La cena della 5D

“Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione – se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione.”  (Il Signor G, “Un’idea”, da “Dialogo tra un impegnato e un non so”).

Ho disertato i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno, la Milano rutilante e scollacciata, il cenone, i balli, le trombette, gli auguri e gli abbracci agli sconosciuti e mi sono tappata in casa in compagnia di una buona bottiglia di vino e dei fantasmi dei racconti di Edgar Allan Poe, con i Pink Floyd sullo sfondo ad alimentare il mio consapevole, deliberato straniamento. Ho obbedito ad un innato spirito di contraddizione, alla necessità di rimarcare la distanza e la difformità da molti “altri”, al fastidio nei confronti di certe forzate consuetudini.

E l’anno nuovo non poteva incominciare peggio: i notiziari di oggi, 1° gennaio 2003, annunciano la scomparsa di Giorgio Gaberščik, morto a 63 anni dopo una lunga malattia.

Lo rivedo arruffato e gesticolante  sul palco del Piccolo, nel corso dello spettacolo “Anche per oggi non si vola”. Era il 1974 e nonostante tutto noi volavamo, e forse fu  proprio in questo che sbagliammo: volavamo troppo in alto e qualcuno è caduto rovinosamente, altri invece si sono bruciati le ali. Ma noi, almeno ci abbiamo creduto e provato, e per un poco siamo persino riusciti ad aprire le ali e a sollevarci in un timido, splendido accenno di volo. Poi, qualcosa non ha funzionato e non saprei dire se era dentro o fuori dai nostri cuori.

“No”.

“…dai, Sandra, perché no? Sono passati quasi ventisei anni dal diploma, sarebbe carino ritrovarci una sera a cena e raccontarci…”

“Laura: non sarebbe carino. Sarebbe deprimente e noioso, proprio perché sono passati quasi ventisei anni. Grazie, non mi interessa”.

“Ho già detto a tutte che ci sarai anche tu, sei famosa, ti rivedrebbero volentieri. Ho prenotato alla trattoria Bagutta, dove cenammo per festeggiare il diploma…ah, sai che non guido di sera, dovresti passare a prendermi”.

“Puoi prendere un taxi. Non sono famosa, ho solo scritto qualche romanzo. Tutte chi??”

“La Fabiani, la Giovannelli, la Cassani, la Viganò, la Lainati, la Gori, la Galli, la Mori e la Piazzi, la Langeri, la Colombo,  la Corso, la Raimondi….”

“bene, divertitevi”.

“…allora venerdì prossimo alle 8 a casa mia, ciao”.

“….”

Laura Lustri è stata la mia compagna di banco per tutti i cinque anni di Liceo Linguistico alla Manzoni, sezione D. Dopo il nostro diploma nel ’77, si chiuse il ciclo storico della sede di Palazzo Dugnani, all’interno dei Giardini Pubblici di Porta Venezia, perché dall’anno successivo la Manzoni si trasferì in via Rubattino. Laura è l’unica con la quale io abbia mantenuto i contatti e da quindici anni è anche la mia editrice, perciò il nostro legame si è fatto ancora più stretto: è stata lei ad incoraggiarmi a scrivere e successivamente a rischiare pubblicandomi. Spesso cerca di convincermi a partecipare a qualche evento promozionale, ma io sono una specie di orso umorale che ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi, anche se mi sforzo di accettare certe situazioni di cui capisco l’utilità.

Ma la Réunion della 5D, come la chiama lei, poteva risparmiarmela.

…è venerdì 10 gennaio, pioviggina e fa un freddo cane  e mi sto maledicendo per non essermi sottratta a ciò che si prospetta come un’inutile, imbarazzante serata.

La Creperia Vecchia Brera, proprio sotto casa mia in via Dell’Orso, ammicca invitante con le luci morbide e colorate delle belle lampade liberty, e la tentazione di entrare e farmi inghiottire da quel tepore accogliente è molto forte. Ma so che Laura ha una vita faticosa e impegnativa e nemmeno troppo felice, perché ha sposato un cretino con il quale ha fatto una figlia cretina, e ogni tanto ha bisogno di innocenti evasioni. Lei non lo dice mai ma io lo capisco e mi presto, anche quando non ne ho voglia.

Non ci metto molto ad arrivare a casa sua in via Della Moscova e lei è già davanti al portone che mi aspetta, elegantissima nel cappottino nero; mi accorgo che ha il viso tirato dei suoi momenti peggiori e allora la abbraccio senza dire niente. Siamo leggermente in ritardo ed è colpa mia, che inconsciamente ho cercato fino all’ultimo una via di fuga.

L’atmosfera da circolo culturale dei primi del Novecento che caratterizza la Trattoria Bagutta continua ad avere un certo fascino, non ci vengo da anni ma tutto è come me lo ricordavo. La 5D ha già preso posto al lungo tavolo in fondo alla sala e avvicinandomi rivedo per un attimo con chiarezza lancinante la stessa scena, ventisei anni fa: un gruppo di diciannovenni chiassose che festeggiano la fine del liceo e della loro adolescenza, con la commovente e truffaldina certezza di avere tempo, energia e passione ed infinite possibilità davanti a sé.

Stasera ci siamo salutate con esagerato entusiasmo. Scrutandoci con occhio critico, abbiamo cercato sotto la patina più o meno spessa del tempo (su alcune di noi più spessa che su altre) la compagna di liceo che avevamo lasciato appena ieri – perché ripensandoci, per quante cose possano essere successe, ventisei anni fa ora ci sembra ieri.

Ci scambiamo notizie condite di complimenti del tutto fuori luogo e tra una portata e l’altra si incrociano discorsi superficiali, come se nessuna di noi avesse davvero voglia di andare oltre e di sapere davvero. Osservo il gruppetto di quelle che ai tempi del liceo erano rampolle della buona borghesia milanese e che hanno presto abbandonato le temerarie aspirazioni giovanili per seguire il percorso tracciato dalle rispettive famiglie, ereditandone fortune, attività e professioni.  Scopro che c’è qualche sorpresa: Valeria Viganò, figlia di un imprenditore del settore metalmeccanico che è diventata ispettore di polizia; Barbara Colombo, figlia di banchieri, che fa la ricercatrice universitaria, Didi Langeri, il cui padre è proprietario di una cartiera, che insegna lettere al Carducci. A parte l’ispettore Viganò e la sottoscritta sono tutte sposate, con uno o più figli, e hanno l’aria serena e compiaciuta di chi ha accantonato qualsiasi eventuale dubbio sulle proprie scelte. Alcune continuano ad essere figure indistinte sullo sfondo, esattamente come allora.

Ed è inconfutabile che ognuna di noi stasera sia impegnata ad esprimere ed esibire quella che ritiene essere la parte migliore di sé, lo si può notare anche da una certa ricercatezza nell’abbigliamento e nel trucco. Fa eccezione Claudia Fabiani: la sua famiglia era di estrazione sociale modesta, ai tempi del liceo era molto impegnata politicamente e insieme a Laura Lainati, che ora lavora nella segreteria dei DS, militava con Avanguardia Operaia. Claudia era una ragazzona vitale e genuina, ora è sciatta e sovrappeso e ha sostituito l’espressione beffarda e provocatoria con la durezza rancorosa di chi, a furia di camminare in direzione ostinata e contraria, ha dapprima mancato e poi smarrito tutti gli obiettivi. Parla pochissimo e mi sembra a disagio.

Nel tentativo di ristabilire un contatto perduto, qualcuna ha avviato la sequenza dei “vi ricordate?” e riaffiorano nomi, volti ed aneddoti ai quali non pensavo da molto tempo. Siamo appena al risotto e già la conversazione langue: sarebbe molto più facile se fossimo estranei che si incontrano in treno, perché non dovremmo render conto della distanza che ci separa da ciò che eravamo ventisei anni fa.

In qualche modo arriviamo al caffè, ci congediamo con la promessa tacitamente disonesta che ci rivedremo presto ed usciamo dal locale che è quasi mezzanotte. Ha smesso di piovere e mentre il gruppo si disperde in direzioni diverse io, Simona, Laura e Didi rimaniamo ferme con le mani affondate nelle tasche dei cappotti.

Come ubbidendo ad un tacito accordo, ci incamminiamo su via Bagutta, verso via Sant’Andrea. Negli anni della Manzoni eravamo molto unite, ci siamo frequentate saltuariamente durante gli anni dell’Università e poi ci siamo pian piano perse di vista.

“Sandra, ma ti ricordi la vacanza a Santorini?”

Guardo Didi e mi scappa da ridere, perché me la ricordo perfettamente.

Eravamo in quarta e volevamo fare le ragazze emancipate, così in luglio mollammo a casa i morosi di allora e partimmo in autostop per la Grecia. Arrivammo dopo due giorni, esauste e già pentite, e finì che ci aggregammo ad un gruppo di zie milanesi che aveva affittato una casa intera sull’isola sbagliata, perché avrebbero dovuto andare a Mykonos. In quella bizzarra compagnia ci divertimmo moltissimo, ma tornando a casa non raccontammo mai la verità: ci limitammo a dire, in modo volutamente evasivo, che era stata una vacanza “molto istruttiva”.

“Ma voi avete capito che fa la Fabiani per campare?”

“Non ne ha fatto cenno, Lella, ma temo niente di buono. Ricordate che dopo il diploma era partita per Cuba? Qualcuno mi ha detto che poi si trasferì in Nicaragua e rimase un paio d’anni in un campo di addestramento sandinista. Tornò a Milano negli anni ’90 e mi è capitato di incontrarla al Plastic o all’Hollywood: entrava, si fermava una mezz’ora, parlottava con qualcuno, se ne andava. Non so perché, ma non ho mai tentato di avvicinarla”.

Simona e Didi obiettano che scrivo troppi gialli e mi auguro che abbiano ragione. Tuttavia, non mi è sfuggita l’espressione attenta con la quale la scrutava l’ispettore Viganò.

“Laura, tu sei l’unica del nostro gruppo che che ha sposato il ragazzo che frequentava in quegli anni. Fu l’anno dopo il diploma, giusto?”

Laura si rivolge a Simona, ma è come se parlasse a sé stessa:

“Già, e mia figlia arrivò dieci anni dopo.  Il problema è che lui è rimasto incastrato in quegli anni e io mi ritrovo a vivere con due adolescenti senza riuscire a comunicare né con l’uno né con l’altra. Se Sandra dopo il diploma non si fosse presa l’anno sabbatico a New York, probabilmente sarebbe riuscita a convincermi a  non sposarlo”.

“Sai che non ho mai capito  cosa fossi andata a cercare a New York?”

“Non so nemmeno se cercassi qualcosa, Didi. Nel ’77 il terrorismo, la lotta armata ed i racconti di mio padre che viaggiava per lavoro nei Paesi del blocco sovietico stavano scardinando le mie ingenue certezze. Non sapevo dove mettermi e decisi di passare l’estate a New York, ospite di quell’americano svitato che avevo conosciuto al Circolo degli Anarchici Scaldasole. Trovai lavoro in una libreria e riuscii a prolungare il visto fino all’anno successivo”.

Michael era intelligentissimo e matto come un cavallo, la madre era morta quando lui era bambino e il padre, che era un affermato operatore di Wall Street, pur di non averlo tra i piedi lo manteneva in un appartamento nel Lower East Side di Manhattan.

“Eravamo a due passi dal CBGB, ve lo immaginate? Ho visto suonare Patti Smith con la sua band, David Byrne con i Talking Heads, quello squinternato  di Joey Ramones e i Television. Era un posto orribile, una specie di scantinato con le tubature che correvano a vista lungo il soffitto, puzzolente e male illuminato, ma i veri alternativi erano tutti lì. Quando tornai a Milano ero più confusa di prima, così presi tempo e mi iscrissi a filosofia, ma questa parte della storia la conoscete”.

“Ma tu e Michael…”

“No, Simona, Michael era gay. Troppo bello per essere vero, come gli ripetevo spesso. Pensa che ci sentiamo ancora, ora lui è sposato con un canadese”.

 “Sapete, io ho deciso di insegnare perché volevo trasmettere ai ragazzi la cultura come indispensabile chiave di lettura del passato: mi sto accorgendo che forse a loro non interessa, sono a malapena interessati al momento presente.  Ma voi vi ricordate i discorsi che facevamo allora? Passavamo pomeriggi interi a ragionare sugli scritti di Lenin sull’esperienza della Comune di Parigi o sul Capitale di Marx, sul possibile ruolo del PCI di Berlinguer nella politica italiana e sull’imprescindibile necessità di uguaglianza sociale. Com’è che abbiamo mollato tutto, quando ci siamo lasciate inghiottire dal sistema che volevamo cambiare?”

Nessuna di noi ha una risposta per le domande di Didi – o forse ognuna di noi ha la propria, ma non ci tiene ad esternarla – e continuiamo a camminare nel freddo di una notte milanese di gennaio, con il fiato che si condensa in leggere nuvolette biancastre.

Simona si ferma all’improvviso e restiamo a guardarla a disagio mentre dice, con un tono di voce insolitamente amaro:

“Abbiamo peccato di presunzione, ecco cosa abbiamo fatto. Giocavamo a fare la rivoluzione senza nemmeno sapere cosa fosse, e se lo avessimo saputo l’esito probabile non ci sarebbe nemmeno piaciuto”.

“E’ quello che intendevo quando dicevo che i racconti di mio padre a proposito della vita nei Paesi dell’Est mi misero in crisi. Comunque la nostra generazione ha fallito: era il momento giusto, potevamo progettare un’alternativa, invece ci siamo trincerati dietro la questione morale e abbiamo lasciato che andassero avanti gli altri”.

“E forse sarebbe il caso di smetterla di dire ai sedicenni di oggi che noi almeno  ci abbiamo provato, perché provarci non basta. Questo è un comodo alibi che non regge più”,

rincara Didi.

Continuiamo a camminare in silenzio e lo sfarzo degli addobbi natalizi in via Montenapoleone sembra farsi beffe delle nostre riflessioni. Mi ritrovo a pensare che davvero eravamo nel posto giusto nel momento giusto e abbiamo perso un’occasione. Ci sentivamo parte di una collettività in movimento e ne eravamo fiere, eravamo così ansiose di lasciare una traccia nella storia e invece ad un certo punto abbiamo preferito ripiegarci in una dimensione personale e non più condivisibile.

Ad un tratto abbiamo freddo, ci prendiamo a braccetto tutte e quattro occupando per intero il marciapiede. Che importa, è tutto nostro, a quest’ora di notte: i giovani sono rintanati nei locali a consumare i loro riti, i vecchi son chiusi in casa a consumarsi.

Noi, che non siamo più giovani ma nemmeno vecchie e però forse neanche adulte continuiamo, ancora e nonostante tutto, a non sapere dove metterci e perciò a rimanere sulla strada, alla ricerca di qualcosa che nemmeno sappiamo se abbiamo perduto o mai trovato.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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