La triste parabola della web tax

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Negli ultimi giorni il dibattito politico è tornato ad occuparsi di rete e di risorse.
Purtroppo la combinazione di questi due temi non era quella che aspettiamo da tempo. Ossia “come reperire risorse per rilanciare la rete in Italia“. Ma si è cercato di “reperire risorse finanziarie andando a cercarle nelle realtà che operano in rete“.

Una piccola premessa è doverosa per capire il problema.
Lo sviluppo del business in rete ha portato molte società a reimpostare il proprio modello di business e ha permesso ad alcune di loro di conseguire profitti enormi. Questi profitti, però, sfuggono quasi totalmente alla imposizione fiscale. Infatti, essendo l’azienda “in rete”, è ovunque in qualsiasi momento. Di conseguenza, dovendo scegliere dove eleggere un domicilio in cui pagare quanto dovuto, sceglierà sempre il posto più vantaggioso.
Questo indipendentemente dal fatto che i prodotti o i servizi siano venduti in un punto del mondo o in un altro.
Queste aziende ad alta intensità di rete e con grandi profitti, operano soprattutto nei settori del commercio elettronico, della pubblicità e dei servizi per la rete. Giusto per fare qualche nome potremmo pensare a Amazon, a Google, a Facebook. Aziende che vendono prodotti, quindi, che affittano spazi pubblicitari e che vendono informazioni.

Nella perenne ricerca di attività economiche da sottoporre a imposizione, si è pensato bene di andare a colpire questo tipo di aziende.
Sono redditizie, sono in espansione, fanno grandi profitti. Quindi sono un obiettivo ghiotto e non impopolare.
Inoltre tassare i colossi del business in rete potrebbe anche avere una piccola ricaduta positiva sul riequilibrio concorrenziale a favore dei piccoli operatori locali. Pensiamo a una libreria tradizionale. Ha una struttura di costi (personale, affitti, magazzino) che non è neanche lontanamente paragonabile con la Amazon dei libri (anche se ormai l’azienda di Bezos commercia in tutto, non solo nei libri).
Per questo il parlamentare Fanucci (seguito da Boccia) ha proposto di imporre alle aziende che operano in Italia, di aprire una partita IVA italiana, per essere tassate direttamente per gli affari che svolgono in Italia. In prima analisi è una impostazione valida.

Ma ormai il mondo è cambiato. Internet esiste davvero e non si può più ragionare solo in termini nazionali. Addirittura la dimensione europea sembra troppo limitata.
Infatti il primo problema (difficilmente superabile) che è emerso è stato quello relativo alle norme comunitarie sulla libera circolazione dei beni e dei servizi. E questa norma si è infranta immediatamente con i principi che ne sono alla base.
Inoltre inasprendo la tassazione nel nostro paese si otterrebbe una fuga degli investitori. Giusto per fare un esempio concreto: se il centro che Amazon ha aperto nel piacentino, potrebbe essere convenientemente spostato di qualche centinaio di chilometri (in Francia o in Germania) e servire da lì il mercato italiano.

La misura era approssimativa ed è stata di fatto ritirata, ma il problema resta. Le imprese di internet hanno imparato presto le peggiori pratiche elusive. Pratiche legali, per carità. Ma che le portano di fatto a sfruttare i vantaggi offerti da paradisi fiscali e leglislazioni che incentivano la mancanza di trasparenza.
Un passo avanti in questo campo può essere fatto solo se si tiene alta la pressione internazionale per la abolizione dei paradisi fiscali. E l’ipotesi è molto meno fantascientifica di quello che i fallimenti degli ultimi decenni ci portano a credere.

Quando ero bambino, d’estate andavo spesso a pescare con i miei cuginetti nella golena del Po. C’era anche un mio cugino un po’ più piccolo e un po’ più scemo di me. Quando vedeva un pesce sotto il pelo dell’acqua, non resisteva. Lo voleva prendere a tutti i costi. Prendeva un bastone e cercava di colpirlo, forse assecondando un qualche atavico istinto. Noi gli dicevamo “Cosa stai facendo? Lo sappiamo che lo vuoi prendere, ma così li fai scappare via tutti!“. Noi bambini lo guardavamo con un misto di divertimento per la sua azione infantile e di fastidio per aver fatto scappare tutti i pesci.
Oggi cerco di essere benevolo e di guardare questa iniziativa con lo stesso sguardo.
Ma ci servono strumenti molto diversi.

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Simone Magnani

Laurea in Economia. Esperienza pluriennale in marketing di prodotti ICT e in soluzioni finanziarie. Nato a Milano, vive a Roma. Corre a piedi. Scrive articoli, racconti e pezzi umoristici. Quasi tutti in prima persona singolare.

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