L’amore che non ritorna

E’ una bella giornata di primavera e un sole baldanzoso riscalda i muri grigi dei bassi casamenti tutti uguali che si affacciano su via Abbiati.

Lo Stadio di San Siro, l’Ippodromo e gli eleganti condomini delle vie limitrofe ai due impianti sono vicini ma stanno decisamente da un’altra parte: questa non è la zona residenziale del quartiere e vi si respira un’aria un poco dimessa, si direbbe quasi di seconda scelta. I balconi in cemento pieno si affacciano su claustrofobici cortili interni, dove fazzoletti di verde smunto si insinuano a fatica nel selciato, a malapena ombreggiati da qualche striminzito alberello.

La bimba avrà forse cinque anni, ed è troppo piccola per sporgersi dal parapetto del terrazzino o dal davanzale delle finestre, ma è spinta da una smaniosa curiosità, vuole vedere cosa c’è dall’altra parte: perciò spinge una sediolina rossa contro la balaustra, pone i minuscoli piedi, uno dopo l’altro, sulla seduta impagliata e si aggrappa con le manine paffute alla sporgenza che si trova alla sommità della barriera.

Che delusione, non vi è nulla di più della casa di fronte, che circoscrive il paesaggio allo stretto riquadro del cortile. E allora la bimba ha un’idea: pensa che se salirà a cavalcioni del parapetto e immaginerà di essere in groppa a quel cavallo bianco dalle grandi ali che ha visto sul suo libretto di fiabe, potrà allontanarsi da quell’orizzonte ristretto, e vedere davvero cosa c’è più in là.

Me lo ricordo. Ricordo bene l’ebbrezza che provai guardando di sotto (abitavamo al terzo piano), e rammento ancora come  la curiosità fosse più forte di qualsiasi timore. Ecco, forse ci sono tratti caratteriali, ma dovrei dire in realtà più propriamente peculiarità dell’animo, alludendo dunque a qualcosa di più profondo e tenacemente radicato, che si palesano sin dall’infanzia e non sono correggibili, nemmeno con la maturità e con l’esperienza.

Sono passati più o meno trent’anni da allora. Non sono caduta da quel poggiolo perché evidentemente non era ora, sono scampata agli schiaffoni immediatamente successivi della mia terrorizzata madre, sono in seguito sopravvissuta ai deragliamenti dentro alcuni luoghi oscuri che ho voluto osservare un po’ troppo da vicino.

Ricordo che era l’inizio di luglio. Alla radio quella mattina commentavano la notizia della nascita in un laboratorio scozzese del primo essere vivente clonato, ed io mi chiedevo (stupidamente, perché le riflessioni su questo risultato avrebbero dovuto essere altre) se la cantante country statunitense Dolly Parton sarebbe stata contenta di sapere che alla pecora clonata era stato conferito il nome Dolly in suo onore.

Avevo preso un giorno di ferie dall’agenzia di pratiche automobilistiche in via Canonica presso la quale sono impiegata e avevo intenzione di passare la giornata all’Idroscalo, in perfetta e rigenerante solitudine, ma le nuvole grigiastre visibili dall’unica grande porta finestra del monolocale in via Bartolini nel quale abito, non foriere di acqua ma sufficienti a compromettere il mio programma balneare, mi avevano indotta a soprassedere. All’improvviso mi ritrovavo per le mani una giornata vuota: i miei erano in crociera, le mie amiche tutte al lavoro, l’ultimo fidanzato, dileguatosi ai primi caldi senza peraltro che io me ne crucciassi più di tanto non era ancora stato sostituito, e il bel romanzo che avevo intenzione di leggere sdraiata sulla spiaggia della Riviera Est all’improvviso perdeva gran parte del suo fascino, se immaginavo di sfogliarlo seduta nell’unica poltrona che posseggo.

E poi avevo bisogno di aria: così, per quanto fuori non si muovesse foglia sotto quella cappa biancastra, uscii e mi incamminai verso la fermata del tram n. 1. Arrivò poco dopo sferragliando stancamente, l’ora di punta era passata e potei sedere su una delle fresche panche di legno lucido. Scesi in Piazzale Cadorna, mi infilai giù per le scale della metropolitana e salii sul treno della linea rossa per piazzale Loreto.

La meta erano i Grandi Magazzini Coin, dove avrei passato parte della mattinata, poi avrei bighellonato guardando le vetrine dei negozi in Corso Buenos Aires e proseguito dai Bastioni di Porta Venezia per i Giardini Pubblici, e forse su una panchina davanti alla bella fontana dirimpetto a Palazzo Dugnani avrei persino potuto dedicarmi alla lettura del mio romanzo.

Rammento bene come fossi piuttosto orgogliosa della mia flessibilità e della prontezza con la quale avevo improvvisato un programma alternativo, trascurando del tutto che non esiste al mondo forza più fantasiosa del caso.

Erano trascorsi esattamente diciassette anni, ma lo riconobbi all’istante ancor prima di vederlo in faccia, dato che era davanti a me quando mi misi disciplinatamente in coda nella piccola gelateria in Corso Buenos Aires.

Avrei riconosciuto ovunque e per sempre la schiena ampia e le spalle larghe, la testa di capelli castani che scendevano in morbide onde sul collo, le gambe lunghe, la postura elegante, il peso del corpo spostato in continuazione da un piede all’altro, in una perenne, aggraziata irrequietezza, ancora prima di udirne la voce lievemente nasale, garbatamente sommessa. Lo avrei riconosciuto dall’odore, come era sempre stato, dopo quella sera d’estate del 1979…

Avevo appena diciannove anni e abitavo ancora in via Abbiati con i miei. Il panorama che ormai potevo cogliere senza fatica al di là delle finestre era divenuto nel frattempo un poco più desolato, i caseggiati ammalati di incuria, i cortili con quelle aiuole asfittiche nelle quali non cresceva nemmeno l’erba gramigna, i campetti in sabbia sul retro riservati ai bambini sempre più sporchi, intorno allo scivolo parzialmente arrugginito diverse siringhe abbandonate che al mattino qualche inquilino di buona volontà si affannava a far sparire.

Fresca di diploma di maturità classica da poco conseguito al Carducci con una brillante votazione, mi ero già iscritta alla facoltà di Filosofia della Statale ed ero elettrizzata: in settembre avrei iniziato un lavoro part time in un negozio di abbigliamento e avevo la gratificante sensazione di avere saldamente in mano le redini del mio futuro, che stavo costruendo a poco a poco.

Era l’inizio di agosto, la città incominciava a svuotarsi per via della chiusura estiva delle fabbriche e degli uffici. Dopo una giornata di noia immobile e torrida movimentata ed ulteriormente surriscaldata dalle file di utilitarie, stipate di famiglie felicemente ed irrimediabilmente esauste e di bagagli ammassati fin sopra il tetto, che affrontavano determinate e gagliarde le autostrade verso il mare, la sera accettai la proposta di Marilena, mia vicina di casa da sempre e compagna di molte serate.

Ricordo che salimmo sulla sua scassata A112 dalla carrozzeria di un blu reso opaco dagli anni, dal sole e dallo smog milanese e ci dirigemmo verso l’Idroscalo fumando Camel con i finestrini abbassati. Il dancing “Punta dell’Est”, affacciato sull’omonima Riviera del mare di Milano, rappresentava l’apoteosi della finzione balneare dei forzati del ferragosto milanese, quelli che fingevano lo snobismo di rimandare le vacanze al mese di novembre per godersi la pace di Milano in agosto, e quelli che a fingere non ci pensavano nemmeno e cercavano solo una momentanea via di fuga dalla calura sotto  i platani, accontentandosi di sciacquarsi in quell’infida pozza sorgiva dai fondali fangosi, percorsa da micidiali correnti gelide che avrebbero stroncato un tricheco.

Transitammo per l’Ortica e uscendo da Viale Argonne il paesaggio all’improvviso mutava, e tra quelle casette risalenti agli anni 30 e le fabbriche sopravvivevano campi da bocce che parevano commoventi cartoline di un’altra Milano, in un’altra epoca.

Dopo il Luna Park, luccicante, rumoroso e colorato, ecco la lastra piatta e buia dell’Idroscalo. La A112 esalò l’ultimo respiro appena entrammo nel parcheggio, ed il lacerato sussulto con il quale andò in arresto ci fece capire che avremmo dovuto cercare un passaggio per il ritorno: eravamo giovani, carine e spigliate, non sarebbe certo stato un problema.

In un certo senso, la responsabilità di ciò che accadde dopo fu dunque di quella consunta vetturetta.

Dentro si moriva di caldo, di affollamento, di fumo di sigaretta e di effluvi acri e dolciastri, fuori sembrava che le zanzare banchettassero munite di forchette e coltelli. Mentre Marilena cercava di avvicinarsi al bar per farsi dare due gin tonic, io mi avventurai sulla terrazza, accendendo una sigaretta nell’illusoria convinzione di tenere lontani gli insetti.

Lui stava appoggiato con i gomiti alla balaustra, la testa voltata verso destra: mi colpì il suo profilo netto disegnato contro la penombra, la fronte alta e dritta, il naso sottile lievemente all’insù, la mascella squadrata.

Si volse lentamente nella mia direzione, come se avesse percepito la mia silenziosa presenza alle sue spalle, e notai il caschetto di capelli castani e ondulati che, insieme alla bocca grande e quasi femminea piantata in quella faccia virile lo faceva somigliare vagamente a Mick Jagger. Mi osservò con palese ma educata curiosità, gli occhi scuri e ardenti, gli angoli della bocca appena sollevati in un impercettibile sorriso. Ci presentammo come se ci fossimo dati appuntamento in quel posto e per quell’ora, e forse in un certo senso era davvero così.

Marilena arrivò poco dopo e qualcosa le suggerì di defilarsi con discrezione.

Rimanemmo a lungo a chiacchierare sulla terrazza, davanti allo specchio immobile e nero del lago, ed è ancora nitido il ricordo del pulsare furioso del mio cuore e del frastornato turbamento quando le nostre braccia si sfioravano in modo apparentemente casuale, in realtà già cercandosi. Potevo percepire il calore e l’odore della sua pelle e faticavo a prestare attenzione alle parole, distratta da quell’intima vicinanza e dalla musicalità della voce un poco nasale e cantilenante, dal tono pacato e carezzevole.

Più tardi ci accompagnò a casa su un Maggiolino cabrio scassato al pari della A112 di Marilena, e attraversammo Milano cantando a squarciagola canzoni a caso, solo per dire a tutta la città quanto fossimo vivi quella notte.

Non ci lasciammo più da quella sera, e fu per me un amore esclusivo e divorante, che mi distolse dalla famiglia, dagli amici, dagli studi, da qualsiasi progetto. Lui aveva dieci anni più di me, lavorava come disegnatore grafico in un piccolo studio di progettazione di interni in viale Tunisia e viveva da solo in un brutto appartamento ammobiliato in via Venini, dalle parti di Viale Monza, dove io lo raggiungevo tutte le sere.

Qualcosa incominciò a cambiare più o meno nell’inverno dell’anno successivo: ero sempre stata consapevole della sua sotterranea evanescenza che lo rendeva simile a qualche creatura selvatica che poteva concederti la sua superficiale, accondiscendente confidenza ma in realtà era sempre pronta alla fuga, e questa esatta comprensione della sua recondita natura mi teneva in un’ansia costante.

Dapprima incominciò a negarsi in alcune serate, adducendo impegni con vecchi amici ritrovati, poi incominciò a non rispondere al telefono e ad un certo punto scomparì del tutto. Lo cercai sul posto di lavoro e mi riferirono che si era licenziato, allora andai in piena notte a casa sua, una sera dopo l’altra, senza mai trovarlo. Fu il ragazzo che lavorava al bar in via Jean Jaures, dove andavamo spesso, a rivelarmi che si sarebbe sposato con una ricca divorziata dalla quale si era già trasferito.

…quando si era voltato e mi aveva vista era rimasto immobile per un attimo, il cono gelato in mano. Avevo notato quanto fosse ancora atletico e perfettamente in forma, solo con qualche ruga attorno agli occhi e con gli occhiali. Dopo aver preso una granita della quale non avevo più voglia, uscendo lo avevo trovato ad apettarmi.

“…Francesca, quanti anni sono passati…”

Ed io pensavo, e avrei voluto chiedere:

“…perché? Perché non una parola, non un addio, dopo tante promesse, dopo aver vagheggiato addirittura di un figlio?”

Avevamo invece passeggiato verso i Giardini di Porta Venezia conversando del più e del meno, raccontandoci con molte riserve frammenti di quei diciassette anni, ed io pensavo alla tristezza gucciniana che ci stava avvolgendo “come miele, per il tempo scivolato su noi due”.

Eppure, quando dopo alcuni lunghi minuti di silenzio mi aveva invitata a cena per l’indomani avevo detto subito di sì.

In quell’afosa serata di luglio, mentre alle otto e mezza passeggiavo sull’asfalto arroventato di Corso di Porta Ticinese tenendo d’occhio l’ingresso dell’Osteria dell’Operetta, dove non volevo entrare per prima, riflettevo che ciò che mi aveva condotta lì poteva essere di nuovo l’impaziente curiosità di sporgermi per vedere cosa c’è dall’altra parte.

Lo vidi scendere da una lussuosa berlina e dirigersi con il passo elastico ed elegante che rammentavo tanto bene verso l’ingresso, che varcai a mia volta pochi minuti dopo.

Fu piuttosto penoso assistere alla sua contrizione nel raccontare della mancanza di coraggio che gli  impedì di confessarmi che si era invaghito di un’altra, e fu addirittura seccante sentirlo mormorare che poi con gli anni si era reso conto che l’unico amore della sua vita ero stata io, ma aveva sposato una donna della quale lo aveva ammaliato la posizione sociale, ed infine trovai insopportabili le sue lamentele per una moglie ormai troppo vecchia e per di più tiranna che lo soffocava con la sua gelosia.

Eppure, guardavo le belle mani curate agitarsi nell’aria come leggiadre farfalle, davanti al volto di cui ricordavo ogni singola curva o avvallamento, e smisi di ascoltarlo per sporgermi sempre di più da un invisibile parapetto, spinta da un’urgenza tanto insensata quanto irrefrenabile.

Dopo quella sera ci incontrammo diverse volte a casa mia, lui parcheggiava il suo macchinone sotto le finestre e di tanto in tanto usciva sul balcone per accertarsi che fosse sempre lì.

“Franci, ti ricordi di quando andammo in campeggio sul Gargano? La prima notte tu uscisti dalla tenda e ti perdesti, poi giravi per il campeggio in camicia da notte chiamandomi sottovoce, che ridere, ti ricordi?”

Mi ricordavo quello e molto altro ancora, così come i nostri corpi rammentavano gli abbracci e l’ardore, tanto che avrebbero potuto ritrovarsi senza esitazione nel buio di una stanza piena di gente: ma l’amore sprecato e offeso non si poteva ricordare né ritrovare, ma solo rimpiangere.

Ecco, ora le ho raccontato tutto, dottore. Come dice? Ancora non ha capito perché io abbia narcotizzato quell’uomo e lo abbia aperto con un coltello da macellaio? Eppure è così semplice: ero curiosa di vedere cosa c’era dentro, sotto quella superficie levigata e cinica. E indovini un po’, dottore? Non c’era proprio niente.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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