L’ultimo treno

 

Giugno e settembre sono i mesi più belli dell’anno.

Sfuggenti come certe nuvole di cremoso candore sempre in balia dei venti, nel loro perenne oscillare tra una stagione e l’altra senza lasciarsi incasellare nell’una o nell’altra contengono l’illusione di poter scegliere il momento nel quale rimanere. Hanno la dolcezza di un saluto che indugia trattenendo la tua mano, come se non volesse lasciarti andare via.

In giugno a Milano è già estate ma il cielo è limpido e l’aria non ancora appesantita dall’afa; le notti sovente ariose agitano le chiome rinverdite degli alberi sui viali.

Quel venerdì Marilena si destò all’alba e rimase a osservare i tendaggi mossi dalla brezza che entrava dai vetri aperti. Su Piazza Sant’Agostino transitavano poche auto; tram e autobus erano ancora fermi nelle rimesse. Nell’appartamento adiacente si levò all’improvviso il vagito di un neonato, dapprima petulante, poi rabbioso: si figurò la madre, una giovane donna troppo magra dall’aria perennemente affranta, negli occhi arrossati il rassegnato fastidio di chi stenta a riconoscersi in una vita che non gli appartiene più, alzarsi in fretta dal letto per acquietarlo affinché non disturbasse gli ultimi quarti d’ora di sonno del padre. Erano le 4,15; a breve il chiarore del giorno avrebbe dissipato il buio.

Si può immaginare che anche a Roma la nottata fosse quieta e fresca, il cielo stellato del tutto indifferente all’arresto del presentatore televisivo Enzo Tortora, un clamoroso errore giudiziario del quale egli ed egli solo pagò il prezzo più alto. Era il 17 giugno 1983.

 Marilena dedicò un’occhiata distratta alla propria immagine riflessa nella specchiera basculante in stile Luigi Filippo che si trovava nella medesima posizione in camera da letto dal 1950, dacché i nonni materni misero piede in quella casa. Vide una donna sulla trentina dalla figura minuta, un taglio di capelli corto e mosso che addolciva il viso un poco squadrato illuminato dagli occhi celesti ed ebbe per un istante la perturbante impressione di osservare una persona diversa da sé.

Alle otto in punto uscì di casa per recarsi allo studio associato di commercialisti presso il quale lavorava, in viale Coni Zugna:  una breve passeggiata che faceva sempre volentieri. Volse lo sguardo verso il condominio nel quale abitava e osservò che gli alberi posti sul marciapiede antistante erano tornati a celare parzialmente alla vista con l rami frondosi la grigia facciata in stile fascista dei caseggiati. La nonna materna le aveva raccontato di quando quella larga piazza si chiamava Piazza del Macello, perché il corpo centrale dell’edificio che rifornì di carne i milanesi dal 1868 al 1930 sorgeva esattamente nello spazio ora occupato dai civici n. 24 e n. 22, dove la nonna risiedeva dalla primavera del 1950. La piccola Marilena rabbrividiva pensando alle grida, all’olezzo di terrore e di morte e al sangue, che doveva avere impregnato i muri e il suolo durante tutti quegli anni. La sua fervida immaginazione di bambina con una spiccata predilezione per le fiabe orripilanti  non era affatto lontana dal vero. Dopo la demolizione del  mattatoio, trasferito in viale Molise, negli anni successivi in quell’area dominarono i prati; nel ’34 essi furono ricoperti da un’imponente colata di cemento e sorsero i nuovi palazzi, costruiti secondo i canoni estetici dell’architettura del periodo fascista, ma il terreno sottostante era talmente concimato che ancora nel ’50 all’imbrunire reggimenti compatti di scarafaggi si riversavano per le strade. I vecchi del rione bisbigliavano che quella era l’eredità del macello, e fu un dettaglio che la nonna di Marilena omise di raccontarle.

L’appartamento era piccolo e antiquato, l’edificio brutto come era brutta e dispersiva la piazza, uno slargo assai lontano dal concetto di ampiezza raccolta dell’agorà, ma dopo la scomparsa della nonna ormai vedova, avvenuta dieci anni prima, aveva fornito alla ragazza l’occasione di affrancarsi dalla convivenza con i genitori. Fu decisivo il colpo di fortuna di aver trovato impiego, poco dopo il diploma in ragioneria, nello studio di dottori commercialisti situato nelle immediate vicinanze di piazza Sant’Agostino, mentre il domicilio familiare si trovava in un casamento popolare al Gallaratese. Non esistevano particolari motivi di contrasto con i suoi, ma era divenuta impellente l’esigenza di poter disporre di uno spazio esclusivo da riempire con le sue cose e le sue abitudini, senza doverle conciliare con quelle di due persone che l’annoiavano, per quanto le fossero care. Ritenne anzi che allontanarsene fisicamente avrebbe rinsaldato il legame affettivo, spogliandolo dei piccoli screzi quotidiani che benché scarsamente significativi finivano per divenire logoranti. In ciò ebbe ampiamente ragione, tanto che il tacito appuntamento della cena del lunedì divenne subito una consuetudine piacevole e necessaria.

Mentre si dirigeva alla sua postazione salutando i colleghi, Marilena considerò che la settimana lavorativa era quasi terminata e il sabato pomeriggio avrebbe raggiunto Alex a Merano. Tuttavia, il guizzo di eccitazione indotto dal pensiero di riabbracciarlo si stemperò velocemente, arenandosi in un’indolente malcontento al quale tentò ancora una volta di sottrarsi, poiché mancavano la voglia e il coraggio di riconsiderare i presupposti su cui si reggeva quella storia.

 Negli anni ’70 i concerti rock a Milano non erano mai tranquilli: la protesta dilagante nelle strade, nelle fabbriche e nelle scuole si rivolgeva anche agli organizzatori degli  eventi, poiché vendevano musica a caro prezzo, e agli artisti che si prestavano al gioco. Inevitabili quindi i disordini che in più di una circostanza generarono assalti, con conseguenti cariche dei celerini e largo impiego di lacrimogeni.

Quel martedì sera, 13 settembre 1977, Marilena si era aggregata a un gruppetto di amici all’ultimo momento, senza particolare entusiasmo e solo per il fatto che uno di essi non aveva potuto essere presente e le aveva regalato il biglietto per il concerto di Santana al Vigorelli. Non che Carlos Santana, faccia trasognata da sciamano che amoreggiava con la chitarra con furia struggente non le piacesse, ma non gradiva la folla né la vicinanza fisica coatta e meno ancora le esternazioni primitive e  scomposte delle emozioni che la musica dal vivo sa suscitare. Era ciò che stava pensando quando la bolgia assiepata nel catino del Velodromo Vigorelli fu distratta e immediatamente scompigliata dal volo di pietre e bulloni lanciati sul palco; poco dopo una bottiglia incendiaria mandò in fiamme casse e amplificatori sul palco già abbandonato dai musicisti. Ripensandoci, di quei momenti ricordava il senso di soffocamento e la paura di rimanere in balia di una moltitudine esagitata, poi la determinazione che la spinse a lanciarsi di corsa, a testa bassa e sgomitando senza riguardo alcuno verso l’uscita. 

Vagò per un poco lungo via Arona ma non incrociò nessuno del gruppo; decise di avviarsi verso via Giovanni da Procida dove aveva parcheggiato la 500: era venuta da sola e si sentì quindi libera di andarsene senza indugiare oltre.

Il ragazzo alto e magro, i biondi capelli lunghi fino alle spalle, una barbetta da Gesù Cristo ad allungare ulteriormente il viso appuntito, ardenti occhi marrone chiaro sormontati da sopracciglia perfettamente arcuate, si guardava attorno smarrito, tra le belle mani affusolate una cinghia di tela verde militare che fino a poco prima doveva sorreggere uno zaino. Marilena, ragazza posata, refrattaria alle passioni travolgenti e poco incline alle avventure, selettiva al punto da contare poche esperienze amorose, scorgendolo ebbe di nuovo la bizzarra impressione di osservarsi dall’esterno: si vide avvicinarlo con passo deciso nella sera di settembre, mese che spira languido e senza rimpianti, e chiedergli se fosse tutto a posto. Comprese allora  la ragione per la quale aveva accettato di andare a quel concerto ritrovandosi in quel luogo, in quel dato momento.

Alex era giunto in treno da Merano e nella confusione succeduta all’assalto dei contestatori qualcuno gli aveva strappato lo zaino, nel quale aveva l’occorrente per trascorrere una notte in albergo e il biglietto del treno di ritorno per l’indomani; fortunatamente aveva documenti e soldi in tasca. Le aveva raccontato tutto ciò con l’inflessione aspra di un tedesco che parla piuttosto bene l’italiano, poiché in fondo è questo che sono gli altoatesini. Il resto era avvenuto con naturalezza, come se si muovessero docilmente all’interno di un ineluttabile ordito.

 Benché la motivazione dichiarata e accettata fosse legata alle rispettive professioni (Alex era un giovane architetto che lavorava da poco in un affermato studio di Bolzano), vi era stata fin dai primi tempi e da parte di entrambi un’inconfessata ritrosia che aveva confinato la loro storia nei fine settimana e nelle vacanze. Mancando la condivisione del quotidiano, il tempo che trascorrevano insieme mantenne per un quinquennio un tratto sottinteso di evasione e di precarietà, in virtù del quale in quei momenti tendevano ad accantonare eventuali affanni e preoccupazioni per mostrare sempre il lato migliore, il più giocoso e intrigante. Fu probabilmente a causa di ciò che Marilena non riuscì mai a pensare che sarebbero invecchiati insieme.

Col tempo le visite di Alex a Milano si diradarono per una precisa scelta di  Marilena, la quale preferiva raggiungerlo a Merano. Non era solo perché le piaceva la cittadina dal centro storico, percorribile solo a piedi attraverso l’accesso dall’antica porta, caratterizzato dall’armoniosa combinazione architettonica tra medioevo e Jugendstil viennese, ovvero l’elaborazione tedesca e austriaca dell’art nouveau. Aveva scoperto l’esistenza della Freccia Atesina, treno che collegava Milano a Merano con fermate intermedie a Brescia, Verona, Trento e Bolzano unicamente nel fine settimana, con una sola corsa nel sabato pomeriggio e rientro la domenica sera. Vi era qualcosa di affascinante in quel tragitto di quasi quattro ore sul siluro dall’elegante livrea grigio nebbia e verde magnolia, composto solo da quattro carrozze tutte di prima classe, una delle quali con il bar. Uscendo lentamente dalla Stazione Centrale, persi di vista al di là dell’ampio finestrino case, palazzi, fabbriche e fabbrichette si poteva assistere allo scorrere veloce del paesaggio,  mutevole a seconda della stagione e delle condizioni metereologiche, con  la dissolvenza della pianura che filava veloce verso la dolcezza dei colli, fino all’arcaica maestosità delle montagne. Non era il semplice lasciarsi trasportare da una città all’altra, era transitare da una realtà all’altra fluttuando in una sospensione spazio temporale, cullata dal monotono dondolio del treno.

Poi arrivò quella domenica pomeriggio verso la fine di gennaio; lungo la Passeggiata d’Inverno folate d’aria gelida correvano tra la riva del Passirio e le magnifiche facciate bianche dei palazzi in stile Art Nouveau, s’infilavano sotto il porticato dai decori leggiadri facendo vorticare qualche foglia secca sfuggita alla solerzia degli spazzini. Alex si era fermato, le si era posto dinanzi e l’aveva guardata, in silenzio. Poi aveva parlato con un tono grave, sfuggendo di tanto in tanto con  lo sguardo ambrato: Marilena avrebbe voluto che il vento freddo si portasse via quelle parole stentate che compivano ampi cerchi nella sua testa, senza mai allontanarsi (la figlia del suo capo, un incontro fugace, l’incidente di una gravidanza).

“…non avrei voluto, ma è successo. Lei vuole tenere il bambino e io devo assumermi delle responsabilità. Ci sposeremo il mese prossimo”.

 Del viaggio di ritorno non ricordava assolutamente nulla. Aveva trovato rifugio nel pensiero che dopotutto non aveva mai saputo immaginare che sarebbero invecchiati insieme, che dunque una fine era già prevista e si era meravigliata della quieta malinconia che permeava il suo animo, incapace di passione come di disperazione.

Alex si era fatto vivo al ritorno dal viaggio di nozze; al rifiuto di incontrarlo aveva reagito presentandosi una sera a casa sua e commuovendola con l’aspetto sofferente e gli abbracci imploranti. La loro relazione era ricominciata entrando nella fase della clandestinità: si incontravano mediamente ogni quindici giorni; Alex si era trasferito a Bolzano e la raggiungeva il sabato pomeriggio in un piccolo albergo dal nome impronunciabile nascosto tra i meli, appena fuori dal centro di Merano. Poche ore trascorse in una stanza: era tutto ciò che le era rimasto e d’altronde non aveva altro. Ma aveva incominciato a insinuarsi il disagio; la scontentezza rendeva meno gradevole anche il viaggio in treno: non era più la trasognata transizione da una realtà all’altra, ma un lungo momento immobile durante il quale prendevano forma  troppi pensieri che sarebbero presto divenuti ineludibili.

In quel sabato pomeriggio di giugno, attraversando Piazza Duca d’Aosta e trovandosi dinanzi all’imponente facciata della Stazione Centrale, dove la già bizzarra mescolanza di stili (neoclassico, liberty e art-déco) era ulteriormente gravata dal razionalismo fascista, Marilena trovò insopportabile la pesantezza dell’edificio e salendo la monumentale scalinata all’interno si sentì oppressa da una fiacca malmostosa. Si riprese un poco percorrendo l’alta galleria lungo i binari, sormontata dalla tettoia in vetro e ferro  dalla quale si riversava la limpida luce di un pomeriggio quasi estivo.

Chissà che tempo farà a Merano, si chiese cercando di predisporre l’animo al viaggio, mentre si affacciava alla mente il disturbante pensiero che di lì a poco sarebbe nato il figlio di Alex.

Che senso ha ormai tutto ciò? Ci siamo insinuati e accoccolati ognuno nelle debolezze dell’altro, annidandoci infine in un’abitudine: forse non è null’altro che questo.

La carrozza era deserta; si allungò sulla comoda poltrona, incerta su quale forma lasciar prendere al proprio umore. Il convoglio si stava già muovendo con la lentezza di un grosso animale che prenderà slancio a poco a poco, quando un uomo si affacciò all’ingresso.

Doveva aver corso perché era leggermente in affanno, scarmigliato nei folti capelli castani e pure sgualcito nell’insieme, ma qualcosa le suggerì che le spiegazzature che dai vestiti parevano estendersi alla persona  dovessero essere una peculiarità radicata. Forse lo osservò con troppa insistenza e con una curiosità oziosa ma palese; dopo un istante di incertezza, quasi di  rapida valutazione del luogo e della circostanza, l’uomo si mosse con decisione e prese posto sul sedile di fronte al suo. Le rivolse appena un educato cenno di saluto, un mezzo sorriso stanco, un veloce strizzare degli occhi come per mettere a fuoco la sua immagine, l’attenzione subito altrove. Marilena lo osservò racchiudersi in se stesso, raggomitolarsi in uno spazio privato e impenetrabile. Sbirciò le lunghe gambe magre nei jeans scuri, le scarpe adatte a una passeggiata sui sentieri di montagna, la giacca a sahariana dalle molte tasche sformate dal peso di oggetti che si potevano immaginare incongruamente disparati. Le pareva anche di intuire un doloroso tormento; le sembrò di vederlo andare via abbandonando il suo corpo su quella poltrona e per qualche assurdo, irragionevole motivo avrebbe voluto trattenerlo.

Ovunque i pensieri lo avessero portato, lo sconosciuto compagno di viaggio fu di nuovo presente poco dopo Brescia. Si stiracchiò, passò le mani tra i capelli scompigliandoli ulteriormente, sfrego gli occhi senza troppi riguardi con i palmi delle mani aperte, come se si stesse lavando il viso. Poi, d’improvviso:

“Scende al capolinea?”

“Sì”,

rispose Marilena e quella parola, capolinea, ultima fermata, fine della corsa, si pose al centro della sua attenzione, così soggiunse:

“Sì, devo chiudere una vicenda, e in un certo senso è un altro capolinea”.

L’uomo indossò un’espressione assorta (ecco, se ne è andato di nuovo) ed essa si accorse allora che le sue iridi avevano colori differenti, una azzurro cupo e l’altra grigio chiaro, il che accentuava l’asimmetria della sua faccia tutto sommato gradevole, nonostante le profonde pieghe ai lati della bocca e le rughe attorno agli occhi (eppure non dimostra più di quarant’anni).

Il treno proseguiva la sua corsa nella campagna e l’uomo le raccontò che lavorava in proprio, faceva il fotografo e si recava soprattutto nelle tante zone di guerra del mondo, offrendo poi i suoi lavori a varie testate giornalistiche anche all’estero. Abitava a Milano, nei dintorni di Piazza Vetra, ma dopo tanti anni di nomadismo la città era diventata un orizzonte ristretto ed estraneo.

“Anch’io vado a Merano per chiudere una vicenda”.

Silenzio. Spesso, palpabile, di quelli che escludono (ma questo ce l’ha per vizio, di stare da un’altra parte a intermittenza).

“E’ morto mio fratello. Per la strada, da solo; aveva i documenti in tasca, non credo esista la possibilità che non sia lui. La morte è il capolinea per eccellenza, non trova?”

Il treno proseguiva la sua corsa ottusa in mezzo ai campi, verso le colline. L’uomo si ritrasse di nuovo; Marilena rimase immobile, in attesa del suo ritorno.

“Aveva incominciato a farsi a due passi da casa, in Piazza Vetra, che era ancora ragazzino. Poi si era convinto a entrare in comunità; a San Patrignano si occupava dell’allevamento dei cavalli e si era appassionato. Vi rimase per sei anni; quando ne uscì gli trovarono lavoro all’ippodromo di Merano, dove si trasferì. Credevo stesse bene, non ci vedevamo da tanto ma ci sentivamo regolarmente. Eravamo gemelli, ma io mi sono sempre sentito il fratello maggiore”.

Monozigoti, fisicamente identici in tutto tranne che negli occhi, quelli di Filippo entrambi  blu scuro. Fragile e inconcludente come i  nostri genitori, i quali passarono da un’attività imprenditoriale all’altra con esiti egualmente disastrosi, fino alla bancarotta fraudolenta. Avevamo dieci anni quando li ritrovarono nei dintorni dell’Idroscalo riversi nell’auto, in grembo tre flaconi vuoti di barbiturici. Cominciò da allora la mia irrequietezza, l’incapacità di fermarmi a lungo nello stesso posto e l’ossessione dell’immagine della morte. Guardare prendendo le distanze, alla ricerca di indizi sull’ultimo pensiero. Filippo invece si ruppe, si guastò in modo irreparabile e io lo compresi troppo tardi; in quanto ai nonni, poveretti, fecero quel poco che potevano. Questa è una parte della storia che ancora non so raccontare, e nemmeno capisco perché ho parlato con brutale crudezza della morte di mio fratello a una sconosciuta incontrata sul treno. Mi sono aggrappato alla sua compagnia seguendo l’istinto, perché non sono altro che un animale in fuga ed è al dolore che cerco da sempre di sottrarmi, ma non si può fuggire per sempre.

Apparvero in lontananza le montagne, lembi sfilacciati di nuvole candide si abbarbicavano alle cime rocciose stagliate sullo sfondo del cielo blu. Per il resto del tragitto i due viaggiatori avevano intrecciato una conversazione piuttosto banale rivelando a tratti innocui brandelli della propria esistenza, guidati dal medesimo bisogno di gettare un ponte che forse in futuro avrebbero potuto percorrere per incontrarsi davvero.

Si salutarono sul marciapiede della stazione di Merano con una stretta di mano che si attardava, mentre ognuno cercava le parole adeguate per esprimere un sentimento tanto confuso quanto impellente.

“Non ci siamo nemmeno presentati”,

esclamò Marilena con una nota ansiosa nella voce e l’uomo accolse quell’osservazione con stupito sollievo:

“Davide Trezzi”,

“… Marilena Porta”.

Un nome e un cognome, Milano: una traccia da seguire per ritrovarsi, semmai. Semmai.

L’incontro con Alex quel pomeriggio fu assai breve e parlandogli con pacata risolutezza Marilena fu certa che lui non l’avrebbe mai più cercata. Cenò in una birreria rumorosa e piena di ragazzi giovani che parlavano tedesco, ritrovandosi a riflettere sulla scellerata arbitrarietà con cui si modificarono confini dopo le guerre. Rientrata nell’albergo racchiuso tra i campi di meli si coricò presto; si addormentò lasciando che la mente si baloccasse con il ricordo dell’incontro  in treno. Trascorse la domenica accomiatandosi con una sorta di affettuosa gratitudine da un luogo che le era divenuto caro, sapendo che non vi avrebbe fatto ritorno per molto tempo.

Nella stanza dell’obitorio Davide era solo dinanzi alla salma del fratello. Si lasciò distrarre dagli sbuffi biancastri del suo respiro che prendevano forma nel gelo della stanza spoglia, la luce algida delle lampade al neon enfatizzata dal biancore delle pareti piastrellate. Non era già più suo fratello, quel corpo immoto, livido e smagrito, i capelli diradati e flosci, le braccia scarne crivellate di buchi che raccontavano di una guerra che Filippo aveva perso. Suo fratello non c’era più. Si arrese al dolore, vi si abbandonò, se ne assunse l’onere con la coscienza che non sarebbe mai passato del tutto, ma con il tempo sarebbe divenuto sopportabile.

Alle cinque del pomeriggio in giugno pemane una luminosità impudente; in una domenica di sole ci si guarda attorno e si pensa “c’è ancora tempo”.

Il Freccia Atesina per Milano sarebbe partito alle sei; per essere sicuro di incrociare Marilena, Davide sedeva sulla panchina davanti all’ingresso da un’ora buona. Quando Marilena giunse sul piazzale osservò il padiglione di accesso alla stazione, un piccolo gioiello Jugendstil, pensando che sarebbe salita su quel treno per l’ultima volta. Poi lo scorse, vide la sua figura protendersi in avanti, dispiegarsi in tutta la sua lunghezza e rimanere immobile, in attesa.

C’era ancora tempo, e li attendeva un lungo viaggio.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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