo non era cattivo”,

ripeteva la signora Teresa tirando su con il naso, durante la tumulazione al Cimitero Maggiore. La modesta bara venne calata nella terra bruna; una bella ragazza bionda se ne stava impacciata ed estranea in un angolo, un gran mazzo di fiori allegramente colorati tra le braccia.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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