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L’America, la razza e molto altro: perchè “Il Buio Oltre la Siepe” è ancora attuale

Harper Lee

In un video presente in rete, si vede un’anziana signora sorridente ed emozionata, con un corto caschetto di capelli bianchi che sembra una corona, ritirare l’ennesima onorificenza presso un’università americana: in questa ripresa centinaia di studenti, nell’applaudirla, sventolano un libro intitolato: “To Kill a Mockingbird”.

Lei è Harper Lee (1926 -2016) e quello sventolato è il libro delle Letture Inclinate di oggi: Il buio oltre la siepe, edito nel 1960 per la prima volta (noi abbiamo letto l’edizione di Feltrinelli, con traduzione di Vincenzo Mantovani, pag 344, Euro 10).

E’ un libro straordinario, che continua a essere acquistato da generazioni di studenti, tanto da aver superato i 40 milioni di copie vendute; fu premiato col Pulitzer nel 1961 e l’anno seguente venne girato il famosissimo film con Gregory Peck nei panni di Atticus Finch.

Buio oltre la siepe

Lo scrittore Allan Gurganus, in occasione della sua morte, ha dichiarato che Harper Lee

“ha insegnato all’America cosa pensare a proposito di razza”

e purtroppo la questione è ancora aperta: questo romanzo continua ad essere una lettura necessaria per tutti coloro che vogliono capire la società americana degli anni Trenta, il perché poi qualcosa successe, vent’anni dopo, con i movimenti contro la segregazione razziale che partirono dal Sud degli Stati Uniti; e anche il perché, ancora oggi, ci sono tensioni razziali che riemergono.

Il racconto è ambientato a Maycomb, una contea del Sud dell’Alabama e l’io narrante è Jean Louise Finch, detta Scout, figlia di otto anni di Atticus Finch, avvocato, membro di una fra le famiglie più in vista della contea.

Vediamo di calarci in questi posti, siamo negli anni della Grande Depressione:

“Maycomb era una città vecchia, ma era vecchia e stanca quando la conobbi io… Allora faceva più caldo, chissà perché: un cane nero soffriva in un giorno d’estate; i muli ossuti attaccati alle mezze automobili rimaste senza benzina e usate come barrocci cercavano di scacciare le mosche all’ombra soffocante delle querce della piazza”

E inoltre:

“Nel Sud dell’Alabama non esistono stagioni chiaramente definite; l’estate sfuma nell’autunno, e a volte l’autunno non viene seguito dall’inverno ma si trasforma in una primavera di pochi giorni che stempera in una nuova estate”

Ai due figli di Atticus, Jem e Scout, si unisce Dill, diminutivo di Charles Baker Harris, che “seduto, non era molto più alto dei cavoli” e che Jem apostrofa dicendogli “il tuo nome è più lungo di te”; questo personaggio è certamente ispirato a Truman Capote, fragile e di bassa statura, che è stato conterraneo e amico di Harper Lee e il cui nome era Truman Streckfus Persons (prima di assumere il nome del padre adottivo)*.

C’è Calpurnia, la tata nera, detta Cal, vera padrona di casa, visto che Atticus è rimasto vedovo: quando “era furiosa la sua grammatica diventava imprevedibile”; ci sono le varie famiglie confinanti, c’è il misterioso Boo Radley, figlio del proprietario di Radley Place, di cui si narravano strane storie di pazzia (forse perché quella famiglia “non andava in chiesa”?); ci sono Miss Maudie, cui Harper Lee fa dire che “Le persone con la testa a posto non si vantano mai dei loro talenti”, e la centralinista Eula May, che siccome non nevicava dal 1885, quando scendono di nuovo fiocchi di neve avverte tutti dell’evento per telefono.

Per i primi nove capitoli, cioè un terzo della sua lunghezza, si narra la vita dei Finch, di Scout e Jem, delle loro scorrerie nelle abitazioni dei vicini e delle avventure a casa e a scuola; la soluzione narrativa del racconto in prima persona ci restituisce una storia minuziosa, piena di piccoli o grandi avvenimenti, e ci presenta così tutti i personaggi, raccontatati in maniera attenta ed originale, ma senza grandi scossoni.

Servono quindi cento pagine (pagine, si intende, di grandissima letteratura, che non ha nulla da invidiare ai grandi narratori dell’Ottocento, se pare lecito il paragone) per introdurre il tema della razza, che emerge come qualcosa che è lì, c’è sempre stato, che non era dato raccontare ma che ineluttabilmente spunta dal racconto di scene di vita, aneddoti, cose che succedono nell’umida cittadina dell’Alabama:

“Ritira subito quello che hai detto!”

E’ Scout che lo ordina a Cecil Jacobs nel cortile della scuola: e questo perché Cecil Jacobs

“il giorno prima aveva annunciato che il papà di Scout Finch difendeva i negri”.

Ecco il fatto che irrompe della cronaca della città: Atticus Finch assume le difese di Tom Robinson, un nero “della Chiesa di Calpurnia”, accusato di stupro; solo per questo Atticus diventa “negrofilo”. Scout ne parla con il padre:

“- Tutti gli avvocati difendono i n…neri, Atticus?

-Certamente, Scout

-Allora perché Cecil dice che hai difeso dei negri? Da come l’ha detto sembrava che tu distillassi whisky di contrabbando”.

Atticus spiega, ragiona, dice che “in città se ne è parlato, è un caso speciale”: Scout vuole capire e gli chiede perché lo fa; Atticus, rectius Harper Lee, dà una delle risposte più belle ed attuali che si possano pensare:

“Per molte ragioni. La principale è che, se non lo facessi, non potrei più girare a testa alta, non potrei rappresentare la contea nell’assemblea legislativa, non potrei neanche più dire a te e a Jem di fare o non fare qualcosa”.

Splendida anche la scena di quando Atticus esce di casa di sera, alla vigilia del processo: i suoi figli, con Dill, vanno a cercarlo, sono preoccupati, c’erano troppe tensioni in città per il suo ruolo di difensore di un “negro”; e infatti lo trovano a piantonare il piccolo carcere del paese, dove è detenuto Robinson (con cui parla dalla finestra) e dove presto si raduna una folla di gente malintenzionata. Sarà proprio Scout a metterli in fuga, e lasciamo ai lettori scoprire come, così come lasciamo loro la narrazione del processo, il destino crudele di Robinson e gli altri esiti inattesi di questa storia.

Il romanzo ha un incedere preciso ed implacabile verso la tragica escalation finale, quando ognuno dovrà fare i conti con la propria coscienza, e sarà per lo più sporca; è un racconto impreziosito da una sensibilità ed una arguzia che lo rendono gustoso e amabilissimo; la narrazione in prima persona – di una persona ormai matura che ricorda quei tempi dell’infanzia – ci regala un racconto molto sofisticato nelle soluzioni narrative: tutti i fatti sono testimoniati, e filtrati, dalla piccola Scout con la intervenuta saggezza dell’età.

Questo libro, oltre al razzismo, tratta temi ancora oggi di scabrosa attualità, come il conformismo della società, lo stigma della (presunta) pazzia, l’ignoranza che emargina, la situazione della donna; la figura di Atticus Finch, alla fine, svetta a simboleggiare la necessità, così sentita ancora oggi, di correttezza, di lealtà e di tolleranza verso le posizioni degli altri: ma, ancora oggi, dobbiamo prendere atto che si tratta a tutti gli effetti di un percorso difficile e impervio, come confermeranno i lettori che vorranno andare in fondo a questa storia.

Harper Lee, il cui nome è Nelle – Ellen al contrario, nome abbandonato probabilmente per dare meno connotazione di genere alla sua opera – ha seguito lei stessa studi in legge, benchè non si sia mai laureata: Scout è un personaggio altamente autobiografico, infatti anche Nelle è figlia di avvocato. Seguendo il richiamo di Truman Capote, Nelle approdò a New York dopo la guerra, dove lavorò in una compagnia aerea e al suo romanzo, che curò nei minimi particolari, scrisse e riscrisse più volte, tanto da arrivare, bulgakovianamente, a disfarsene buttandolo dalla finestra.

Molto spesso Harper Lee viene definita “reclusive”: sicuramente fa parte di quei grandi autori, come J. D. Salinger e in parte Philip Roth, che non hanno mai voluto calcare il palcoscenico dopo il grande successo, ma hanno lavorato più sulla loro assenza dalla scena che sulla presenza. Nell’unica intervista che ci ha lasciato, Harper racconta del grande ed inaspettato successo che è occorso a TKAM (l’acronimo del titolo originale di questo libro), spiega da dove è nata l’idea di narrare la sua vita quotidiana e dice che lei voleva solo essere la “Jane Austen del Sud dell’Alabama”: una piccola, provinciale, aspirazione, tutto sommato, per un libro che invece è diventato un successo planetario e che ancora oggi merita di essere letto e riletto.

 

*la storia di Truman e Nelle, due ragazzi dell’Alabama che trovarono entrambi fortuna e successo a New York, è stata una storia di amicizia, di sostegno reciproco, ma anche di gelosia, quando Truman non sopportò il successo di Harper, anche se lei lo aiutò nella stesura del suo primo successo “In Cold Blood” del 1966.
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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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